NON BASTA IL TITOLO A FARE L’EDUCATRICE

Nell’aula si respira l’aria frizzante dell’imminente partenza per gli stage scolastici. Comunque la pensiate sull’utilità dell’alternanza scuola-lavoro (oggi Pcto, perché si sa che il Ministero sforna acronimi alla stessa velocità con cui la Galbusera produce biscotti), io ho sempre trovato molto interessante l’idea di dare alle/agli adolescenti dai 16 anni in avanti la possibilità di ficcare il naso nel mondo adulto, di mettersi alla prova in un contesto di lavoro quotidiano, di scoprire sul campo, de facto, le proprie attitudini. Le ragazze sono animate da un misto di preoccupazione ed entusiasmo, soggezione e curiosità. La collega referente dell’alternanza entra con un plico di documenti necessari per le convenzioni, le assicurazioni, le certificazioni, le rendicontazioni… insomma per tutti quegli “oni” burocratici che, stando a un recente articolo apparso su Orizzonte Scuola, costituiscono ben più della metà del tempo-lavoro della classe docente italiana. Purtroppo oggi sembra esserci un intoppo per una delle nostre alunne: l’asilo nido in cui avrebbe dovuto svolgere il tirocinio ha recentemente fatto nuovi inserimenti di bambini e bambine e non ce la fa ad accogliere in questo momento anche le stagiste della scuola secondaria. Poco male, penso: troveremo un’altra struttura. Al nido ci ho lavorato anch’io in passato e ricordo benissimo che, essendo un servizio privato aperto tutto l’anno, facevamo pure noi inserimenti a febbraio e ad aprile, quindi non trovo assolutamente niente di strano nella faccenda. L’alunna in questione sceglie subito come alternativa una scuola dell’infanzia nei pressi di casa, contattiamo la struttura e in meno di 24 ore il problema è risolto. O forse no. Perché Caterina, la collega referente per gli stage, mi chiama fuori aula con un’aria scura, che non fa presagire niente di buono.

Normalmente a me piace tanto parlare con lei, è una di quelle colleghe che hanno una visione globale della scuola e delle alunne e le sue lezioni sono talmente lineari, chiare e accessibili, che la mia presenza come insegnante di sostegno in classe, nelle sue ore, è quasi superflua. Insomma, quando ho occasione di fare due chiacchiere in corridoio con Caterina, di solito lo faccio con grande piacere. Ma non oggi. Non per quello che mi deve riferire. «In tanti anni che mi occupo di alternanza, non mi è mai successa una cosa del genere. Sai l’asilo nido che doveva accogliere Manuela? La storia degli inserimenti che ho raccontato in classe era una balla. La verità è che le educatrici hanno contattato la madre per fissare il colloquio di inizio stage e quando la signora ha risposto che lo avrebbe riferito alla prof. di sostegno, a queste si sono drizzati i capelli in testa».

«Cioè?» domando senza capire. «Le hanno chiesto cosa c’entrasse la docente di sostegno, se la ragazza avesse qualche disabilità. La mamma ha confermato la cosa e queste le hanno candidamente detto che loro non hanno tempo né risorse per stare dietro a stagiste con bisogni speciali e che, in sostanza, le alunne disabili non le prendono. Tanto più che l’insegnante di sostegno è una presenza in più non calcolata, che risulta in esubero sulle possibilità di accoglienza della struttura». «Ma siamo sicure che la mamma abbia capito bene? Non è che per caso ha frainteso qualche frase?» provo a chiedere per scrupolo, perché con tutte le mie forze non voglio credere a quello che ho appena sentito. 

«Guarda, cinque minuti dopo hanno chiamato anche me. Mi hanno detto la stessa cosa. Ho provato a spiegare che si tratta di una disabilità lieve, che la ragazza è solo molto molto timida, ma ha un carattere dolce e adattissimo ai piccoli, ma la risposta è stata che comunque loro non hanno tempo da perdere, perché hanno già i loro problemi a star dietro a tutti i bambini. Inoltre devono contingentare gli ingressi: l’insegnante di sostegno risulta di troppo. Ho chiesto di fare comunque un colloquio con la ragazza, perché incontrandola si sarebbero loro stesse rese conto del fatto che la presenza di Manuela non avrebbe in alcun modo costituito un problema, ma sono state irremovibili. Hanno detto che, se lo avessero saputo prima che la ragazza aveva una disabilità certificata, non avrebbero mai dato la loro disponibilità per l’alternanza. Io sono mortificata, guarda». «Io invece sono indignata e incazzata nera, con licenza parlando. Meno male che hanno chiamato te, perché io le avrei mandate a quel paese seduta stante». «È venuto anche a me il pensiero di rispondere per le rime, ma alla fine ho solo detto che era davvero un gran peccato».

Lo è, care le mie sedicenti educatrici di asilo nido. Un grandissimo peccato. Ma non per Manuela, che farà la sua esperienza altrove: lo è per i vostri bambini e bambine. Perché avete perso un’opportunità unica di fare educazione vera. 

Chi si occupa di pedagogia, soprattutto della prima e primissima infanzia, dovrebbe avere ben chiare alcune cose. Per esempio dovrebbe educare all’accoglienza e alla scoperta. E voi non lo avete fatto. 

Dovrebbe educare alla reciprocità e alla diversità. E voi non lo avete fatto. 

Dovrebbe educare alle pari opportunità. E voi non lo avete fatto. 

Dovrebbe concepire il proprio tempo professionale come una continua occasione di crescita. E voi non lo avete fatto. 

Dovrebbe mostrare ai bambini e alle bambine che anche i limiti e le fragilità possono essere una risorsa per tutti. E voi non lo avete fatto.

Dovrebbe saper andare oltre una etichetta e concentrarsi invece sulla globalità della persona. E voi non lo avete fatto. 

Vorrei proprio vedere la vostra carta dei servizi, per capire che cosa ci avete scritto dentro nella parte riguardante l’offerta formativa. 

Magari, care educatrici, voi pensate di aver protetto i vostri piccoli e piccole ospiti da chissà quale pericolo o disagio. Invece li e le avete solo private di un incontro con una persona speciale, bella, che avrebbe potuto dare moltissimo. O forse quello che vi interessava davvero era risparmiarvi la fatica di dovervi confrontare con chi sta facendo un percorso scolastico orientato proprio a fare il vostro mestiere. Se è così, allora avete fatto bene a chiuderci le porte in faccia. Perché Manuela, a soli 16 anni, è già anni luce più avanti di voi sul senso vero, autentico della parola educazione, come lo sono tutte le nostre alunne. Probabilmente vi sareste trovate in profondo imbarazzo nel constatarlo in casa vostra. Quindi, brave: barricatevi dentro le mura sicure dell’apparenza, dove potete riempirvi la bocca di belle teorie, riconsegnare a fine giornata ai genitori bambine e bambini puliti e profumati (grazie a salviettine biologiche, naturalmente, che non distruggono la flora e non irritano la delicata pelle infantile) senza timore di essere smentite quando dite di offrire un servizio eccellente. E lasciate a noi la sostanza, l’orgoglio di formare persone che sapranno fare e soprattutto essere meglio, molto meglio, di quanto avete dimostrato di saper fare ed essere voi.

Ricevuto da una collega, docente di sostegno.

***

Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

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