Economia e parità di genere: Ester Børgesen Boserup

L’economia è una disciplina che subisce da sempre lo stesso destino delle discipline STEM, ovvero essere considerata una materia a esclusivo appannaggio degli uomini. Sono tante, invece, le economiste che hanno dato importanti contributi alle teorie dello sviluppo economico.

Tra queste ricordiamo il nome di Ester Børgesen, nata nel 1910 a Copenaghen, figlia unica di un ingegnere danese che morì quando lei aveva appena due anni, lasciando la famiglia in difficoltà economiche. Ester fortunatamente aveva una madre che la incoraggiava allo studio, unico ascensore sociale in quegli anni per una ragazza di umili condizioni come lei. Così, nel 1935 aveva conseguito la laurea in Economia teorica e aveva poi lavorato come responsabile dell’ufficio di programmazione del Governo danese durante l’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale, concentrandosi, tra le altre cose, sul commercio. Si era sposata a ventuno anni con il coetaneo Mogens Boserup, la cui famiglia benestante li aveva aiutati nei primi anni del matrimonio, coincidenti con l’ultima fase di studio di Ester all’università. Dal matrimonio erano nati una figlia e due figli. Trasferitisi a Ginevra, nel 1957 lei e il marito avevano fatto un’esperienza di lavoro per un progetto di ricerca in India. Aveva poi lavorato tra Copenaghen e Ginevra fino alla morte del marito nel 1980. Lei morirà a Ginevra il 24 settembre di 19 anni dopo.

Il ruolo e la presenza delle donne in ambiti economici e tecnologici è veramente importante per una lettura globale e maggiormente inclusiva delle dinamiche che regolano le nostre società complesse. Ester Boserup si inserisce pienamente in questa storia di contributi dal mondo delle donne, in passato il più delle volte ignorati, ma oggi più che mai necessari, perché presentano una visione del mondo alternativa a quella machista e secolarizzata, il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti, perché esclude da sempre il mondo e la sensibilità femminile, le sue esigenze e le attenzioni in termini di cura che solo le donne hanno saputo affinare in ogni ambito di studio, di ricerca e di azione per il cambiamento di paradigmi economici e culturali ormai stantii.

Boserup aveva indagato un aspetto dell’economia molto interessante in termini di parità di genere, ovvero la distribuzione ed i ruoli all’interno della famiglia e l’integrazione del lavoro produttivo e riproduttivo delle donne, in modo particolare nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Le donne del Sud del mondo, infatti, erano sempre state studiate e indagate da un punto di vista prettamente antropologico, in relazione all’ambiente, al matrimonio, ai rapporti familiari e ai ruoli sessuali. I ruoli produttivi femminili e la loro importanza in termini economici, sociali e politici nelle società pre-coloniali e post-coloniali non erano quasi per nulla presi in considerazione. Ester Boserup è stata la prima economista a mettere in luce l’importanza del ruolo attivo e non passivo svolto dalle donne nei processi di sviluppo, ma non solo: l’economista ha analizzato anche in che modo i processi di modernizzazione abbiano influito sulla posizione subordinata delle donne in molte società.

Nel 1970 Ester pubblicò il suo saggio Woman’s role in economic development, che influenzò enormemente il dibattito sul ruolo femminile nel mercato del lavoro e nello sviluppo, e sulla possibilità di migliori opportunità educative e lavorative per le donne, dando vita successivamente al programma Wid (Women in Development) delle Nazioni Unite. L’economista partiva da un confronto tra due tipologie di sistemi agricoli: la coltivazione intensiva, basata sull’uso dell’aratro, e la coltivazione a rotazione, e osservava che il ruolo della donna in società agricole tradizionali cambiava notevolmente in base al tipo di regime agricolo prevalente. Boserup descrive, in un’ottica di genere in ambito economico sorprendentemente pionieristica, come nei Paesi in via di sviluppo si è passati da un sistema di produzione agricolo in cui le donne si autogestivano ed erano economicamente indipendenti, ad un sistema europeo in cui diventano dipendenti dai coniugi, perdendo autodeterminazione e retribuzione. La responsabilità di questa subalternità in cui sono state relegate è attribuita dunque ai colonizzatori europei, artefici del degrado della condizione femminile nei settori agricoli dei Paesi in via di sviluppo, poiché hanno via via trascurato il ruolo della forza lavoro femminile e incentivato intensivamente la produttività del lavoro maschile. In Uganda, per esempio, nelle zone in cui le donne coltivavano il cotone, i coloni europei imposero lavoratori uomini: così, nel giro di un decennio, la maggior parte degli uomini coltivava cotone e caffè, importando lavoro da altre tribù, e anche laddove il cotone era ancora coltivato dalle donne, gli europei insegnavano i nuovi metodi agricoli solo agli uomini, emarginando le lavoratrici potenziali.

Anche lo storico francese Fernand Braudel (Memorie del Mediterraneo, 1998) aveva scritto riguardo alla Mesopotamia preistorica che le donne si occupavano tout court dei campi, dalla piantagione alla raccolta, ma nel momento in cui gli uomini avevano introdotto l’uso dell’aratro si erano riservati pure il diritto di usarlo: da questo era derivata la dominazione dell’uomo nella società. La coltivazione con l’aratro, infatti, richiede forza muscolare non indifferente per controllarlo o per controllare l’animale che lo traina: questo, unitamente al fatto che la coltivazione a rotazione era maggiormente compatibile con il ruolo di cura della prole, ha comportato che gli uomini soppiantassero le donne nel momento in cui tale pratica agricola è divenuta prevalente e permanente.

Le tesi di Ester sono riprese quasi vent’anni dopo dalla filosofa statunitense, di origine bengalese, Gayatri Chakravorty Spivak, che nel suo saggio del 1988 intitolato Can the subaltern speak, spiega che se il soggetto subalterno è cancellato dalla storia coloniale, la traccia della differenza sessuale è cancellata doppiamente. Se nell’ambito del colonialismo il subalterno non ha storia e non può parlare, la subalterna in quanto donna è ancora più profondamente posta nell’ombra. Spivak si chiede, dunque, se la donna subalterna possa parlare ed essere ascoltata, o se deve subire sempre da parte di qualcun altro la narrazione distorta di sé (oggi diremmo che è costretta a subire un costante mansplaining).

Ester Boserup ha dunque mostrato che anche una scienza tecnica come l’economia può essere al servizio della lotta contro le disparità e le disuguaglianze, tracciando il sentiero per un miglioramento collettivo delle nostre società. Questa economista “non allineata” (come l’ha definita la toponomasta e collega prof.ssa Sara Marsico) non ha mai accettato la matematizzazione dell’economia, in quanto la sua visione prospettava un futuro in crescita, soprattutto grazie alle maggiori opportunità di istruzione per le donne, volano necessario dello sviluppo e dell’innovazione. Da donna a cui fu detto sin da piccola di dover studiare e rimboccarsi le maniche per sperare di conquistare e occupare il suo posto nel mondo, Ester non si è mai piegata alla crescente sterilità tecnica delle discipline economiche, privilegiando nelle sue ricerche i temi legati allo sviluppo e ai diritti civili, in modo particolare la distribuzione della ricchezza e del potere tra persone, generi e società in modo egualitario. Un grande esempio, una via maestra che auspicabilmente andrebbe percorsa in tempi di ricostruzione, Recovery Plan e Next Generation Eu, programmazioni troppo economiche e poco sociali, che ci sembrano ancora ben lontane dagli obiettivi di vera parità ed uguaglianza tra popoli e persone.

Per ulteriori approfondimenti:

Ester Børgesen Boserup. Un’economista non allineata
https://www.ingenere.it/articoli/pioniere-ester-boserup-ruolo-donne-agricoltura
https://www.clio92.org/2021/03/04/genere-sviluppo-malsviluppo/ https://jan.ucc.nau.edu/~sj6/Spivak%20CanTheSubalternSpeak.pdf
https://www.affaritaliani.it/costume/disuguaglianza-di-genere-aratro-in-agricoltura-origine-del-sessimo-700899.html

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Articolo di Valeria Pilone

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Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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