Editoriale. Mind the gap! Ricorda il vuoto

Carissime lettrici e carissimi lettori,

voglio raccontarvi una fiaba. Una storia davvero bella. Di quelle affascinanti, perché sono vere. Piena d’amore e dolcissima. Ho combattuto se aprire o no in questo modo. Poi ho pensato, consigliata anche da una grande amica, che tutti e tutte noi abbiamo bisogno, oserei dire fame, d’amore, di serenità, di contatto. La storia è ambientata a Londra, nella Tube, la metropolitana cittadina dalla forma rotondeggiante, come detta il nome. Anzi si svolge sul marciapiedi, la Platform, davanti a cui si fermano i treni. La protagonista è una vecchina, mi piace chiamarla così, una signora che nella sua vita ha saputo amare.

Si chiama Margaret McCollum. Ogni giorno si reca dentro la metropolitana e resta seduta sulla panchina solo per ascoltare l’annuncio registrato dal marito nel lontano 1950.  Margaret passa così le sue giornate dopo che è morto il suo Oswald Lawrence: si siede sulla panchina e aspetta di sentire quella registrazione divenuta uno dei più celebri Mind the gap (letteralmente ricorda il vuoto, quello oltre il marciapiede, n.d.r.) di Londra. Oswald è morto nel 2003. Da quel momento – racconta la sua storia – Margaret ha trovato il modo di sentire la presenza di suo marito più vicina.  Come in tutte le fiabe anche in questa c’è il momento della prova, del tormento del cuore. Da un giorno all’altro, dopo oltre mezzo secolo, quella voce viene sostituita da una fredda e vuota registrazione elettronica. Presa dallo sconforto Margaret fa richiesta di quel nastro all’azienda dei trasporti della metropolitana londinese, per continuare ad ascoltare la voce di suo marito a casa sua. Ma la direzione dell’azienda, venuta a conoscenza della storia, decide di ripristinare l’annuncio nell’unica fermata in prossimità della casa dove vive la donna: è la fermata di Embankment, dove Margaret ancora va ad ascoltare il suo Oswald.

Per questa storia, per la sua bellezza, ho deciso di raccontarla in apertura dell’editoriale e di rimandare solo di qualche riga le riflessioni, in buona parte tristi, degli avvenimenti accaduti in questi ultimi giorni.

A cominciare dal suicidio, se così si può chiamare, del giovanissimo Alessandro, il tredicenne del napoletano per la cui morte sono stati indagati quattro ragazzi (di cui due minorenni). L’accusa è grave, istigazione al suicidio, ed è rivolta anche contro la sua ex fidanzatina, che probabilmente voleva vendicarsi della relazione finita istigando, forse proprio lei, il bersagliamento, soprattutto con messaggi martellanti su whatsapp, contro questo ragazzino bravo a scuola, desideroso di amore e sicurezza, come tanti della sua età. Alessandro non poteva reggere a tanto bullismo. Un giornalista, mio amico (Luciano Ragno) sulla sua pagina social cita lo psichiatra José Mannu: «Se bastasse una parola, direi: solitudine. L’adolescenza è il periodo della vita più drammatico. Questo perché nel ragazzo avviene un cambiamento corporeo sempre più crescente. E il cervello non riesce a star dietro a questo mutamento. Cresce il corpo ma non altrettanto la maturità. E tutto intorno, intanto, cambia, si modifica, va avanti. Cresce. E il ragazzo si ritrova solo. Indietro. Fuori». Dove trova rifugio, si chiede?«In un gruppo di altri soli. A questo punto avrebbe bisogno dell’aiuto degli adulti. Ma gli adulti sono distratti. Hanno problemi da affrontare in un sistema costruito solo per loro. E poi non considerano i giovani degni di attenzione perché da loro non traggono alcun vantaggio. Anzi, rappresentano, addirittura, un peso perché sono costretti a darsi da fare per il loro domani. E gli adulti hanno già difficoltà a gestire il proprio presente». Altra domanda sorge spontanea: che avviene nei ragazzi in un gruppo di soli? «Avvertono questa solitudine – dice ancora Mannu – la vivono.  In un analfabetismo emotivo reagiscono con un nervosismo che, non controllato, non essendoci esperienza, sfocia talvolta nell’aggressività. E così, quando individuano un coetaneo con un difetto – è grasso o eccessivamente timido, comunque un fragile – proiettano in lui le proprie frustrazioni.  Troppo giovani per comprenderne i limiti. Esagerano. E si arriva alla tragedia». Ecco la sciagura, più di una volta irreparabile come in questo caso, che segue l’azione delle e dei bulli.

Ritorniamo alla storia della signora McCollum, per legarla anche a questo avvenimento, prendendo alla lettera la traduzione di quell’annuncio registrato da Oswald Laurence nel 1950: mind the gap, ricorda il vuoto. Questa frase di protezione, questo vuoto d’amore sentito, fa venire alla mente il Kaze no Denwa, il telefono del vento, che è nato in Giappone su una collina che domina l’Oceano Pacifico, fuori dalla città costiera di Otsuchi. Lo ha inventato un signore giapponese, Itaru Sasaki quando perse suo cugino nel 2010 e decise di costruire, per poter aver la sensazione di continuare a parlare con lui, una cabina telefonica nel suo giardino in cima ad una collina letteralmente battuta dal vento. Si è costruito una cabina telefonica bianca di vetro, in modo che si possa vedere il paesaggio, all’interno della quale si trovano un quaderno e un telefono nero collegato al nulla. Solo un anno dopo la costruzione della cabina, l’11 marzo 2011,ci furono il terremoto e lo tsunami. Sasaki decise allora di aprire a tutti il suo Kaze no denwa, il telefono del vento.
Ci riempie di squallore, ma anche del terrore che incute ogni dittatura, la notizia di quello che è avvenuto a Mosca. Dopo i tristi mezzi funerali di Stato decisi dal Cremlino per Michajl S. Gorbačëv, un grande colpo alla libertà di stampa è stato dato dai vertici politici. Ad essere colpita la Novaja Gazeta, (pronuncia nòvaja gazièta) il giornale fondato proprio da Gorbačëv. Il pretesto è irrisorio: la revoca della licenza per non essersi attenuti alle veline (!) sul conflitto in Ucraina, che non deve mai essere nominata come guerra e come invasione.  Era il giornale di Anna Politkovskaja ed è stato cofondato e diretto dal Premio Nobel per la Pace 2021 Dmitrij Muratov. «Oggi i nostri colleghi che sono già stati uccisi dallo Stato per aver fatto il loro dovere professionale – Igor Domnikov, Jurij Shchekochikhin, Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Natalia Estemirova, Orkhan Dzhemal – sono stati uccisi di nuovo» dicono molti giornalisti russi. Mentre la restrizione verso la stampa si fa sempre più incalzante e un segno tangibile è la condanna, lunedì scorso, presso un tribunale russo, per “alto tradimento” del giornalista Ivan Safronov a 22 anni di carcere. Durante la lettura della sentenza, i suoi sostenitori, presenti in aula, hanno applaudito in sostegno del giornalista. Ivan Safronov ha lavorato per parecchie testate e è stato autore di inchieste coraggiose. Ormai sono esplicitamente in pericolo il diritto alla libertà di stampa e a un processo equo.
Oggi una donna è al governo del Regno Unito, anzi storicamente è la terza! Dopo Margaret Thatcher e Theresa May sale alla guida del Regno Unito Liz Truss, che era ministra degli Esteri. Si è scritto che mai così tante donne sono ora nel Parlamento britannico e segnano un nuovo record con 220 deputate, il 34 per cento del totale. «Ma – avvertono –  l’assemblea continua ad essere dominata per i due terzi ancora da uomini». Liz Truss non comincia il suo mandato con atti proprio di pacifismo incondizionato, visto che in un’intervista risalente ai primi di agosto, in campagna elettorale, rispondendo a una domanda, affermò che se dovesse essere necessario sarebbe pronta, da premier, a dare una risposta nucleare verso Mosca.
La campagna elettorale nostrana continua invece ad avanzare a suon di sciocchezze più o meno gravi, anzi, oserei dire, proprio gravi. Soprattutto sulla questione di genere che, con una donna aspirante Presidente del consiglio, è diventato il cavallo di battaglia, secondo me eccessivamente cavalcato da tutti e tutte. Ed escono fuori orrori come quello con cui pubblicizza la sua candidatura un aspirante deputato nel collegio toscano: «Occuparsi della famiglia 7 giorni su 7 non è un lavoro? Dal 26 di settembre se saremo al governo approveremo una legge per dare uno stipendio e una pensione alle nostre mogli e alle nostre mamme». Così proclama in un video il candidato in questione, promettendo il reddito alle casalinghe e non pensando (o pensandoci troppo bene) che tutto questo discorso riporta la donna a ruoli, come dire, preistorici. Lo spot elettorale ha subito attirato l’attenzione sui social per la sua particolare regia, con le due signore che impersonano, felicissime della promessa, la moglie (che stira) e la madre (che passa la scopa elettrica) del candidato. Si sono scatenati: «É arrivata la televendita elettorale», commenta un utente. «E alle prime 10 telefonate 2 cuscini in omaggio», commenta un altro. Gravissima è anche l’affermazione, e purtroppo proveniente da una donna, di sollecitare la sconfitta dell’opposizione politica a dir poco con un colpo basso. Affermare che se una donna viene stuprata da un clandestino è quest’ultimo ad essere difeso e protetto, certo è una modalità di attacco e vergognosa, ma soprattutto scorretta verso tutte le donne, soprattutto quelle che sono state vittime di stupro da parte di un maschio non educato al rispetto, a prescindere da dove è nato, dal Dio in cui crede, dai valori che porta con sé. Uno stupratore è uno stupratore e basta. Il resto non convince, non ci convince!

Gravissimo, e secondo noi perseguibile legalmente, il messaggio postato sui social da un esponente della Lega, amministratore cittadino, purtroppo ancora in Toscana, in cui appare l’autore che indica una signora rom non più giovanissima e apostrofa :«Vota Lega e questa sparisce». Ho tre amiche, tre donne entrate nei racconti di un libro a cui ho lavorato con piacere, con le storie di tante donne migranti. Ho conosciuto queste tre ragazze rom e ho avuto da loro, come da tutte le altre incontrate, il dono della conoscenza del Bello. Rebecca Covacu, pittrice e violinista, Ivana Nicolic, educatrice, artista e danzatrice e Saska Jovanovič Fethai, ingegnera impegnata nelle conquiste sociali e in lotta contro i matrimoni precoci. Il metodo usato dal politico e amministratore toscano è assolutamente scorretto, qualsiasi cosa volesse dire.

Consoliamoci pensando che in questo settembre (che un tempo fu il mese delle leggi razziali, 1938) un’aula dell’università di Siena sarà intitolata (il 16 settembre) alla grande autrice de La Banalità del male, Hannah Arendt, che ci ha dato con il suo pensiero una lezione di civiltà.

Abbiamo parlato d’amore. Abbiamo iniziato l’editoriale di oggi con una fiaba d’amore. Vorrei allora farvi il dono finale di una poesia d’amore. A scriverla un poeta tra i più amati e grandi, premio Nobel per la letteratura nel 1971. Il poeta è conosciuto a tutti noi con il nome di Pablo Neruda, voluto in onore del grande omonimo Jan Neruda (1834-1891), grande scrittore ceco autore de I racconti di Malà Strana, il quartiere della città vecchia, tra il kafkiano Castello, la collina di Petrin e il fiume Moldava.

Ricardo Eliésier Neftalì Basoalto (come si chiamava all’anagrafe) era nato a Parral, in Cile, il 12 luglio 1904. Il prossimo anno, proprio a settembre, ricorderemo i cinquanta anni dalla sua morte (23 settembre 1973), avvenuta forse per l’aggravarsi del tumore, ma probabilmente perché ucciso dai sicari di Augusto Pinochet. Pablo Neruda fu incoraggiato e avviato giovanissimo alla poesia dalla sua professoressa, Gabriela Mistral, anche lei premio Nobel per la letteratura. Una vita appassionata, la sua, piena di avvenimenti anche importanti e gravi, come l’esilio a causa della sua adesione al comunismo. Fu grande amico di Salvador Allende, che sostenne quando divenne presidente.

Neruda è il poeta protagonista de Il postino, il magnifico film di Michael Radford, ultima sublime interpretazione di Massimo Troisi, dove è vivo questo elogio alla poesia d’amore del grande cileno.
Mentre consegno questo editoriale arriva la notizia della scomparsa della Regina Elisabetta II. Queen Elisabeth II è morta, da quel Regno Unito su cui, al di là di ogni commento, tanto sarà detto e fatto nei prossimi giorni. Noi rimaniamo lungo le note sentimentali impresse in questo numero di oggi, note che riguardano proprio l’isola che ci ha regalato l’arte di Wiliam Shakespeare, di Mark Twain, del poeta Percy Bysshe Shelley (1792-1822, un doppio anniversario) amatissimo dal nuovo re Carlo III e celebrato a Roma con la casa-museo di piazza di Spagna e sepolto, sempre qui a Roma, nel cimitero acattolico. Possiamo dire che anche questa della regina Elisabetta sia una storia d’amore, forte, lo si voglia o no. Una grande storia d’amore della Regina con il suo popolo. Un rispetto ineguagliabile per una donna di grande carattere, di quella dinastia al femminile iniziata con il regno, di poche settimane, dell’imperatrice Matilde, morta il 10 settembre 1167 e proseguita con altre donne (Elisabetta I, Vittoria, le più significative).
Una regina, Elisabetta II, amata anche dalle e dai più giovani cittadini/e del suo regno. Indimenticabile lo spot, girato da lei stessa, impeccabile come sempre, all’ora del the e sulle note We Will Rock You dei Queen, insieme al famosissimo orsetto Paddington, che in queste ore di lutto ha scritto, anche lui commosso, su un social: «Thank you Màam, for everything» (Grazie di tutto).

Sonetto XVII

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Buona lettura a tutti e a tutte

Riprendiamo un tema affrontato nell’editoriale, iniziando a presentare questo numero di Vitamine vaganti con Le donne, il cammino dei diritti, le elezioni, l’articolo che ci rammenta il lungo cammino delle donne per la conquista della parità, con un accenno alle prossime elezioni. Come ricordava Teresa Mattei alla Costituente, «secoli e secoli di arretratezza, di oscurantismo, di superstizione, di tradizione reazionaria, pesano sulle spalle delle lavoratrici italiane…» e ci vorranno moltissimi anni per colmare il Gender Gap, come ci rammenta l’autrice. Ma gli sforzi delle donne per affermarsi in campi abitualmente riservati agli uomini non caratterizzano solo la società italiana: questa settimana su Calendaria ci accompagna Julie Moschelesová, geografa ceca, una donna dalla vita difficilissima e piena di dolore, che «sfidò i pregiudizi del suo tempo e riuscì ad affermarsi nel campo scientifico quando per le donne era ancora impensabile». Di sfide e coraggio è piena la storia delle donne: La dura vita di una pioniera ci farà incontrare la prima donna laureata in medicina a Torino: Maria Velleda Farnè, recentemente sottratta all’oblio da un libro che le rende giustizia.

Continuano le nostre serie: La metà dell’arte. Bo Bardi e Lin ci presenta le opere di un’architetta e una scultrice, alla Mostra permanente presso il palazzo della Procura della Repubblica di Tivoli, curata da Toponomastica femminile.

Con Una stanza tutta per te. Punto di vista narrativo e voce della storia continua il laboratorio teatrale che approfondisce quella che l’autrice definisce «la coscienza attraverso cui è filtrata l’azione della storia, oltre che una sorta di macchina fotografica multidimensionale che vede e può anche sentire, annusare, toccare, interpretare».  Per la serie Viaggiatrici del Grande Nord continuiamo a seguire nelle sue impressioni di viaggio Ester Lombardo, il Nord negli occhi di una giovane giornalista, mentre, a riprova che le vie più numerose intitolate a figure femminili riguardano donne che si sono distinte per il loro altruismo, la passeggiata toponomastica di questo numero ci porterà ad incontrarne una con l’articolo Sulle vie di Prato. Marianna Nistri, benefattrice.

Direste mai che tra lo sport per le donne sia un veicolo di body shaming? In Sport e Body Shaming. Parte prima avremo modo di riflettervi. In questa settimana leggeremo anche un bellissimo Ricordo di Grace Kelly, da diva a principessa, nell’anniversario della sua morte.
Di weiqi, l’antico gioco da tavolo cinese, dei satelliti di Elon Musk e della loro importanza nella guerra in corso e di tanto altro leggerete ne L’agosto di Limes. Parte seconda, la preziosa rivista che ci aiuta a comprendere il punto di vista dei vari soggetti geopolitici nel mondo.
Ancora consigli di lettura per le nostre lettrici e i nostri lettori: Inseguendo un coniglio. Una splendida storia di formazione per ragazze e ragazzi, è l’articolo che presenta Lo straordinario viaggio di Edward Tulane, Le streghe bruciano al rogo, di Maria Letizia Grossi, è recensito in Il giallo è donna, occasione per riflettere sul noir come romanzo sociale, sulle scrittrici e sulle protagoniste di serie ben scritte e coinvolgenti, mentre Le contraddizioni di una società patriarcale, recensisce La metà scomparsa di Brit Bennet, un libro consigliato anche da Barack Obama.
Chiudiamo, come sempre, con una ricetta che ci insegna a non sprecare: Come recuperare le croste di formaggi grana, una serie di suggerimenti per rendere più appetitosi e sostenibili i nostri piatti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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