Mesagne, Laura e i suoi volti

Il viaggio che ho compiuto e che mi ha attraversato in questi ultimi mesi è fatto di sud, di terra ma anche e soprattutto di storie di donne che si intrecciano e che mi hanno interrogato. Come strade parallele alla via trafficata e rumorosa, queste donne costruiscono percorsi e cambiamenti, «potenti senza i mezzi del potere», come avevo letto in un saggio di Luisa Muraro.

Nel mezzo del cuore che dà forma al centro storico di Mesagne, cittadina nel sud della Puglia, esiste un luogo dove il tempo e la vita scorrono in maniera diversa, più umana, quasi come si trattasse di una parentesi lenta nel bel mezzo di un fiume di parole e suoni. Si può considerare una piccola libreria indipendente, un negozio di vinili usati, un luogo di ritrovo serale, uno spaccio di prodotti agricoli a chilometro zero o tutte queste cose insieme. Tanto, la cosa più importante sono le persone che lì si incontrano: agricoltori e agricoltrici fiere, professioniste\i stufe\i, studenti preoccupate\i, giovani sognanti e lui, l’anziano saggio, sempre pronto a mettere a disposizione la propria insonnia per accogliere euforie o sfoghi, ascoltando il malanno di chi impara, pian piano, ad affrontare i malanni della società. Tra di loro non mancano certo artiste e artisti in cerca di ispirazioni, confronto o, a volte, di conforto. Una di loro, Laura, ascolta molto e interviene con poche parole, mai invadenti.

Il suo nome l’avevo letto a una mostra ospitata nella sede di un’associazione locale: Libere – Ritratti e rappresentazioni di donne capaci di libertà. Sulle tele erano dipinti volti di donne che, a vario titolo e in vari contesti, hanno rotto gli schemi, si sono battute per la propria e per l’altrui libertà: da Marielle Franco a Iris Versari, da Nina Simone a Franca Rame, passeggiando per diciotto storie, abilmente accennate nelle didascalie che accompagnano le opere, che accendono la mia curiosità nel colmare varie lacune. Nel pannello introduttivo si legge: «… la mostra guida il visitatore e la visitatrice in un viaggio Geo-Grafico e temporale tra colori intensi ed energiche pennellate, per raccontare ritratti di donne impegnate a lottare perché nere, perché lesbiche, perché transgender, perché donne». In tutta la presentazione, però, non c’è traccia scritta dell’artista, della sua biografia e della sua storia: solo il nome, Laura Scalera.

Anche per lei, mi racconta, da Giuseppe è un rifugio dal trambusto che scorre intorno, un piccolo confine immerso nel centro. È proprio qui che riesco a scavare lentamente nella splendida riservatezza di Laura, a conoscere qualcosa in più di lei e, allo stesso tempo, a cogliere altri dettagli della vita di questa comunità. I suoi racconti, come i suoi quadri, sono incentrati su storie di donne che hanno affrontato la società con coraggio, coltivando cambiamenti come parentesi non inutilmente chiassose, conflittualmente riservate, parallele e diverse dai cambiamenti sbandierati e mostrati sotto i riflettori del potere.

«La mostra l’ho concepita durante il primo lockdown, a marzo del 2020. Pensavo a quanto, invece, il 2019 fosse stato un anno di grande attivismo globale, in particolar modo delle donne. A Hong Kong, Varsavia, Santiago del Chile, Algeri, Beirut, Buenos Aires: le donne di tutte le generazioni scendevano in piazza per il riconoscimento dei diritti più disparati. Il primo ritratto è stato quello di Sarah Hijazi, l’attivista LGBT egiziana, arrestata per aver sventolato la bandiera arcobaleno durante un concerto al Cairo e suicidatasi a seguito delle violenze e delle torture subite in carcere».

Dai suoi racconti, anche Mesagne mi appare come una donna adulta, che ha vissuto tante vite, che è stata ferita e che ha ferito a sua volta, fino a giungere a una nuova maturità e a un nuovo essere. D’altronde la città è ricca di vita, collocata al centro di due mari, tra città e province culturalmente variegate, attraversata da vie e rotte storicamente importanti, con un bagaglio ricco di cultura e di arte. Nella sua storia, però, la cittadina della provincia di Brindisi è stata anche il centro di una stagione dolorosa, quella degli anni bui della Sacra Corona Unita, nei decenni Ottanta e Novanta del XX secolo. Dai racconti delle\gli abitanti, così come dalle cronache dell’epoca, si intuisce come essa fosse uno dei nodi principali dell’organizzazione, con una presenza che limitava pesantemente le vite delle persone, e zone, come il centro storico, di fatto, sottratte alla fruibilità collettiva. Di quella stagione Laura parla poco, d’altronde erano gli anni della sua infanzia ed è difficile distrarre le menti infantili con racconti così crudelmente reali, ancor di più di chi «già da piccola, era troppo occupata a “scarabocchiare” qualcosa su ogni foglio, rapita dallo schizzo di un cigno, realizzato da un amico di famiglia».

Mi racconta che, con l’arte, cresceva anche la consapevolezza che il mondo intorno non fosse costruito a misura di chi nasce donna. La cosa la divertiva e la inorgogliva, «soprattutto quando, durante il periodo della scuola elementare, dovevo spiegare agli insegnanti in che cosa consistesse il lavoro di mia madre, e non quello di mio padre, perché nessuno sapeva cosa fosse: ortottista, prima donna della mia famiglia a raggiungere, in una società profondamente rurale e patriarcale come quella del paese degli anni Sessanta, il traguardo di una specializzazione. Credo che fu proprio lì che compresi l’importanza della lotta per i diritti delle donne». Ricorda però la reazione addolorata proprio della madre quando giunse la notizia di uno degli omicidi più brutali della Sacra Corona Unita: l’uccisione di Marcella Di Levrano. Marcella, come le donne dei dipinti di quella mostra, sognava un mondo più giusto e libero. Il suo contributo alla battaglia contro la mafia lo diede donando uno dei simboli più intimi: un diario. Era solita affidare, infatti, alle pagine tutto ciò che le scorreva intorno, compreso il proprio passato, fatto di droga e cattive frequentazioni. Anche per il bene della figlia, messa al mondo nonostante la giovane età e l’assenza di un compagno, decise di rompere quei legami e di collaborare con la giustizia, donandole parole inchiostrate con la propria vita, prove di nomi e fatti che avvelenavano il paese. Per questo fu uccisa, nel silenzio di un bosco, all’età di 25 anni. E nel silenzio restarono per anni anche la sua vita e quel suo gesto di lotta così lontano dal clamore degli arresti e dei processi. Solo il coraggio e il lavoro incessante di un’altra donna, sua madre Marisa, hanno costretto chiunque a riconoscerne il valore e a riscattare la figura di una ragazza vittima doppiamente, spesso ancora oggi, di quella mentalità figlia di stereotipi comodi, di subcultura mafiosa e di giudizi precompilati.

La battaglia di Marisa ricorda molto la storia, tra quelle della mostra, a cui Laura confessa di essere più affezionata: «Nora Cortiñs, una delle Madri di Plaza de Mayo, una ragazzina di 91 anni che lotta dai tempi della dittatura di Videla, da quando il regime rapì e fece scomparire suo figlio. Una donna dal corpo esile e minuto che scende ancora in piazza al fianco delle nuove generazioni al grido di: “Quello che non è potuto essere per me, che sia per voi”, denunciando le ingiustizie perpetrate anche nel posto più remoto e dimenticato del mondo». Fu forse anche la mano davanti alla bocca e lo sgomento della madre a per l’omicidio di Marcella, a rompere l’idillio infantile e a mostrare a Laura Mesagne come un genitore soffocante, troppo opprimente. Com’è giusto che accada nella giovinezza, c’è bisogno di andare, di fare esperienze diverse e di cercare sé stesse\i lontano dal grembo materno. In quel periodo sperimenta e coltiva la propria arte fuori dalla Puglia, mescolando la pittura all’attivismo sociale e politico: approfondisce soprattutto la storia dei movimenti per i diritti civili e per l’emancipazione delle donne, studia le storie di chi, senza mai cedere alle lusinghe del potere, ha lottato per un mondo più equo.

Nel frattempo, dopo la pesante attività repressiva dello Stato e la grande organizzazione delle forze attive della collettività politica e sociale del territorio, Mesagne è stata rivalorizzata, trasformandosi in uno dei centri turistici più importanti dell’Alto Salento, e innalzando la sua città vecchia, con la caratteristica forma di cuore, a simbolo di un orgoglioso riscatto. Non si può certo affermare che tutti i problemi siano risolti, la mafia, si sa, ha cambiato pelle, ma questa vitalità e questo senso di comunità hanno dato nuovo slancio non solo alla qualità della vita ma anche all’immagine stessa della città verso l’esterno, tanto da essere stata una delle dieci finaliste per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2024.

«Mesagne, nell’arco di poco più di un ventennio, è diventata letteralmente un’altra città. Ed io, alla fine, sono sempre tornata qui. Oggi il mio rapporto con lei è cambiato, penso di poterlo paragonare al sentimento che si ha con un genitore quando invecchia: percepisci e tendi a custodire quel filo che vi stringe in modo indissolubile, lo stesso che, da giovane, hai tentato di recidere con tutta la forza e la ribellione di cui eri capace».

Ed è proprio in questo nuovo attivismo che ho incontrato tante donne impegnate a costruire percorsi di comunità e di cambiamento e che ho capito che alcune storie non erano appese in quella mostra ma camminavano accanto a me. Avevano i visi di Anna, Annamaria, Mercedes, Rita, Teresa, Carmen, ecc. Ma anche di Marisa, Marcella, della madre di Laura. Era il viso stesso di Laura che, nel frastuono della corsa al riconoscimento che la città sognava, tra premi oscar e grandi nomi, portava avanti la sua arte, quella autentica, quella di donna mesagnese.

Un percorso di consapevolezza sempre più profonda di sé e del lavoro educativo verso la gioventù: «Io sono una pittrice, oggi lo dico con convinzione. Ci ho messo tanto a farmi calzare l’appellativo e ora non solo lo riconosco come mio ma mi piace anche molto. C’è tempo, energia, ricerca e anche fatica dietro il lavoro dell’artista, alla pari e forse anche più di tanti altri. Non mi imbarazza più dire che le opere sono in vendita. L’Arte in generale, e il processo creativo nello specifico, mi permettono di imparare ed esporre, volta per volta, le mie inquietudini o le euforie, a connettermi profondamente con le mie emozioni. Lavorare con le emozioni è tra i doni più belli che ci siano dati. È con il riconoscimento anche economico del lavoro che ho la possibilità di arricchire i volti, nel numero e nella forma. La mostra è un lavoro in fieri, in continuo divenire. L’idea è di continuare a portarla nelle scuole e nei campi estivi di associazioni che agiscono con la gioventù per la costruzione di una cittadinanza attiva e consapevole. Nelle nuove generazioni ho trovato una preparazione sulle tematiche dei diritti umani che io non avevo alla loro età e una grande attenzione ad un linguaggio più inclusivo, spesso più delle\dei loro insegnanti. Il binomio arti visive e contenuti sociali si è rivelato perfetto per catturare la loro attenzione: dalle pennellate sulla tela, passando per la descrizione delle tecniche pittoriche, arriviamo a raccontare ciò che quelle donne hanno fatto e subìto. È stato emozionante».

Il sole del Salento tramonta rosso dietro il Castello Normanno-Svevo. La risposta alla domanda che avevo dall’inizio, come mai non avesse inserito una sua presentazione nel pannello della mostra, la intuisco da solo: Laura è la mano artistica di tante storie, di biografie, di donne che parlano attraverso i suoi dipinti. Delle loro battaglie. Di ieri, di oggi, di domani.

***

Articolo di Sasy Spinelli

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Nato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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