Anarcha, Betsy, Lucy. “Le Madri della Ginecologia”

La ginecologia (dal greco γυνή “donna” e λόγος “discorso”), tra le tante specializzazioni della medicina, è la più giovane ma la più progredita, studia le malattie e più specificatamente l’apparato genitale delle donne, escluse quelle relative alla gravidanza, al parto e al puerperio, di pertinenza dell’ostetricia. Tracce approssimative delle sue origini sono correlate a quelle dell’ostetricia e sono documentate presso le civiltà assira, egizia, indiana e persiana; la storia della letteratura ginecologica ha inizio nell’antica Grecia, con alcuni scritti attribuiti erroneamente a Ippocrate (460-370 a.C.), ma che si devono comunque alla scuola da lui fondata; nella raccolta del Corpus Hippocraticum, si parla della metrite, dei disturbi mestruali, degli spostamenti dell’utero. Successivamente argomenti scientifici di ginecologia furono trattati da Areteo, Galeno, Archigene e Celso; questi descrissero il primo riscontro vaginale, le diverse specie di leucorrea e le ulcerazioni del collo uterino. Colui che contribuì nell’evo antico al progresso delle conoscenze ginecologiche fu Sorano il Giovane, vissuto in Alessandria e poi a Roma al tempo di Traiano e Adriano, nella prima metà del II sec. d.C.: egli trasse addottrinamento dalla dissezione su un cadavere per descrivere fedelmente i genitali femminili; fra i suoi scritti il più celebre è Delle malattie delle donne, ma tutti i suoi testi sono stati considerati fondamentali fino al Rinascimento.

La scuola araba, sorta sulle rovine di quella di Alessandria, in merito alle conoscenze ginecologiche rimase parecchio indietro, soprattutto presso i musulmani «la vita sessuale della donna era celata da un velo di mistero, la loro cultura non consentiva che in assenza (per motivi religiosi) di conoscenze anatomiche acquisite direttamente, sopperissero in qualche modo con le figure» (P. Diepgen). Le molte nozioni ereditate dalla cultura medica greca e d’Alessandria col tempo si dispersero; malgrado il tentativo di qualche studioso di farle rivivere, le opere vennero interpretate in modo errato dai traduttori, dando luogo a false concezioni.

Un produttivo risveglio degli studi ginecologici si ebbe sul finire del XVIII secolo, quando si accesero interessanti discussioni intorno alla patogenesi delle malattie uterine, con punti di vista e approcci differenti; tra gli studiosi si ricordano R. J. Garengeot e J. Astruc in Francia, Th. Denman, J. Clark e J. Hamilton in Inghilterra; differenti posizioni si registrano anche nell’ambito delle terapie da applicare, fra i maggiori si ricordano Martin e A. Hegar in Germania e J.M. Sims e N. Bozeman negli Stati Uniti. Nel corso del secolo successivo, si fecero grandi passi avanti nella medicina, con relativa applicazione alla ginecologia: C.T. Jackson (1810- 1911), W.T. Morton (1819-1868) e J.Y. Simpson (1811-1870) permisero l’applicazione dell’anestesia generale, permettendo così l’esecuzione di lunghi interventi; il controllo delle complicanze settiche fu avviato da J. Lister (1827-1912), con irrorazioni antisettiche del campo operatorio.

Malgrado i progressi medici, il sessismo ha avuto la meglio sulla ricerca medico-ginecologica, alla cui gravità si deve legare anche il profondo razzismo che caratterizzava la società dei secoli più recenti, infatti, le donne nere dovettero affrontare condizioni discriminanti come cavie di laboratorio; come scrive Philip Curtin (1922-2009), storico dell’Africa e della tratta di schiavi/e che chiamò «sistema delle piantagioni», per assicurare sempre una nuova manodopera era fondamentale che le donne fossero in grado di generare molte/i figli, ma per farlo non dovevano morire di parto.

Nel 1809, Ephraim McDowell (1771-1830) medico chirurgo, eseguì il primo intervento chirurgico asportando un tumore ovarico a una donna bianca convinta di essere incinta di due gemelli/e, l’intervento si svolse senza anestesia appositamente il giorno di Natale per avere una benedizione divina; questa operazione è considerata l’inizio della ginecologia moderna anche se McDowell fu disprezzato per aver “profanato” il ventre di una donna bianca.

Nel 1844 a Mount Meigs in Alabama, fu realizzato il primo ospedale femminile degli Stati Uniti diretto da James Marion Sims (1813-1883) medico chirurgo, che esercitava la professione da un decina d’anni, ma non aveva ancora intrapreso gli studi sull’apparato femminile. Il dottore fu chiamato dal proprietario della piantagione di Mount Meigs per curare le sue schiave affette da fistole vescico-vaginali, in quel periodo molto diffuse perché conseguenza dei parti difficili e, peraltro, considerate incurabili; con lui lavorarono alcune donne che erano costrette al lavoro forzato, tra queste si conoscono tre nomi: Anarcha, Betsy, Lucy. I suoi studi e le sue scoperte si svolsero, purtroppo, sfruttando il lavoro di queste donne e facendo anche esperimenti su di loro senza anestesia, perché era convinto che la sopportazione delle donne nere fosse molto alta. Una credenza diffusissima sosteneva che le persone nere avessero una soglia del dolore e una forza fisica molto più alta di quelle con la pelle chiara, chiaramente giustificata dalle teorie razziste, però palesemente contraddittorie, in quanto il corpo nero era ritenuto biologicamente inferiore ma al contempo dotato di qualità addirittura soprannaturali rispetto a quello bianco.

La storica Deirdre Cooper Owens, nel suo saggio Medical Bondage, Race, Gender, and the Origins of American Gynecology, © 2017 by the University of Georgia Press Athens, Georgia 30602, sottolinea che la medicina di quel tempo considerava le donne nere dei «super corpi medici»; si credeva che non provassero alcun dolore e non vi fossero particolari differenze con il corpo maschile. Per questo motivo anche durante la malattia, la gravidanza o pochi giorni dopo un parto ci si aspettava che le donne continuassero a lavorare come se nulla fosse; nella piantagione di Mount Meigs le schiave affette da fistole vescico-vaginali non riuscivano a lavorare e le punizioni inflitte erano le stesse che praticavano agli uomini. Sims allora aprì un piccolo ospedale non soltanto per curare le pazienti, ma anche per praticare esperimenti e studiare le cause ginecologiche delle schiave che frequentemente erano stuprate e costrette a portare avanti delle gravidanze indesiderate. La sua prima paziente fu Anarcha Westcott, diciassettenne assistita durante il parto; il dottore si fece affiancare da altri due medici più giovani che, però, presto lasciarono l’ospedale. Sims si attirò diverse antipatie da parte della comunità locale, tanto che pensò di istruire le stesse pazienti assumendone la proprietà, le donne così diventarono sue assistenti e soggetti per i suoi esperimenti, generando una condizione assurda.

Inizialmente gli interventi non ebbero successo, trascorsero quattro anni di sperimentazione su Anarcha e trenta interventi chirurgici cui la donna fu sottoposta, Sims riuscì a occludere la sua fistola; con Anarcha furono coinvolte Betsy, Lucy e altre nove donne mai identificate. Tutti gli interventi chirurgici erano eseguiti senza anestesia, perché costosa e anche pericolosa, la sedazione fu garantita alle pazienti bianche. Cooper Owens sottolinea che gli uomini bianchi della medicina furono elogiati come i «padri della ginecologia moderna», «le donne nere, specialmente quelle che furono schiavizzate, possono essere a buona ragione considerate le madri di questa branca della medicina per il ruolo che ebbero in quanto pazienti, infermiere delle piantagioni e ostetriche. I loro corpi resero possibili le ricerche che produssero i dati necessari ai dottori bianchi per scrivere i loro articoli sulle malattie, la farmacologia, i trattamenti e le cure ginecologiche». Sims divenne uno dei medici più celebri del periodo, nonché presidente dell’American Medical Association, viaggiò a lungo in Europa, chiamato alle corti dei re e dei presidenti per curare principesse, regine e first ladies. «Le vite nere contavano da un punto di vista medico perché resero migliori e più sane le vite bianche», scrive ancora Cooper Owens. Dopo l’abolizione della schiavitù, rimasero ai margini del sistema sanitario americano, ancora oggi, una donna nera ha più possibilità di morire rispetto a una donna bianca.

Le radici della moderna ginecologia appartengono a un passato profondamente razzista e misogino, dove i medici scrivevano sulle riviste scientifiche quanto ribrezzo provassero nel toccare il corpo di una donna nera, malgrado ciò senza quei corpi non avremmo le conoscenze di cui disponiamo. Deirdre Cooper Owens ha dedicato il suo libro Medical Bondage alla memoria di Anarcha, Besty, Lucy e a tutte le “madri” dimenticate della medicina, valorizzando il loro ruolo indispensabile e attivo.

La comunità scientifica e medica di oggi ha iniziato a mettere in discussione la figura di Sims, malgrado l’uomo abbia contribuito allo studio della disciplina, il modo in cui portò avanti i suoi studi fa sì che non sia più apprezzabile. Alcuni/e lo ritengono un torturatore xenofobo senza scrupoli, altri/e invece sostengono che nel suo operato non ci fosse alcun intento razzista. Tuttavia, ritengo che abbia ragione Deirdre Cooper Owens che, nel suo libro, scrive che l’utilizzo sistematico e disumanizzante che i medici dell’epoca fecero del corpo delle donne e degli uomini schiavizzati, la mentalità schiavista con cui condussero le loro operazioni contribuirono a raticare e giustificare la gerarchia tra le razze e il sistema di potere che ancora oggi deve fare i conti con il proprio passato.

L’artista Michelle Browder di Montgomery (Alabama) sostiene che sia fondamentale conoscere queste storie e il ruolo che le donne nere hanno svolto nell’assistenza sanitaria, per rendere e attribuire loro l’onore dovuto. A pochi isolati, dove ancora oggi si erge la statua di The Sims, collocata nel 1939 davanti all’Alabama State Capitol (una legge del 2017 ne impedisce la rimozione, perché parte di quei monumenti che hanno più di 40 anni), nel Mothers of Gynecology Park del More Up Campus a Montgomery l’artista Michelle Browderha realizzato una eccezionale scultura intitolata The Mothers of Gynecology (Madri della ginecologia), dove sono raffigurate Anarcha, Betsy, Lucy, le cui figure sono alte il doppio di quella di Sims, in acciaio e adornate con nomi di donne, strumenti chirurgici e forme frastagliate di metallo.

Nel mondo globalizzato che unisce giornalmente popoli di diverse etnie, distinte sulla base di criteri linguistici e culturali, il razzismo e i diritti civili non dovrebbero più essere oggetto di discussione. I diritti di cui godono tutti i cittadini di uno Stato sono riconosciuti dall’ordinamento giuridico come fondamentali, inviolabili e irrinunciabili (dunque non suscettibili di compressione da parte dello Stato), i quali assicurano all’individuo la possibilità di realizzare pienamente sé stesso.

La diversità è ricchezza, solo così possiamo meglio capire l’evoluzione della storia e del pensiero.

***

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheft

Vive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo.

Un commento

  1. Dopo aver letto questo articolo, penso sempre di più che l’uomo sia sempre stato razzista. Atroce fare gli interventi senza anestesia. Bellissimo articolo.

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