Editoriale. Viva le donne che vogliono la pace

Carissime lettrici e carissimi lettori,

lo avevamo detto: alle donne non piace la guerra. Certo in linea di massima. Come abbiamo sempre pensato che se ai tavoli di discussione per arrivare alla Pace, o almeno a un accordo che la vedesse più vicina, si fossero sedute anche le donne forse si sarebbe giunti da tempo a un discorso più avanzato e ragionevole. 

Testosterone o meno, o questa voglia folle (lo possiamo dire?!) di giocare alla guerra e finire, da adulti, a farla davvero con armi che non sono il pollice e l’indice della mano di un bimbo, ma una amara recita reale che vede attrice protagonista la Morte, quella vera, insaziabile in queste situazioni. Quella che ti prende per sempre, come nei racconti di un film di Bergman o, con più attinenza per l’argomento, la figura portante de La Guerra di Piero, la canzone di De André, che gli si presenta in un attualissimo campo di grano dell’Europa dell’est, nella brutta lotta di chi colpisce per primo (qui il maschile è d’obbligo!).

Dicevamo le donne. Sì con le donne, seppure la vulgata data dagli stereotipi le vuole litigiose, nemiche, sorellastre e mai sorelle (errore!), capaci delle peggiori macchinazioni. Realmente non sono così, certo anche con il beneplacito del solito concetto espresso in linea di massima. 

Non è la prima volta che si parla di questo argomento, ma ultimamente l’informazione è stata avvalorata da un’altra voce autorevole (c’era stata in proposito una ricerca del 2001), quella di Paola Severino, ora presidente della Scuola Nazionale dell’amministrazione (SNA) e vicepresidente della Luiss, avvocata nonché già ministra della Giustizia (dal 2011 al 2013) durante il governo Monti: «Dove ci sono le donne al vertice c’è meno corruzione sia nelle imprese che nella pubblica amministrazione», ha  confermato durante il suo intervento nella giornata conclusiva del Festival dell’Economia che si è svolto da poco a Trento. Poi tra l’incoraggiamento alle ragazze di oggi e la confidenza personale ha aggiunto: «Ce la si può fare a mettere insieme la famiglia e il lavoro … mio marito ancora mi segue dopo 47 anni di matrimonio … Non perdete mai le occasioni che la vita vi offre e sappiatele coltivare…– ha aggiunto per le più giovani – Le imprese in cui lavorano le donne registrano meno corruzione perché le donne hanno di più il senso della legalità. Prima si faceva ironia su questo, che le donne non erano al comando, ora cominciano ad esserci in tante». Un dato che però viene in un certo senso contestato dalla statistica Linda Sabbatini che, sempre durante lo stesso Festival, ha fatto notare un progresso a rilento in Italia riguardo alla parità di genere. Per cui «il tasso di occupazione femminile, rispetto agli anni settanta del secolo scorso è passato dal 33% al 50%, collocandoci in fondo alla graduatoria dei Paesi europei». 

In Spagna le donne hanno ottenuto due belle vittorie, nonostante il pesante discorso, secondo me molto omofobo e razzista, declamato con fare malamente teatrale, in casa altrui, dalla nostra, nel senso di italiana, Giorgia nazionale. Nel mese che è dedicato al Gay Pride, Meloni non si è fermata alla triade molto cara soprattutto alla destra estrema: dio patria e famiglia. Ma fuori dei confini patrii si è lanciata in un sermone sulla necessità, anzi obbligatorietà (perché i suoi erano diktat) di una famiglia normale (cosa vuol dire?!), e da lì, alzando anche il tono vocale è stato un volo (brutto e molto poco democratico) contro la comunità LGBT+. Davvero inquietante. 

Proprio dalla Spagna, invece, ci arrivano due belle conquiste. La prima è quella che riguarda l’approvazione della legge Solo se sì è sì votata all’unanimità (chiaramente salvo i partiti della destra e il Vox ai cui appartenenti si è rivolta nel suo comizio Meloni!). Una Ley de libertad sexual che sancisce e ben definisce i confini del reato di violenza sessuale che è, indiscutibilmente sempre lì dove non c’è consenso (la storia si lega ai fatti di cronaca di violenza di branco avvenuti nella penisola Iberica nel 2018). 

Altra bella vittoria quella delle calciatrici della Nazionale iberica. Da ora in Spagna le atlete del football sono pagate come i loro colleghi maschi e con il riconoscimento anche retroattivo! Questa è una grande conquista dello sport femminile, da prendere ad esempio!

Mette un bel po’ di tristezza invece la chiusura per mancanza di fondi del Women’s Fiction Festival di Matera, una rassegna di eventi, di presentazione di libri e conferenze declinate tutte in chiave femminile, in vita da sedici anni nella città lucana. La causa della chiusura è delle più amare: per mancanza di fondi. «Dopo 16 anni di onorata attività, il Women’s Fiction Festival di Matera chiude i battenti per mancanza di fondi. Dopo aver favorito la valorizzazione della letteratura femminile, facendo di Matera per 16 anni il punto di riferimento e di incontro internazionale tra scrittrici, editori, agenti letterari e il coinvolgimento della scuola».

Ha un retrogusto amaro – scrivono dandone notizia – la triste ammissione con cui il comitato che organizza dal 2004 il Women’s Fiction Festival ammette di non poter andare avanti sulla strada di questo progetto utile e importante. Mariateresa Cascino, presidente del consiglio direttivo dell’associazione Matera Letteratura, ammette sconsolata: «Nonostante le importanti sponsorizzazioni private e l’auto-sostenibilità, dobbiamo ammettere che non esistono più le condizioni per programmare in tempi certi e con standard progettuali elevati un appuntamento nazionale che deve garantire qualità ai partner, agli ospiti e al pubblico. Sono stati anni bellissimi e ricchissimi – ha continuato Cascino – in cui abbiamo fatto piccoli miracoli con poche risorse e avuto l’onore di sviluppare a Matera una formula culturale innovativa, con ospiti e partecipanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Abbiamo creato opportunità professionali, relazionali e culturali: è questo il maggior successo e la più grande soddisfazione che ci lasciamo alle spalle».

Era stato fondato nel 2004 dalla scrittrice britannica Elisabeth Jennings – si legge nella notizia data da Rai news – innamoratasi di Matera e dei suoi Sassi, Patrimonio mondiale dell’umanità dal 1993. Jennings, come del resto molti artisti e artiste e intellettuali provenienti da tutto il mondo, aveva trovato Matera ricca di storia, arte e stimoli sempre nuovi e rinnovati. Così ha deciso di organizzare e dare vita a qualcosa che valorizzasse ancora di più il tessuto socio-culturale della città, ben 10 anni prima che Matera vincesse la competizione per diventare, nel 2019, Capitale europea della cultura. «Nel prossimo settembre, quindi, non si vedranno le strade e le piazze di Matera pullulare di scrittrici, editor, agenti letterari riuniti come di consueto al festival internazionale di narrativa femminile. Con questa consapevolezza, una riflessione è d’obbligo: questa l’eredità di un anno d’oro come il 2019, in cui Matera divenne la Capitale d’Europa della cultura e dell’arte? Che fine hanno fatto tutte le energie messe in campo per quella grande kermesse di eventi, iniziative, progetti e sperimentazioni che, nelle intenzioni del comitato promotore, dovevano proseguire dopo il 2019 per continuare a dar vita a frutti e progetti di respiro europeo?»(Fonte Rai news).

Parliamo ancora, di nuovo, di Pace, che significa vivere bene. Vi immaginate una città dove nel paesaggio dominano soprattutto gli alberi? Perché migliorano la vita umana, dicono. Un luogo utopico? No, necessario! Forse sarà anche cosa risaputa, ma non in questi termini: «C’è un modo semplice ed economico per migliorare la salute delle persone – scrive Francesca Biagioli sul numero di fine marzo di GreenMe – piantare alberi. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report – continua Biagioli – ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere inclusa nei finanziamenti per la salute pubblica. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati.Tra l’altro c’è da considerare che, ogni anno, tra i 3 e i 4 milioni di persone in tutto il mondo muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico (asma, malattie cardiache, ictus, ecc. dovuti proprio all’aria tossica che si respira ogni giorno). D’estate, poi, migliaia di morti sono conseguenza delle ondate di caldo torrido che si verificano nelle aree urbane. Gli studi hanno dimostrato che gli alberi sono una soluzione economica per vincere entrambe queste sfide. Per elaborare il documento, Funding Trees for Health, sono stati presi come esempio gli Stati Uniti dato che in questa nazione meno di un terzo del bilancio dei vari municipi viene speso per mantenere e piantare alberi. Di conseguenza, le città del Nord America perdono ben quattro milioni di alberi all’anno. Nel rapporto si descrive il problema, le sue cause, le criticità e le soluzioni per combatterlo. Si stima che con 8 dollari a persona all’anno, in media, si potrebbe prevenire la perdita di alberi e sarebbe anche possibile aumentare l’uso dei benefici che questi “polmoni verdi” ci assicurano. Il documento sostiene poi che, al momento, le città stanno spendendo meno nella cura o nella piantumazione di nuovi alberi rispetto ai decenni precedenti. La mancanza o la presenza di alberi è spesso legata al reddito medio del quartiere dove si trovano e questo concretamente significa che vi è un’enorme disuguaglianza rispetto alla salute delle persone. Negli Stati Uniti, la differenza nelle aspettative di vita tra quartieri vicini può arrivare a variare addirittura di un decennio. I ricercatori sostengono infatti che gli abitanti dei quartieri dove si trovano meno alberi hanno maggiori problemi di salute rispetto a coloro che abitano in zone più verdi».

Abbiamo parlato di donne e chiudo offrendovi i versi, tra i suoi più famosi, di Emily Dickinson (1830-1886) poeta delicata (della quale mi sono innamorata all’improvviso, come in un raptus) i cui versi, come giustamente si è detto, sono il diario acuto di una coscienza che affronta i grandi temi dell’esistenza e dell’America.  La raccolta completa è stata trovata dopo la sua morte, dalla sorella, e comprende 1775 poesie. Verranno pubblicata solo nel 1955.

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare — come una rana
che gracida il tuo nome — tutto giugno —
ad un pantano in estasi di lei!

(1861) 

(traduzione di Silvio Raffo)

—ooOoo—

I’m Nobody! Who are you?
Are you — Nobody — Too?
Then there’s a pair of us!
Don’t tell! they’d advertise — you know!

How dreary — to be — Somebody!
How public — like a Frog —
To tell one’s name — the livelong June—
To an admiring Bog!

Buona lettura a tutte e a tutti sperando nella Pace!

È arrivato il momento di presentare gli articoli di questo numero. Cominciamo con la donna di Calendaria, Ana Aslan, medica rumena, fondatrice e prima direttrice all’Istituto Nazionale di Geriatria e Gerontologia e scopritrice del Gerovital. All’ amore per gli anziani e le anziane come patrimonio delle nostre comunità si devono i suoi studi e le sue scoperte. Continuiamo con le nostre Serie: La cortina d’acciaio, la prima parte del numero 5 di Limes ci fa riflettere sugli effetti farfalla dell’invasione russa dell’Ucraina, mentre per le Viaggiatrici del Grande Nord continuiamo a seguire Giulia Salvini Kapp e la vita in crociera. Le nostre passeggiate meditative sono raccontate nell’articolo Siena. Una passeggiata al femminile tra parchi e giardini, in un nuovo percorso alla ricerca di figure di donne che ispirino belle riflessioni. Sempre rimanendo in tema di itinerari culturali, l’articolo Salento. Un altro genere di sguardo ci racconta la prima tappa del percorso turistico salentino Donne sul filo del racconto, cui Toponomastica femminile ha preso parte lo scorso maggio. Nella sezione Le storie approfondiamo La Tartaruga Nera ovvero la collana di gialli di Laura Maltini Lepetit, con alcune sorprendenti scoperte. Per la serie Le ambientaliste del presente. Anne De Carbuccia è la fotografa che «grida in faccia» quanto poco tempo abbiamo per salvare il nostro futuro sulla terra, sensibilizzando l’opinione pubblica sui disastri dell’Antropocene. Quante statue di donne ci sono nelle nostre città? Ancora troppo poche. Una statua per Margherita Hack racconta la cerimonia di inaugurazione della scultura dedicata a Milano, proprio davanti all’Università statale, alla grande scienziata.
I consigli di lettura di questa settimana sono: Mimosa in fuga, un libro per bambini e bambine dai cinque ai sette anni, scritto da Serena Ballista e illustrato da Paola Formica; La custode di Karina Sainz Borgo, scrittrice venezuelana a lungo vissuta a Madrid, grande narratrice pluripremiata, dalla scrittura potente e coraggiosa. «Benvenuti in tempi interessanti» è un augurio che i cinesi amano farsi quando la situazione in cui vivono non è delle più rosee. Anni interessanti invece è la Mostra fotografica che presentiamo, visitabile fino al 16 ottobre presso il Museo di Trastevere a Roma, che ritrae la società italiana tra il 1960 e il 1975, un periodo che lo storiografo Eric J. Hobsbawm ha definito nel suo libro Interesting Times «l’età dell’oro».
In occasione dell’anniversario della morte di una grande scrittrice riscopriamo Fabrizia Ramondino, una napoletana cosmopolita, attraverso il suo impegno sociale e il suo grande amore per la cultura tedesca raccontati in un libro. Nella sezione Donne di penna incontriamo Gina Lagorio, una donna per le donne, un articolo che ce la descrive in tutta la sua forza e la sua profondità.
Chiudiamo come sempre, augurandovi buon appetito, con una gustosa ricetta antispreco estiva: Risotto con prosciutto e melone.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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