La guerra russo-americana. Il luglio di Limes

«Pregare è pensare al senso della vita», ci ricordava Wittgenstein e l’editoriale del nuovo numero di Limes è intitolato, significativamente, «Oremus». Si, perché chiunque si soffermi a pensare a quanto sta succedendo nel mondo non può che chiedersi che senso abbia tutto ciò e soprattutto che cosa si è sbagliato e non si è capito per prevenirlo. Senza ipocrisie, come è nello stile della rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, il numero di Limes uscito il 9 luglio si intitola La guerra russo-americana e che di questo si tratti ormai si sono resi conto persino le nostre e i nostri opinionisti poco esperti di relazioni internazionali, che hanno invaso gli schermi con le loro interpretazioni semplicistiche in tutti questi mesi, con il ritornello ripetuto come un mantra «C’è un aggressore e c’è un aggredito», omettendo di ricordare tutto quello che è successo prima di questa guerra per procura, in cui l’Ucraina è il terreno di battaglia. 
La rivista questo mese si compone di cinque parti, difficilmente sintetizzabili in un solo articolo e pertanto di ciascuna di esse approfondirò solo i saggi che mi hanno colpito di più, anche se tutti, come sempre, meritano attenzione. Eccone i titoli: «Il senso russo per la guerra», «Americani ed europei: diversamente in guerra», «Il fronte ucraino», «Ucraina/Ucraine», «La russificazione del Donbas». Come sempre gli articoli delle diverse parti analizzano il contesto da molteplici angoli visuali con contributi di autori italiani e stranieri, nello spirito a cui la rivista di geopolitica ci ha abituate/i, per aiutarci a «dilatare lo sguardo», esercizio indispensabile in un mondo caratterizzato dalla complessità e dalla globalizzazione. Della prima sezione particolarmente significativo è il contributo di Mauro De Bonis e Orietta Moscatelli, grande esperta di Russia, di cui è recentemente stato pubblicato il libro P Putin e Putinismo in guerra, di cui consiglio la lettura.

Questo saggio approfondisce l’opera di costruzione di una nuova immagine e idea della Federazione Russa da parte di Putin, dopo tutti questi mesi di «operazione militare speciale», di cui il popolo russo fatica a cogliere il senso, anche se resta in maggioranza a sostegno dell’impresa bellica putiniana, vivendola come Guerra patriottica. Una narrazione del mondo russo (russkij mir) che secondo Putin può fondarsi sul paragone tra la guerra in Ucraina e quella settecentesca contro gli svedesi, con lo scopo di «recuperare» terre ucraine (e forse non solo ucraine) storicamente russe, in cui Putin richiama la figura di Pietro il Grande, che «non portava via niente, riprendeva le terre» un tempo abitate (anche) da popolazioni slave. Interessantissimo l’excursus sui siloviki, gli esponenti dei ministeri forti e sugli uomini potenti dell’entourage putiniano, nonché l’approfondimento sulle Regioni della Federazione più inclini alla disobbedienza se la guerra dovesse volgere al peggio, nonostante Putin si sia premurato a giugno di limitare ulteriormente i loro poteri, rafforzando con legge apposita quello centrale.  

L’analisi della posizione dei Tatari e l’accenno alle etnie scelte da Putin per combattere sul campo sono altre due parti dell’articolo che accrescono la nostra conoscenza. In questa parte si tratta anche della vicenda della exclave di Kalinigrad e del conflitto con Vilnius con un articolo di Mirko Mussetti, Kalinigrad accerchiata, l’ombra del nucleare aleggia sul fronte Nord, contributo comunque utile a capire il rischio di un conflitto nucleare che potrebbe avere come casus belli proprio l’antica Könisberg, anche se fortunatamente le sanzioni su alcune merci russe da parte della Lituania sono state da poco revocate; di un’intervista a Putin e al Presidente Kazako da parte della giornalista Margarita Simonjan durante il Forum Economico Mondiale di San Pietroburgo (Spief) del 17 giugno scorso dal titolo Noi, la Cina e la spartizione del mondo, utilissima a capire il punto di vista russo sui difetti del capitalismo e del sistema dei prezzi delle fonti energetiche, sugli europei, i cinesi, gli americani e sul nuovo ordine mondiale che secondo i protagonisti di questa conversazione spiazzerà il sistema unipolare a trazione Usa-Nato, vecchio ormai di 30 anni. Sarà interessante leggere le domande della giornalista di Russia Today e Sputnik e constatare che sono precise e puntute, molto diverse da come ce le potremmo immaginare in base alla nostra idea della stampa russa. Una conversazione in cui Putin dichiara di avere cercato il negoziato con la Nato, senza essere stato ascoltato e da cui emerge la volontà della Federazione Russa di dimostrare al mondo e gli Usa in particolare di non essere affatto quella «stazione di servizio» che era stata infelicemente definita tale da Obama. Da leggere anche la Conversazione con Ivan Preobraženskij, analista geopolitico russo residente a Praga dal 2014, cofondatore del Comitato contro la guerra, secondo cui nelle mire del Cremlino c’è un indebolimento della Nato in vista della sua distruzione. 

La Russia usa Internet per spaccare l’Occidente è un saggio di Enrico Pedemonte che riflette sulla crisi delle nostre democrazie, partendo da testi fondamentali sul giornalismo come Public Opinion di Lippman e Manufacturing consent di Noam Chomskj. Nell’era di Internet «l’utopia secondo cui il Web avrebbe dovuto diffondere la democrazia in tutto il mondo dando voce a ogni cittadino ha prodotto una distopia illiberale» e paradossalmente a esserne maggiormente favoriti sono i regimi autocratici, come Russia e Cina, che hanno da tempo capito come diffondere sul web notizie tese a screditare le potenze occidentali e in modo particolare gli Usa e l’Unione Europea e a indebolire la Nato.

«Il Cremlino sviluppa, dal tempo delle rivoluzioni colorate, narrazioni che possono funzionare con diversi tipi di nicchie: l’America è degenerata, ha creato una società amorale di omosessuali e transessuali e sta trascinando l’Europa sulla stessa strada; i paesi veterocontinentali saranno sommersi dall’immigrazione che distruggerà le tradizioni culturali e inquinerà la purezza delle etnie nazionali; i vaccini sono uno strumento per controllare capillarmente la popolazione, modificare il dna, introdurre microchip nell’apparato circolatorio». La sociologa Zeynep Tüfekçi definisce il periodo che stiamo vivendo come «l’età dell’oro della libertà di opinione che avvelena la democrazia». I «mercanti dell’attenzione», come Tim Wu definisce i social, stanno provocando una rivoluzione paragonabile all’introduzione della stampa a caratteri mobili, che svolse un ruolo fondamentale nelle guerre di religione nell’Europa del Seicento e di cui la guerra in Ucraina è solo l’inizio. 

 Tutta da leggere, nella seconda parte La lezione di Kissinger, con l’appendice In Ucraina l’America si gioca l’ordine mondiale a cura di Federico Petroni, in cui è ben messo in evidenza il cambio di tono dei politici Usa e del Segretario della Nato dopo gli interventi del decano degli statisti americani, convinto dell’importanza dei valori dell’equilibrio e della stabilità, pienamente consapevole della necessità di un nuovo ordine mondiale, che non emargini la Russia. Scrive Petroni: «Servono tempo e pazienza. Gli americani dovrebbero averne, ma sembrano non rendersene conto, in linea con il tratto rivoluzionario del loro carattere. Per questo Kissinger esorta a un’intesa coi cinesi o, meglio, a una linea di condotta comune. Washington e Pechino devono imparare a comportarsi, a convivere. Altrimenti la logica che si è innescata fra le due porterà inevitabilmente alla guerra. Che, con le attuali tecnologie, significherebbe la distruzione dell’umanità – finalmente un afflato ecumenico da un premio Nobel per la pace. L’idea di Kissinger è che per conservare il proprio primato l’America deve spartirsi il mondo in sfere d’influenza con i rivali, cooptandoli invece di indebolirli», in questo in totale disaccordo con l’atteggiamento muscolare di George Friedman, analista geopolitico spesso ospitato da Limes. Completamente critico verso la posizione di Kissinger l’articolo di Eric R. Terzuolo, Diplomatico statunitense a riposo.  

Kissinger

Americani ed europei vanno alla guerra indiretta o per procura ognuno con i propri interessi e con le proprie rappresentazioni La posizione di Parigi è illustrata da Jean Dufourcq che invita l’Unione Europea a smarcarsi dagli Usa insieme alla Germania, all’Italia e alla Spagna, alleanza definita EuroQuad. Secondo l’Ammiraglio della Marine Nationale «l’intelligenza del «nuovo mondo» richiede che l’Europa si affermi come polo di stabilità e che definisca la propria postura geopolitica indipendentemente dalle rivalità egemoniche altrui».

L’Unione Europea è divisa tra europei occidentali e orientali e questa divisione è inerente alle rispettive storie, aspettative e paure. Il Paese più antirusso, russofobo e filoatlantico è la Polonia, per la sua storia e per la paura di essere aggredita da Mosca, tanto da essere la capofila dell’«altra Nato», composta dalle cosiddette «Cassandre d’Europa». Lo racconta bene Agnese Rossi che, riferendo del primo Forum delle libere Nazioni di Russia che si è tenuto a Varsavia l’8 maggio scorso, ha modo di soffermarsi sull’atteggiamento di polacchi e baltici nei confronti delle ragioni di dissenso di tatari, bashkiri, ceceni, nord caucasici, siberiani e altri, (tra cui un esponente di Kalinigrad, scheggia di Russia tra Polonia e Lituania) nei confronti del Cremlino, un atteggiamento solidale che condivide l’idea e la speranza che la Russia esca sconfitta da questa guerra. «Dall’inizio del conflitto in Ucraina –  ricorda Rossi –  le spinte centrifughe si sono intensificate in risposta alla stretta sui meccanismi di coscrizione militare. A detta degli attivisti, la guerra si starebbe combattendo sulla pelle delle minoranze nazionali. L’esercito russo presenta infatti un tratto dei grandi eserciti imperiali: è etnicamente disomogeneo. Mosca starebbe mandando in prima linea, spesso a morire, siberiani, daghestani, baschiri e buriati. Le perdite subite sul fronte ucraino sono scontate in primo luogo dalle province più povere, che costituiscono anche storicamente un bacino privilegiato di reclutamento militare. Se a questo si unisce la progressiva concentrazione di potere nelle mani di Putin e la conseguente sottrazione di autonomia ai distretti in favore dell’autorità centrale, si ottiene un quadro più chiaro del malessere strisciante che pervade i soggetti regionali. I quali descrivono il rapporto con il centro in termini di «neocolonialismo», «assoggettamento», «imperialismo». 

In questo saggio approfondito di una ex studente della scuola di Limes si ha modo di approfondire il concetto di Intermarium e di Trimarium, a cui rinvio. Se la Russia si sente minacciata dall’estensione della Nato, Polonia e Paesi baltici si sentono costantemente in pericolo di un attacco russo alle loro terre e non si contentano dell’entrata di Finlandia e Svezia nella Nato, ma vorrebbero che la guerra finisse con la distruzione totale della Russia.

Del caso della Transcarpazia e non solo tratta l’articolo di Stefano Bottoni L’Ungheria filorussa sfrutta l’Ucraina per farsi strada in Europa, mentre dell’accelerazione impressa alle rinnovabili dalla guerra d’Ucraina parla l’amministratore delegato di Enel in un’intervista con il Direttore di Limes. Della terza parte, Il fronte Ucraino, l’articolo di Fabio Mini Che cosa vuol dire vittoria russa o vittoria ucraina, si esercita nel what if, cioè prova a ipotizzare le diverse possibili soluzioni del conflitto, riportando le previsioni di alcuni analisti, dopo aver premesso che «la realtà è che la guerra continuerà a lungo e destabilizzerà ancora di più il nostro modo di vivere. La realtà è che non sappiamo come andrà a finire e che la feroce manipolazione della comunicazione sta dando forma a una percezione falsa dei fatti, nella quale sguazzano i manipolatori a spese dei manipolati». L’articolo di Cristadoro, La guerra dei Roses, potrà interessare gli appassionati di strategia militare. Come scrive l’analista militare, «Allo stato attuale della guerra sembra proprio di assistere alla paradossale evoluzione del matrimonio naufragato tra Oliver e Barbara Rose nella celebre pellicola. Nel conflitto russo-ucraino si può intravedere un parallelo tra il parossistico crescendo di odio devastante tra i due celebri coniugi hollywoodiani e la progressione delle operazioni condotte dai russi in quella che è stata definita la seconda fase della guerra in Ucraina». Una voce intellettualmente onesta dal campo americano, quella di David E. Johnson, invita ad abbandonare la tracotanza occidentale nel considerare i russi una specie di armata Potëmkin.  

Della quarta parte segnalo Non tutte le Ucraine saranno di Kiev di Fulvio Scaglione, mentre l’ultima parte è destinata al Donbas, che, non dimentichiamolo, è la zona in cui gli indipendentisti filorussi combattono contro ucraini addestrati dal 2014 da Usa e Gb e che, ufficialmente, sono stati il pretesto per Putin per iniziare l’opera di denazificazione dell’Ucraina. L’articolo di Mirko Mussetti Le menti ora, i cuori poi: così Mosca russifica l’Ucraina occupata racconta come nelle aree conquistate sia già iniziata un’opera di omologazione alla Madre Russia. «Gli strateghi russi sono convinti dell’impossibilità per le Forze armate di Kiev di ripristinare con la forza l’assetto geografico anteguerra del vasto paese sarmatico. Non hanno e non avranno le forze per respingere l’invasore e i suoi ausiliari (milizie separatiste, kadyrovcy ceceni, Gruppo Wagner) al di là dei confini fattuali del 2021. Men che meno oltre le frontiere del 2013, quando la Crimea non era ancora stata annessa dalla Russia e l’intero Donbas era nelle mani del governo centrale».

Per questo, se in Ucraina da tempo sono state bandite lingua e cultura russe, oggi in Donbas si cambiano i nomi delle vie ( e quanto sia simbolicamente importante la toponomastica i nostri lettori e le nostre lettrici lo sanno bene) ricordando eroi russi in lingua russa, si inalbera la bandiera russa sui palazzi amministrativi, si modificano i nomi agli ingressi delle città scrivendoli in russo e non in ucraino, si restaurano monumenti per lo più sovietici, cambiano i programmi scolastici e si formano i docenti mandandoli a scuola in Crimea e per catturare consenso si offre un buon programma di welfare agli abitanti dei territori occupati, ai quali conviene accettarlo per motivi economici anche se non ideali. Inoltre si offrono anche passaporti russi e acquisto della cittadinanza in modo velocizzato rispetto alle regole generali. «Nelle oblast’ di Kherson, Zaporižžja, Donec’k e Luhans’k è già stato introdotto il prefisso telefonico 007, quello della Federazione Russa. Le schede telefoniche delle compagnie ucraine non funzionano più, il che favorisce la corsa all’acquisto delle sim di operatori russi». L’ordinamento giuridico ucraino non prevede la doppia cittadinanza e questo per il popolo di Zelenskj potrebbe rivelarsi un boomerang. La mossa del Cremlino è una sfida a far sì che l’acquisto della cittadinanza russa implichi una rinuncia a quella ucraina. 

«A good place to understand the present/and to ask questions about the future/ is on the ground,/ traveling as slowly as possible». Con questo esergo di Kaplan, in The Revenge of Geography inizia l’interessante articolo di Greta Cristini,Viaggio nel Donbas, terra mezzosangue. Kaplan sosteneva che «così come la geografia non è una spiegazione per tutto, non è nemmeno una soluzione. La geografia è semplicemente lo sfondo immutabile su cui si svolge la battaglia delle idee. Anche quando la geografia funge da collante (…) gli ideali (…) sono, tuttavia, fondamentali per l’identità nazionale. E quando un popolo non ha nient’altro per unirlo se non la geografia (…), allora il paese è afflitto da un malessere prepotente». L’intento di Mosca è «stringere con una manovra a tenaglia l’eccellenza dell’esercito ucraino nel Donbas». Ma la realtà è molto più variegata e complessa e l’approfondimento della studiosa diplomata alla scuola di Limes la sviscera accuratamente. Tra i tanti passaggi utili a capire il sentimento di questo popolo martoriato riporterò quello che più mi ha colpito: «in questo preciso fazzoletto di terra la dimostrazione di forza e violenza conduce la collettività più autoctona a «farsi scegliere», per la necessità di tirare a campare. Sarà per questo che oltre al duello fra i due belligeranti, i civili rimasti nell’area sono spazientiti dall’ulteriore interferenza americana ed europea, lo «straniero occidentale» che con mire d’influenza mascherate come salvifiche e una buona dose di spocchia paternalistica da colonizzatore del terzo mondo si aggiunge a un conflitto fratricida, esasperandolo. Dentro il rifugio anti-aereo dell’Azot un pensionato settantenne racconta controvoglia che «non sono solo la Russia e l’Ucraina da biasimare, ma anche i paesi europei e gli Stati Uniti. L’Occidente tutto è da condannare perché non dovrebbe interferire nel conflitto, ma lasciare che Russia e Ucraina gestiscano autonomamente le loro dispute. Sono certo che i due paesi da soli troverebbero un accordo».

È il sentimento di sospetto iniziale di chi subisce l’invadenza del conquistatore di turno, quale che sia, ma che è pronto a scenderci a patti, se necessario, perché formatosi nella remissività di un’identità sempre piegata». L’ultimo articolo di questa parte è sugli Accordi di Minsk ed è la preziosa testimonianza di un diplomatico italiano, consigliere del ministro per il Sud e per la Coesione territoriale, già rappresentante permanente dell’Italia presso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Testimonianza preziosa sia perché vissuta sul campo sia perché evidenzia il ruolo dell’Osce. Potrebbe essere un testo da studiare nelle scuole nelle lezioni di geopolitica. L’articolo inizia così, ricordando ciò che i nostri media omettono colpevolmente di ricordare: «La guerra in Ucraina non è iniziata nel 2022, ma nel 2014. Per otto anni il conflitto è stato a «bassa intensità», anche se non per la povera gente che ne ha sofferto le conseguenze e soprattutto per le circa 15 mila vittime, di cui quasi 4 mila civili. Prima dell’invasione russa su larga scala del 24 febbraio scorso, il suo destino era appeso sul piano diplomatico ai cosiddetti accordi di Minsk, l’unico testo su cui fino a oggi il governo ucraino uscito dalla rivoluzione di Jevromajdan e quello russo abbiano trovato un’intesa formale, mediata da Francia e Germania.

Uno degli argomenti di Mosca (e di alcuni analisti) per cercare di «giustificare» l’invasione dell’Ucraina è che, ancora nel novembre 2021, ci sarebbe stato un margine per applicare gli accordi e che ciò avrebbe permesso di scongiurare la guerra. Ma erano davvero implementabili questi accordi?» L’articolo spiega molto bene tutti i passaggi e i problemi degli accordi Minsk I e II e conclude: «Minsk ha garantito quasi otto anni di conflitto a bassa intensità, una definizione cinica e impietosa per le migliaia di morti degli anni 2014-2022, ma purtroppo realistica, se si paragonano quei numeri all’ecatombe degli ultimi mesi. Solo Minsk II e la sua emanazione diretta, ovvero la missione di monitoraggio Osce, hanno permesso di tenere sotto un minimo di controllo lo scontro bellico, che pure continuava sul terreno». Mentre si recensisce l’ultimo numero di Limes veniamo a conoscenza dell’invocazione della «clausola di forza maggiore» («l’atto di Dio») da parte di Gazprom nei contratti internazionali di fornitura con i Paesi occidentali e della sospensione temporanea dai loro incarichi del capo del servizio di sicurezza interno ucraino (Sbu) Ivan Bakanov e della procuratrice generale, Iryna Venediktova, insieme ad altri agenti segreti, diplomatici, giudici e generali, da parte di Zelenskj.  
Chiudiamo con alcune considerazioni dell’editoriale di Caracciolo, come sempre pieno di approfondimenti, come quello sulla storia di Kalinigrad o sull’incapacità degli europei di sentirsi veramente in guerra, e di spunti di riflessione sul what if, che inizia così: «La guerra in Ucraina è fra Russia e Stati Uniti. Posta in gioco l’Europa. Vittima sacrificale, il popolo ucraino. Comunque finisca, l’impero europeo dell’America non sarà quello di prima. Se sarà. Né lo sarà la Russia. Se sarà. Vale, di riflesso, per la Cina, preoccupata di non finire dentro tanto duello. Da questo conflitto nascerà un nuovo disordine mondiale. Non un ordine, perché chiunque vinca, o sopravviva, non sarà in grado di riprodurre la Pax Americana. Nemmeno l’America. Washington resterà il Numero Uno per carenza di alternative. Ma il capoclassifica non potrà ostentarsi egemone globale, né forse lo vorrà». Si spera davvero che nel frattempo la guerra che, come diceva Umberto Eco, deve diventare un tabù, sfoci prima o poi in una tregua e si trasformi gradualmente in «guerra a bassa intensità» che prepari la strada alla diplomazia senza comportare il ricorso alle armi nucleari. Oremus. 

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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