Incontri svedesi 

Come abbiamo già visto, Elisa Cappelli è un’entusiasta ammiratrice della natura, dei paesaggi e dello stile di vita svedesi; tuttavia, nel suo resoconto non mancano altre osservazioni interessanti. Il discorso narrativo si articola attraverso numerosi episodi in cui l’autrice non contrappone mai il Paese ospite al proprio, ma fornisce a chi legge un valido esempio e tutti gli elementi per un confronto. Poiché il libro è rivolto espressamente alla «gioventù», è proprio questa ad essere spesso protagonista della narrazione: «I giovani nordici non sciupano i loro sentimenti né snervano il corpo in passioni basse e brutali. Essi nutrono l’intelletto di forti studî e il cuore di affetti nobili e santi. Aspirano per tempo a farsi una famiglia portandovi tutto il profumo delle loro virtù, e sono mariti e padri esemplari» afferma, dopo aver lodato la capacità di sacrificio e la determinazione di questo popolo, che ha saputo «sottomettere una natura tutt’altro che produttiva». 

Un altro aspetto cruciale è quello dell’istruzione: anche se non fa mai allusioni dirette alla propria posizione di studiosa, in diverse occasioni visita le istituzioni culturali del luogo ed entra in contatto con i loro rappresentanti. A Stoccolma è accolta nella Biblioteca Reale: la sala di lettura è la più interessante, «vasta e bene aerata, è colma di libri, ed ogni persona ha un banco tutto per sé, ove può scrivere e leggere comodamente, senza essere distratta dal vicino». La sala dei giornali, nel seminterrato, è «immensa»; qui si trovano «tutti i giornali della provincia, ben rilegati. Per leggerli si mettono sul un tavolino a ruote, da trascinarsi dove si vuole, e per mezzo di una fune si trasporta pure la luce elettrica da un luogo all’altro, secondo la volontà del lettore. Mezzo facile e pratico, che fa dimenticare l’assenza completa di luce diurna».

Antica fotografia del XIX secolo che rappresenta l’isola su cui sorge la zona più antica di Stoccolma (Gamla Stan).

Oltre a questa struttura esistono, dislocate in diverse aree della città, le Biblioteche del popolo, donate da benefattori, perfettamente pulite e attrezzate di volumi e sale lettura, organizzate per il prestito aperto alla popolazione. Alla Biblioteca Reale viene accolta dal direttore, «persona colta e compitissima, conosce l’italiano, e fu soddisfatto di potermi parlare in questa lingua. Mi disse di aver visitato Roma e Napoli, e del suo sbalordimento appena entrato in questa ultima città. – Tutti gridano! – esclamava – e per noi avvezzi alla quiete, ciò produce grande impressione. – Quindi mi espresse il suo compiacimento per esser nato svedese. – Qui siamo felici – mi diceva: – abbiamo la pace e le questioni politiche non ci preoccupano –». L’autrice commenta: «[gli Svedesi] per la loro posizione geografica come per l’indole e per l’indirizzo dato alla loro educazione sono un popolo talmente disciplinato che rifugge da qualunque dissidio o turbamento» e allude al momento attuale «di disaccordo colla Norvegia [che dopo qualche anno si sarebbe costituita in un regno autonomo]: essi discutono sì, nelle assemblee ove intervengono cittadini di ogni classe, a cominciare dal più umile colono, perché tutti sono istruiti e conoscono a meraviglia la storia del loro paese; modificano le istituzioni o le leggi, le diffondono nei giornali, lavorano e lottano con attività grande; ma la politica rimane sempre un argomento a parte, né costituisce il soggetto delle loro conversazioni. Gli Svedesi hanno altri ideali cui indirizzare la mente». Lo stereotipo del popolo nordico, freddo e razionale, alieno dalle manifestazioni violente delle emozioni è visto in relazione diretta con il diffuso livello di istruzione: due elementi che costituiscono le solide fondamenta per lo sviluppo di una convivenza civile. Un monito, questo, per la società italiana, animata dai profondi conflitti che caratterizzano gli anni di fine Ottocento.  

Uno degli argomenti che stanno più a cuore a Cappelli è la diffusione dell’istruzione; perciò sottolinea con ammirazione che l’alfabetizzazione è diffusa in tutta l’area nordica e riporta dettagliatamente le sue visite a due scuole del Paese in due interi capitoli. A Göteborg è accolta in una «scuola popolare per i maschi»: come in tutta la Svezia, «le scuole, sia in città che in campagna, sono edifizî grandiosi ed eleganti come palazzi e situate né punti più belli». L’edificio è descritto minuziosamente, dai servizi (bagni, docce, stipetti) agli accessori destinati a ciascun allievo (accappatoi, bandiere nazionali, sapone e catini), alle classi «grandi, sfogate», dotate di ampie finestre, ventilatori per l’inverno, «banchini» a due posti, sedie pieghevoli, per terminare con una «semplice» cattedra per l’insegnante; infine, ogni classe ha in dotazione un «organetto», per abituare i ragazzi alla musica, oltre a grandi carte geografiche e tabelle di animali e piante.

Interno di una classe svedese del XIX secolo dipinto da Endis Bergström.

La scuola è inoltre dotata di una palestra ben accessoriata e di una sala mensa, anch’essa corredata di tutto il necessario, dove gli scolari «mangiano bene e abbondantemente»; alla mensa provvede una benefattrice, che è spesso presente alla colazione «compiacendosi […] di vedere tutti quei bambini felici e ben nutriti per opera sua», perché in Svezia «tutti, tutti si aiutano […] con tale disinvoltura, con tale naturalezza, da non umiliare per niente il beneficiato». Cappelli fa anche cenno alla metodologia: «Tutto quello che copiano ha una spiegazione», sia che si tratti di un personaggio storico, nelle classi avanzate, oppure di oggetti semplici («c’è sotto il nome») o di un ornato («lo stile a cui appartiene») nelle classi elementari.  

Un altro capitolo è dedicato al sistema scolastico svedese, con frequenza obbligatoria fino a dodici anni, seguito da altre classi fino all’istruzione universitaria a Lund o Uppsala. L’autrice sottolinea che «il popolo qui è tutto istruito» e che tutti, anche i più umili lavoratori, possiedono, nelle loro stanzette pulitissime, almeno una piccola libreria. Prima di intraprendere il viaggio di ritorno è accolta a Nääs in una scuola professionale, «del lavoro manuale»; qui i giovani di entrambi i sessi studiano e lavorano insieme «cantando in coro». È una scuola internazionale, frequentata da molti stranieri che desiderano imparare lo Sloyd, l’artigianato del legno, in questo convitto che provvede, oltre al vitto e all’alloggio, anche a spazi ricreativi e sportivi, poiché «in questo paese nutrono il corpo come l’intelletto e […] non si stancano di leggere».  

L’aspetto fisico delle popolazioni scandinave riprende il concetto classico del καλός καὶ ἀγαθός, reinterpretato in chiave nordica e alla luce delle teorie antropologiche del tempo. Il rapporto fra fisicità e comportamento è sottolineato con particolare frequenza, senza discriminanti di età, genere, classe sociale: che si tratti di operai o delle loro mogli, di soldati, di studenti e studentesse nei parchi, di famiglie ospitanti o di pastori luterani, l’autrice non manca mai di sottolineare il loro gradevole aspetto e come esso si armonizzi con il loro carattere mite e dignitoso. La distinzione di genere rispetta i canoni dell’epoca: nelle donne gli attributi estetici sono uniti alla sensibilità, mentre per gli uomini sono abbinati alla dirittura morale; sia la moglie del pastore di Frescati, una signora «delicata tanto di corpo, quanto di animo», sia il marito, «giovane, biondo e forte, sulla cui faccia gioviale e serena era scritta la illibatezza del pensiero e del costume», confermano la tesi per cui l’aspetto fisico e il carattere sono strettamente connessi.

Cappelli osserva con interesse il comportamento sociale: il rispetto «reverente dei figli verso i genitori, che si rileva nelle manifestazioni più semplici della vita quotidiana», o il saluto verso le persone più anziane dimostrano che «un popolo che ha tali principi non può essere che forte e buono, e tali sono gli Scandinavi, non corrotti dal clima o dalle raffinatezze soverchie». In una società così amichevole non sono necessarie formalità, nemmeno fra estranei, a differenza dell’Italia dove è invece viva l’attenzione alle gerarchie e ai cerimoniali; «in Dalecarlia danno del tu a tutti», senza tener conto del divario sociale, neppure quando si tratta di membri della casa reale: «Mi dissero che un anno fa, allorché il principe Carlo di Svezia, figlio di re Oscar, passeggiava in quei pressi, una contadina lo riconobbe e andò a stringerli la mano, dicendo: – So che sei fidanzato; me ne rallegro. – Il principe sorrise e ringraziò. Quanta semplicità in questa gente schietta e primitiva!». A Stoccolma l’autrice stessa ha modo di verificare il rapporto confidenziale fra i sovrani e il popolo quando, passando per caso davanti alla stazione, nota alcune persone in attesa del principe ereditario Carlo: «Il principe arrivò vestito in borghese, e salutò tutti cortesemente […] è alto, piuttosto magro, con una fisionomia pronta ed energica. Come il padre, re attuale, amato e venerato dal popolo, egli è familiare, buono, affabile con tutti. E queste sue qualità sono arra di pace anche per l’avvenire, per questa popolazione degna in tutto dei loro Sovrani, da cui essa trae esempi efficaci di virtù pubbliche e private».

Panorama di Stoccolma nel tardo XIX secolo, fotografia della raccolta di John L Stoddard, pubblicata da Werner Company (Chicago, 1899).

La cordialità del principe ribadisce due temi ricorrenti nella narrazione: da una parte il corpo come specchio dell’attitudine caratteriale, dall’altra la relazione fra l’atteggiamento esemplare dei sovrani e quello imitativo del popolo. Un popolo che, afferma l’autrice, affronta anche la povertà con estrema dignità: la «vecchina» di Ludvika, ad esempio, mostra orgogliosamente la sua «casetta tutta per sé, […] la stanzetta da lavoro […] la piccola dispensa con dentro tutto il necessario per ristorarsi durante il giorno, e farne parte agli amici». Gli operai «che s’incontrano per strada salutano cortesemente […] gente attiva che va dritta per la sua via senza perdere un minuto […] intenta solo all’adempimento del dovere»; pur senza un confronto esplicito, è evidente il paragone con la realtà italiana, che induce chi legge a una riflessione autonoma. Oltre alla dignità, Cappelli sottolinea anche l’onestà dei popoli nordici, richiamando ancora, implicitamente, la differenza con il proprio Paese; infatti osserva che «nelle città, di notte, secondo l’uso nordico, i negozî chiudono, ma non le vetrine, attraverso le quali restano in mostra oggetti di lusso e di valore; e non c’è pericolo che nessuno tocchi mai nulla». L’indole pacifica degli Scandinavi è evidenziata perfino dal loro atteggiamento verso gli uccelli di passo, «che qui in Svezia nessun cacciatore colpisce. Qual esempio per noi che sogliamo far tanta strage di queste care, innocenti bestiuole! E non solo qui è proibito tender loro insidie, ma durante i ghiacci invernali, vengono deposti in appositi luoghi mucchi di paglia e recipienti con acqua tiepida e il becchime necessario. Ciò prova l’umanità di chi fa le leggi in Svezia e di chi sa rispettarle».

Nel complesso, l’impressione che suggerisce riguardo alla vita sociale è quella di una moderazione semplice e naturale. Ciò è confermato al ballo di Midsommar, la festa per il solstizio d’estate cui assiste a Leksand: «le coppie si spartirono e andarono sul largo ponte del lago Siljan, ove le danze si protrassero sino al levar del sole», quando sul fare del nuovo giorno «le coppie si sciolsero, tutta la gente si avviò verso casa, e noi andammo a letto». Un atteggiamento che allude a una certa libertà sessuale, tuttavia non ostentata, poiché gli Svedesi si mantengono misurati e mai eccessivi, neppure durante i festeggiamenti. In questa occasione Cappelli sembra considerare perfino il consumo di alcol un aspetto culturale, poiché gli effetti dell’ubriachezza, strettamente limitata alle festività, non comportano atti violenti: «Di tanto in tanto vedevasi qualche giovinotto ben pulito e vestito a festa, come tutti i paesani quel giorno, barcollare e cadere a terra, poi subito rialzarsi e cianciare e ridere allegramente. Erano ubriachi che, esilarati per la festività di quel giorno, avean bevuto dell’acquavite, il solo liquore usato dagli operai svedesi, specialmente l’inverno. Ma la loro ubriachezza è momentanea e non reca danno a nessuno; anzi mette di buon umore ed essi e chi li vede». 

Come rappresentante di una grande civiltà mediterranea del passato (e di un giovane Stato che cercherà di emularla) Cappelli si sente particolarmente ben accolta: «il senso dell’ospitalità innato nei nordici, si accentua di fronte agli abitanti del mezzogiorno». La compagnia di un’indigena, la sua ex allieva Ebba, le consente di soggiornare nelle case svedesi: all’arrivo a Göteborg «era tutta la sua famiglia [di Ebba], ed i festeggiamenti furono cordialissimi. Si erano studiati d’imparare alcune parole italiane per darmi la benvenuta, ed io alla mia volta avevo appreso nella loro lingua il frasario di circostanza, per ringraziare e dimostrare la mia intima compiacenza». Cappelli avverte però il divario linguistico che le impedisce la comunicazione diretta come «un vero struggimento», che l’accompagnerà per tutta la sua permanenza in Svezia. Il problema è condiviso dai nativi e si ripresenta, ribaltato, a Knifsta, dove di fronte alla scrittrice «la padrona di casa piangeva dalla passione di non potermi esprimere, come avrebbe voluto, nella mia lingua i suoi sentimenti». Un’esperienza importante per la comprensione della cultura svedese è l’incontro con la famiglia di Ludvika, dove l’autrice ed Ebba sono ospiti per Midsommar. La cordialità si combina armoniosamente all’etichetta: «Dopo le presentazioni, i mirallegri, le accoglienze più che festevoli di quella gente ospitaliera per eccellenza, il vecchio signore, capo della famiglia, mi presentò un grande albo perché io vi scrivessi il mio nome italiano, facendomi osservare, con un certo orgoglio, che la mia firma seguiva a quella del principe Carlo, figlio di Oscar, re di Svezia, il quale, l’anno avanti, era stato a visitare le sue tenute».

I ruoli di genere appaiono pienamente rispettati: viene dapprima descritta la figura del capofamiglia, un uomo dal «portamento nobile, dalla fisionomia severa ed autorevole» che trascorre il suo tempo nello studio; quindi è la moglie a mostrare la casa alle ospiti e condurle al loro appartamento, «gaio, elegante e inondato dal sole e dal profumo del giardino». L’autrice introduce lettori e lettrici in un’atmosfera intensamente familiare: dalla Norvegia sono arrivati la nuora con due bimbi, «tutti latte e sangue, e con la testina contornata di riccioli d’oro», stupiti e intimiditi di fronte a una straniera che non parla la loro lingua, «quasi impauriti […] si lasciavano ammirare, ma a distanza». L’ambiente sereno influenza l’immaginazione e la sensibilità già dall’infanzia: la bambina più grande, di cinque anni, «era in camera sua […] e baloccavasi da sé. Aveva dato un nome di bambino a ciascun dito della sua mano, e s’immaginava che il bambino più grande (il dito medio) volesse battere il più piccolo (il mignolo).

Ed essa non riusciva a difenderlo, e per questo piangeva amaramente». Cappelli commenta: «vedasi come il senso del fantastico predomini anche nei bambini, il che è spiegato dall’ambiente che li circonda. Quei luoghi […] esaltano l’immaginazione a tal punto, da personificare tutte le cose che vedono», conclusioni che confermano lo stereotipo dell’indole fantasiosa, stimolata dalla natura selvaggia, sovente attribuito alle popolazioni scandinave. Poiché l’autrice rappresenta per gli Svedesi una rara opportunità di incontro con un’italiana, festeggiamenti in suo onore sono organizzati a Uppsala, dove i suoi ospiti imbandiscono una cena d’addio sulla terrazza di un parco cittadino; le viene offerto un dolce preparato apposta per lei «che rappresentava la torre pendente di Pisa, annaffiato dal moscato italiano» e molti abitanti, saputo per caso della sua presenza, si radunano per salutarla, mentre la banda suona per lei la marcia reale e diverse sinfonie tratte da opere italiane.  

Nel resoconto di una viaggiatrice italiana non possono mancare le osservazioni sulle donne svedesi, simbolo di un’emancipazione mai rivendicata, graduale e non traumatica, paritaria pur nella differenza dei ruoli, esempio di una possibile evoluzione in campo sociale anche per le cittadine del nuovo Stato. Già a Berlino l’autrice aveva elogiato l’abitudine delle signore di assistere da sole agli spettacoli teatrali; in Svezia la sua attenzione si concentra su aspetti diversi, in primo luogo sull’operosità dedicata agli interni delle abitazioni. Le donne nordiche lavorano continuamente e «non perdono tempo in visite o chiacchiere inutili»; i tessuti sono prodotti al telaio dalle padrone di casa che, se non sono occupate nelle faccende domestiche, lavorano per i poveri, «provando così quelle soddisfazioni intime e vere che non son date a chi vive di vita fittizia e superficiale […] nessuna madre ricca potrebbe godersi in pace la sua vita agiata senza soccorrere di propria mano e visitare i diseredati, specialmente i bambini»; l’allusione ad “altre” donne, le italiane, è evidente a chiunque legga.

Cappelli è invece incuriosita dall’abitudine delle mogli di accompagnare i mariti nei loro viaggi d’affari, affidando la prole a scrupolosissime bambinaie; questa diversa gestione del matrimonio, in cui il ruolo di madre non prevarica quello di sposa, mantiene la vita coniugale al primo posto nella relazione familiare. In altre occasioni la narrazione mette in evidenza l’autonomia di movimento delle donne, che viaggiano da sole per diporto, spesso equipaggiate con zaini in spalla; nei dintorni di Rattvik infatti «incontrammo viaggiatrici che si divertivano a percorrere lunghi chilometri a piedi. Le svedesi amano di viaggiare e sanno godersi la vita. Hanno un culto per la casa, dove sono costrette dai rigori del freddo; ma non appena la stagione lo consente, lasciano il focolare per le escursioni al mare o in montagna, raccogliendo nuove energie per il lungo e indefesso lavoro quotidiano invernale».  

Cappelli è anche un’attenta osservatrice del folklore svedese: per Midsommar, le strade e le case di Leksland sono decorate con ghirlande, fiori e rami verdi di betulla: «Sulla piazza del paese avevan conficcato il palo, un lungo tronco di pino, tutto adorno di verde e di corone di lillà, con su in alto lo stemma della Dalecarlia e la bandiera svedese. A mezzanotte i paesani, maschi e femmine, dovevano radunarsi intorno a questo palo, e intrecciare una danza vestiti dei loro costumi nazionali […] Il palo, ricco di fiori, con la bandiera sventolante al chiarore del crepuscolo, gli uomini e le donne nei loro costumi a colori svariati e vivaci, il movimento di tutta quella gente che si affaccendava per raccogliersi intorno a quest’insegna di alleanza e di giubbilo, dava un che di fantastico e commoveva nella sua semplicità». L’autrice è piacevolmente impressionata dalla spontaneità e dalla coralità che coinvolge tutto il paese. A Leksland partecipa a una festa di nozze; un’immagine di forte effetto scenografico introduce gli invitati che arrivano in barca attraverso il lago Siljan: a remare sono sia le donne sia gli uomini e «a vederle da lontano, queste barche facevano un effetto singolare. Quei remi che ad un tempo fendevano le acque, davano l’immagine di grandi uccelli neri con le ali spiegate».

Tutti i partecipanti indossano gli abiti tipici del villaggio, «le donne con sottane scure, grembiuli colorati, camicette bianche e fisciù rossi con cintura dello stesso colore, e in testa berrette bianche o rosse. Gli uomini con calze bianche di lana, calzoni corti di pelle di renna, soprabito lungo nero e cappello nero tondo». Il corteo nuziale si compone di dodici coppie e la cerimonia si svolge all’insegna della semplicità: la sposa, con «un mazzo di fiori artificiali in mano, fiori, a guisa di collana, sul petto e dietro le spalle, frammischiati a ciondoli di perle», è «bionda, alta slanciata, con un bel profilo soave e delicato». Dopo una funzione di tipo tradizionale, simile a quelle cattoliche, «Per alcuni minuti viene disteso sopra la coppia nuziale un drappo rosso, simbolo dell’amore che ormai li congiunge», dopodiché il corteo si dirige verso la casa del parroco, dove tutti festeggiano con un semplice pranzo. L’abbigliamento tradizionale è ancora diffuso nelle campagne: sono soprattutto le donne a indossare abiti che rivestono un significato preciso e rivelano sia l’appartenenza a un determinato gruppo locale che la condizione e il ruolo sociale. A Örnas «[le contadine] hanno in capo un nastro intrecciato che sorregge loro i capelli, una camicetta bianca con cintura, e la sottana scura col telo davanti a strisce rosse, gialle e nere che fa da grembiule. In altre parrocchie portano in testa una berretta di panno scuro, fatta a guisa di cono, e guarnita con gallone colorato. Gli uomini hanno calzoni con cordoni di lana rossa e turchina; giacchetta lunga di panno turchino con sottoveste e calze dello stesso colore, cappello nero, tondo». Sono evidenti pure le differenze di status: «A Leksand, invece del cono, le bambine e le donne hanno in testa una berretta rossa; portano lunghe vesti gialle, e al collo un fisciù bianco. Le donne maritate hanno la berretta bianca, invece che rossa», mentre «il giallo e il nero in Svezia è segno di lutto, e la sottana gialla e nera deve far parte del corredo della sposa».  

Anche la religione protestante è osservata senza pregiudizi da questa viaggiatrice curiosa. A Rattvik, uno dei villaggi in cui sosta, Cappelli apprezza il rispetto con cui le famiglie contadine che arrivano da lontano per seguire le funzioni «si fanno pulizia prima di entrare in chiesa», un edificio «semplice come tutte le chiese evangeliche, con un pulpito antico e avanzi di madonne de’ tempi cattolici, panche a due file senza inginocchiatoi, un altare col Cristo che abbraccia la croce di legno bianco e due angeli ai lati colle ali di bronzo dorato. In faccia un dipinto di Gesù coi dodici apostoli»; semplici sono anche la sacrestia e la stanza adibita ai funerali. L’autrice è invitata a una sobria funzione in una caserma di Stoccolma, dove la mattina della domenica il pastore e tutti i soldati cantano in coro gli inni sacri; una cerimonia che «innesta il sentimento religioso a quello patriottico», rendendo i militari buoni cittadini.

Ancora una volta il potere svedese si dimostra attento al popolo: «Due sono le autorità in Svezia cui [il popolo] piega reverente la fronte: quella civile e quella ecclesiastica, ossia il re e il pastore evangelico. L’una e l’altra vanno concordi; ed i pastori […] vengono eletti e retribuiti dai cittadini, e approvati sempre dallo Stato». È grazie a questa armonia fra potere religioso e potere politico che la Svezia, conclude l’autrice, alludendo tra le righe alla differenza con l’Italia [che soffre ancora le conseguenze della Presa di Roma], gode di una serena stabilità. Perfino i cimiteri luterani, simbolo di una religiosità discreta, esercitano una forte attrattiva: «I cimiteri infatti qui in Svezia sono come tanti giardini posti fuori della città, ma vicino ad essa, ove in qualunque ora del giorno si può accedere […] a Upsala vidi come la gente sia solita andare a passeggiare là dentro […] portando fiori a’cari estinti e fermandosi alquanto a pregare per essi in atteggiamento pietoso, ma senza posa, senza far mostra di un dolore soverchiamente elegiaco». Così l’autrice loda la consuetudine delle visite informali e la compostezza di visitatori e visitatrici; ancora una volta la differenza con le tradizioni italiane è efficacemente suggerita. 

Benché dimostri il suo apprezzamento per tutti gli aspetti della realtà svedese, Cappelli non dimentica la sua patria: è l’orgogliosa rappresentante di una civiltà millenaria, anche lei sensibile al mito della “Terza Italia” che la neonata nazione sente di incarnare; accolta con benevolenza, tanto da sentirsi «la regina di que’ posti», al saluto commosso degli studenti di Uppsala ricorda il discorso di ringraziamento di Fritdjorf Nansen, il famoso esploratore norvegese, per le imprese artiche del Duca d’Aosta, «[le parole] per l’esempio che questi offriva alla gioventù nel mostrare come si possano raccogliere allori anche su altri campi che non sieno quelli di battaglia, ci dicono tutta l’ammirazione e la simpatia per noi di questi buoni Scandinavi, ne’ cui petti batte un cuore così affine al nostro. E questa simpatia e questo affetto il nostro giovane Duca, degno continuatore delle tradizioni di Marco Polo e Cristoforo Colombo, ha ora riaffermato indissolubilmente col lanciarsi ardimentoso nella lotta contro i ghiacci polari ove finora solo i Nordici avevano combattuto e vinto».

Attraverso le parole dell’esploratore norvegese l’autrice crea dunque un’elaborata triangolazione concettuale: descrive, nella realtà, il commiato entusiastico degli studenti per lei, unica turista italiana; contemporaneamente, riporta nelle parole di Nansen l’ammirazione per, e “affinità” con, gli Italiani avventurosi; infine, l’oggetto del ricordo, l’italiano Duca d’Aosta di ritorno dalla sua fortunata spedizione al Polo Nord, dimostra che la gloria attende i coraggiosi anche in tempo di pace, se si impegnano in imprese orientate al progresso universale della scienza. Mentre gli studenti salutano la straniera, lei ricorda un valoroso e nobile connazionale attraverso le parole di elogio di un esploratore norvegese. Davanti agli occhi del pubblico italiano il primato nazionale è pienamente riconosciuto e l’autrice può concludere il suo viaggio con un senso di profonda nostalgia: «Gli abitanti di queste regioni sono molto pratici, e al culto di ogni cosa poetica e gentile accoppiano le qualità sode e robuste che ne fanno, come ho già detto, un popolo colto, integro e disciplinato. Non fu dunque senza rammarico che io lasciai quei forti e rigidi Svedesi, ne’ cui petti batte un cuore così caldo e affettuoso, e la cui memoria mi dà un conforto grandissimo». 

In copertina. Carl Larsson. Fiori sul davanzale

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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