La cortina d’acciaio. Parte seconda

«Quando questa guerra sarà finita scopriremo che non è finita. Né fuori né dentro di noi. Non fuori, perché sospendere il massacro non significa stabilire pace. Non dentro, perché questa guerra ci lascerà senza parole, avendone spese troppe senza comunicare nulla. Non ne abbiamo abbastanza per spiegarci questo conflitto fra noi, figuriamoci tra nemici».

Così inizia l’editoriale dell’ultimo numero di Limes, Il manicomio di Babilonia, riprendendo un’espressione tratta da L’Europa inerme di Robert Musil, che ci comunica una verità che tutti percepiamo: oggi le parole non servono più, non ci si ascolta più, non ci si capisce più. «Festival dell’afasia da eccesso di parole carenti di senso». «Parlare senza dire, ascoltare senza capire, implica perdere il senso della realtà. Putin non nomina la parola guerra e la sostituisce con l’espressione operazione militare speciale. Cos’altro sarebbe la rappresaglia di Biden assai poco indiretta contro Mosca se non operazione militare speciale?» Forse una tregua ci sarà quando a parlarsi saranno finalmente Putin e Biden.

Riprendiamo l’esame del volume La cortina d’acciaio, la nuova frontiera tra America e Russia, partendo dalla seconda parte, Guerra senza limiti, con l’articolo di Fulvio Scaglione, Le lunghe ombre degli oligarchi sul dopoguerra ucraino, che ci dà un quadro esauriente dei rapporti di forza tra Zelenskj e il suo cerchio magico e i potentissimi oligarchi ucraini, che, diversamente da quelli russi, controllano i settori nevralgici dell’economia. Prima della guerra Zelenskj aveva cercato di mettere un freno al loro strapotere e improvvisamente il 13 gennaio erano partiti dall’Ucraina 20 jet privati diretti a mettere al sicuro le famiglie degli oligarchi, ma dopo il 24 febbraio Zelenskj ha raggiunto con loro un accordo di cui si sa pochissimo e che ci interroga sul ruolo che avranno del dopoguerra. «Davvero i vari Akhmetov, Kolomojs’kyj, Pinčuk e gli altri si affideranno a lui (al rappresentante del partito Servo del popolo ndr) per smistare e dirigere il fiume di risorse e di occasioni che si riverserà sull’Ucraina? – scrive Scaglione – Molti di loro, a partire proprio da Akhmetov e Kolomojs’kyj, sono originari dell’Est del paese. Nel Donbas e nel Sud, le regioni delle risorse naturali, dei grandi impianti industriali e dei porti, avevano e hanno enormi interessi. In quelle regioni, dove negli anni Novanta posero le basi delle proprie fortune, hanno sviluppato relazioni e contatti decisivi. Lì hanno subito, a partire dal 2014, perdite personali gigantesche. Non saranno i primi, questi oligarchi che nel momento del massimo bisogno si sono stretti intorno alla presidenza e al potere politico, a chiedere adeguate compensazioni?» 

Focus Donbas

Tutto da leggere Lo Stato di Putin e il popolo profondo, un testo scritto nel febbraio 2019 da uno dei fedelissimi di Putin, oggi caduto in disgrazia, probabilmente arrestato in aprile, Vladislav Surkov, articolo utile a capire quanto era già scritto nel discorso che Putin fece alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007: una critica spietata al mondo occidentale, che parte da questa frase, pronunciata allora da Putin: «Avere scelta è soltanto un’illusione». «L’illusione di avere scelta è il trucco supremo dello stile di vita occidentale, in particolare della democrazia occidentale, da tempo più obbediente alle idee di Barnum che a quelle dell’ateniese Clistene», sostiene Surkov, e aggiunge: «Quando tutto il mondo si entusiasmava per la globalizzazione e cantava di un mondo orizzontale e senza frontiere, Mosca faceva notare che la sovranità e gli interessi nazionali mantenevano intatto il loro senso». Allora i russi venivano canzonati ma «Il Brexit inglese, il #GreatAgain americano, le chiusure antimigratorie europee sono solo i primi elementi di una lista esaustiva delle diffuse manifestazioni di deglobalizzazione, di risovranizzazione e di nazionalismo». Putin nel 2007 aveva dichiarato che il mondo intero è scontento degli Stati Uniti, americani compresi e recentemente al Forum economico di Pietroburgo, la Davos russa, ha proclamato la fine del mondo unipolare, ha definito gli Usa «il poliziotto del mondo» e ha criticato l’Unione Europea, che avrebbe perso la propria sovranità. Tutto l’articolo, solo apparentemente propagandistico, vuole dimostrare la bontà del sistema russo e del modello di Stato, perfettamente in sintonia col suo popolo, instaurato da Putin, con una critica puntuale delle cosiddette democrazie occidentali, corrotte e ipocrite, e la cui cifra sarebbe il Deep State, termine mutuato dalla lingua turca «derin devlet»: «un’organizzazione di potere rigida e totalmente antidemocratica, mascherata da una bella immagine istituzionale presentata all’esterno. In realtà, il suo meccanismo di funzionamento si fonda su violenza, corruzione e manipolazione e si nasconde in profondità sotto la superfice di una società civile che, ingenua o ipocrita, condanna ogni manipolazione, corruzione e violenza». 

Fortezza Transnistria

Tra gli articoli della seconda parte, oltre a La Transnistria strategica (da leggere attentamente per capirne la storia) e a Previsioni di politologi assetati di sangue, scritto dall’ex colonnello russo, oggi analista militare Mikhail Khodarënok, apparso alla tv russa a sostenere le tesi contrarie all’invasione russa in Ucraina, segnaliamo un profilo psicologico di Putin a cura dello psicoterapeuta Daniele Popolizio, Qui nessuno bluffa. La terza parte de La cortina d’acciaio La Germania corre alle armi, e gli altri? riguarda più dettagliatamente gli effetti farfalla nell’Unione Europea della invasione russa dell’Ucraina e contiene saggi che offrono notevoli spunti di riflessione, tra cui la Conversazione con Herfried Münkler, professore emerito di Filosofia politica all’Università Humboldt di Berlino, interessante soprattutto nella parte in cui mette in luce, come si evince dal titolo, i diversi interessi europei e americani in questa guerra. «In estrema sintesi – sostiene Münkler – si può dire che lo slogan non è più «creiamo la pace con un progressivo disarmo» ma, al contrario, «abbiamo bisogno di armi moderne in grande quantità per poter garantire i presupposti della pace». Questo è davvero un cambiamento fondamentale della politica tedesca: cento miliardi
di euro in spese militari e il 2% annuale del Pil in armamenti cambieranno molte cose. In Europa la Germania non sarà più centrale solo per forza economica e finanziaria o rigore fiscale ma anche per le proprie capacità militari». In questo articolo c’è un attacco frontale alla lettera aperta, definita «stupida dal punto di vista strategico», da Munkler, che i pacifisti tedeschi hanno scritto per sostenere che non si possono inviare armi agli ucraini perché altrimenti si prolunga la guerra. Secondo l’autore del saggio, se i tedeschi e gli europei smettessero di armare gli ucraini, l’Ucraina dipenderebbe esclusivamente dalle armi americane e questo determinerebbe «una guerra di logoramento infinita». 

Europe viste dalla Germania

Per poter convincere gli ucraini a un accordo di pace gli europei hanno bisogno di essere considerati affidabili dal governo Ucraino e per esserlo devono essere parte della coalizione che fornisce armi, altrimenti non avrebbero alcuna voce in capitolo (posizione questa recentemente ribadita anche da Caracciolo in una puntata di Otto e mezzo). Nella lettera aperta in questione si sarebbero condensati, per Münkler, «tutti i limiti strategici del pacifismo. Si è trattato di un’espressione davvero imbarazzante del pensiero politico tedesco». Eppure non farebbe male ricordare al professore dell’Università Humboldt l’intervento di Charles Kupchan, docente di relazioni internazionali a Washington ed ex Direttore degli Affari Europei nel Consiglio di sicurezza nazionale Usa, pubblicato il 21 giugno scorso da Repubblica. Eccone alcuni stralci, difficilmente riconducibili a debolezza di pensiero politico: «Più a lungo continuerà questa guerra più morti e distruzioni ci saranno e più cresceranno i rischi di un’escalation fino a una guerra a tutti gli effetti tra la Russia e la Nato» […] «Serve una svolta verso le trattative, Biden dovrebbe smetterla di fare dichiarazioni che rischiano di legare le mani al tavolo negoziale» […] «È necessario giungere a un compromesso» […] «È necessario un cessate il fuoco seguito da un processo finalizzato ad arrivare a un accordo territoriale».

L’Occidente visto dalla Francia
Molti degli articoli della terza parte riflettono sulle conseguenze del riarmo tedesco, che rafforzerà i legami di Berlino con la Nato e probabilmente ha ben poco a che fare con l’idea francese di una grande difesa europea. La Polonia plaude al riarmo tedesco, purché sotto stretto controllo americano. Ma intanto la Germania è stata costretta a rinunciare al secondo gasdotto Nord Stream 2 e ai buoni rapporti col Cremlino e agli accordi commerciali sugli idrocarburi, senza contare che nel Paese tedesco una buona parte della popolazione, soprattutto nella ex DDR, non vorrebbe interrompere i legami con la Russia. Molto interessante quanto scrive Pierre-Emmanuel Thomann in Perché la Francia non vuole umiliare la Russia: «La guerra in Ucraina conferma che la nuova geopolitica globale è caratterizzata dalla lotta per la ripartizione delle zone d’influenza tra grandi potenze. Tre in particolare: Stati Uniti, Cina e Russia. Con l’Europa contesa fra i primi e la terza. Dopo il rifiuto di Washington di ingaggiare un negoziato sostanziale sulla nuova architettura di sicurezza pretesa da Mosca, quest’ultima ha deciso di intervenire militarmente. I suoi obiettivi tattici sono forzare una trattativa sulla neutralizzazione dell’Ucraina, sostenere le rivendicazioni separatiste del Donbas, mettere in sicurezza il collegamento con la Crimea, trasformare il Mar d’Azov in lago russo […] Se la Germania si appresta a un significativo incremento delle spese militari non è perché d’improvviso si è convertita all’Europa della difesa alla francese, cioè a un’autonomia strategica continentale. L’evoluzione rientra semmai nelle percezioni della sua sicurezza e nei suoi interessi nazionali […] La Francia si distingue per il suo opportunismo, per il tentativo di spingere per una militarizzazione dell’Unione Europea, all’interno della quale s’immagina capofila e intende creare una nuova gerarchia per riequilibrare a proprio vantaggio il rapporto con la Germania».

L’incontro a tre di Draghi, Scholz e Macron con Zelenskj del 16 giugno scorso rende in parte superate le analisi di questa sezione del volume di giugno di Limes, peraltro come sempre ricche di informazioni e dati interessanti. E l’ipotesi di un EuroQuad a quattro (Francia, Germania, Italia e Spagna) descritta nella prima parte della recensione sull’ultimo numero di Limes sembra forse la prospettiva più probabile, dal momento che le frammentazioni all’interno dell’Unione sono forti. Il motto a fondamento della nascita della Nato era ed è: Americans in, Russian out, Germans down. Come ricorda Caracciolo nell’editoriale, un’Unione Europea «a trazione berlinese significherebbe rapporto geoeconomico speciale con la Cina, sconti alla Russia in modalità aggressiva per recuperarla nel futuro ordine continentale, tensioni con la Nuova Europa polacco-baltica, visceralmente antirussa». Senza dimenticare che la Germania è bicefala, come titola l’appendice all’editoriale scritta da Giacomo Mariotto: «La guerra in Ucraina ha confermato l’esistenza di due Germanie profondamente distinte. La ragione è di carattere strutturale. A più di trent’anni dall’«unificazione» (1990), tra Bundesländer dell’Est e dell’Ovest persiste un netto sfasamento demografico, sociale, culturale ed economico […] Contrapposizione che si ripropone anche in merito alla consegna di armamenti pesanti all’Ucraina. A questo proposito, il Forsa Institute a maggio ha constatato una notevole differenza nelle percentuali di contrarietà tra cittadini orientali (57%) e occidentali (41%)». 

Reddito pro capite nelle due Germanie

Molto istruttivo anche l’articolo di approfondimento su Amburgo, la sua storia e la sua posizione geopolitica.
Un accenno a Le vie del Metaverso passano per Roma e Parigi di Giuseppe De Ruvo è doveroso, in questa terza parte del volume. Vi si parla dell’incontro segreto avvenuto tra Mark Zuckerberg e Mario Draghi nello scorso mese di maggio e dell’interesse del fondatore di Facebook per l’impresa dell’imprenditore illuminato Leonardo Del Vecchio, che ha assorbito negli anni aziende come Oakley, Persol e Ray-Ban e si è fusa con la francese Essilor, azienda dominante nella produzione di lenti. A Luxottica Zuckerberg intende assegnare la fase di progettazione e di produzione dei visori per il Metaverso. Tutte da leggere le considerazioni geopolitiche di questa operazione ipotizzate da De Ruvo.
Riprendiamo una parte del densissimo editoriale del Direttore di Limes, che sottolinea come, per la prima volta nella sua storia, l’Italia abbia avuto un sussulto che potremmo chiamare «svolta epocale» (Zeitenwende) presentando un suo piano di soluzione della guerra in corso, definito «concetto aperto», ben riportato nell’articolo di apertura della rivista. «Davanti all’Italia sta il compito di volgere l’urgente sedazione del conflitto in leva per il recupero di un rango euroatlantico coerente con i nostri interessi. Se fallissimo nella partita ucraina, minacceremmo di affogare in un gorgo di crisi intrecciate. La «svolta epocale» è per noi esistenziale. In fondo, Cavour fece l’Italia sbarcando in Crimea». Accanto a questa proposta istituzionale esiste sempre la società civile, con i suoi appelli alla pace, rivolti soprattutto a quell’Unione Europea di cui l’Italia è stata tra i Paesi fondatori. Riporto il link alla video-registrazione della conferenza stampa svoltasi all’Ufficio italiano del Parlamento europeo il 20 giugno scorso e curata da Radio Radicale per la presentazione dell’appello per una proposta di pace dell’Unione Europea promosso da ANPI, Arci, Movimento europeo, Rete italiana pace e disarmo, Marco Tarquinio, direttore dell’Avvenire.

https://www.radioradicale.it/scheda/671544/per-una-proposta-di-pace-dellunione-europea

Nel frattempo il Parlamento italiano ha rinnovato il 21 giugno scorso al Presidente del Consiglio con una risoluzione di maggioranza l’appoggio alla politica di sostegno all’Ucraina (senza mai nominare espressamente l’invio di armi, ma rinviando a quanto deliberato in marzo) e alla ricerca di una soluzione negoziale al conflitto, che purtroppo appare sempre più lontana. Ancora non sappiamo, a differenza di quanto accade in Germania, che ne ha reso pubblico l’elenco per trasparenza, quali e quante armi abbia inviato il Governo Draghi all’Ucraina. Forse è azzardato parlare di democrazia oligarchica o democratura, ma certamente mala tempora currunt. Infine solo Boldrini ha partecipato al primo Convegno di Vienna sul disarmo nucleare, convocato dopo la ratifica di 50 Governi del Trattato per la proibizione delle armi nucleari firmato nel 2017 ed entrato in vigore nel gennaio 2021. Dopo il Consiglio Europeo del 23 e 24 giugno, che ha approvato la candidatura all’Unione Europea di Ucraina e Moldova, respingendo quelle di molti Paesi come l’Albania e il Montenegro, che hanno presentato domanda da anni, domenica 26 giugno ci sarà il quarantottesimo G7 in Germania, in cui l’unica presenza femminile è quella di Ursula Von der Leyen e subito dopo, a Madrid, il Summit annuale della Nato. Quanto è accaduto nella exclave di Kalinigrad (l’ex Könisberg prussiana, voluta da Stalin «per avere un porto che non ghiacciasse») sta pericolosamente alzando il livello dello scontro. Sarà interessante leggere le dichiarazioni di Xi Jingping al Summit dei Brics in merito a questa proxy war per capire che ormai è in corso una trasformazione dell’ordine economico mondiale e che la Russia, colpita da sanzioni fortissime (le cui conseguenze però stanno ripercuotendo i loro contraccolpi anche sui Paesi che le hanno adottate), non solo smetterà di inviare il gas ai Paesi europei che ne sono dipendenti,  favorendo crisi energetiche ed economiche che alcuni Stati, come la fragile Italia, non sono in grado di sopportare a lungo, ma sarà gradualmente e inevitabilmente spinta a finire tra le braccia della Cina.

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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