Editoriale. «È solo la voce che resta»

Carissime lettrici e carissimi lettori,

siamo in autunno. Non sarà facile. Non è una storia facile quella che ci viene incontro. Dall’Italia delle elezioni ancora da incognita e con un sistema elettorale improprio, all’Europa dove la guerra, così vicina, si inasprisce sempre di più, mal governata e con tutti i pericoli futuri, sia economici che di salvezza, minacciata dall’atomica. Dal mondo ci arrivano le notizie delle prepotenze di tanti governi e delle loro polizie che provocano un brivido di terrore per il dolore delle vittime. Intanto quaranta milioni di persone hanno assistito, senza farsi domande, a un funerale. Mentre un microscopico virus, coronato anche lui, non accenna, con le sue trasformazioni eterne, a lasciarci.
Questo è l’autunno appena entrato. Precisamente abbiamo appena passato l’equinozio d’autunno, quando il sole, quest’anno nel venerdì 23 settembre alle ore 3.03, si trova allo zenit dell’equatore della terra e i suoi raggi cadono perpendicolari al suo asse di rotazione, mentre nell’emisfero australe finisce l’inverno e inizia la primavera.
Molta tristezza viene, soprattutto a noi donne, dall’Iran. Non è la prima volta, perché è uno Stato teocratico. Ma in questa circostanza il volto di Mahsa Amini, una giovanissima ragazza di appena 22 anni morta a causa di una ciocca di capelli che usciva dal velo, da quell’hijab che si può considerare d’ordinanza, come in uno stato militare, ci colpisce e ci addolora tanto. Mahsa è morta di botte. Testimoni, tra cui alcune infermiere dell’ospedale in cui è stata ricoverata, sostengono che la ragazza sia stata picchiata più volte alla testa. Il sito finanziato dai sauditi, Iran International, ha ottenuto le immagini della Tac fatta a Mahsa che mostrerebbe una «frattura ossea, emorragia ed edema cerebrale», elementi che corroborano i racconti della famiglia e dei pochi medici dell’ospedale Kasra che hanno parlato in forma anonima con i media per paura di ritorsioni: Mahsa è stata picchiata alla testa con forza.
Non lo vuole ammettere la cosiddetta polizia morale (?) che l’ha arrestata e punita fino ad ucciderla. Qualcuna ha detto che i suoi funerali, che hanno seguito tante e tanti giovani iraniani/e sono stati l’apertura di un’epoca (contrapponendoli a quelli della Regina dei due secoli, che ne ha chiuso una storica nel suo Paese e non solo). Si è detto che la morte oscena di questa ragazza sorridente segni l’inizio dell’epoca del riscatto vero dalle prepotenze sulle scelte di vita, soprattutto delle donne.  Le donne iraniane sono coraggiose, colte, sensibili alle loro sofferenze. Non importa se non tutte. Hanno trovato in questa triste occasione anche la forza dei ragazzi, degli uomini che sono scesi in strada, che hanno protestato accanto a loro mentre bruciavano i loro veli imposti dal regime. Le hanno affiancate come vere compagne di vita persino tagliandosi i capelli, come le loro sorelle offese e violate, in segno di protesta e di solidarietà. Quei capelli che al femminile devono nascondersi agli occhi dei maschi non intimi, quei maschi che in un altro paese teocratico, l’Afghanistan, devono accompagnare una donna ogni volta che esce di casa. Perché lei è l’angelo del focolare e lì, tra il dovere della cucina e l’obbedienza del letto, deve fermare i suoi interessi e i suoi pensieri. Non deve aver bisogno di altro. Le case, si sa, come anche da noi, nascondono tante violenze.
Veniamo a noi. Nella sua grammatica italiana la Treccani, rigorosamente in ordine alfabetico, nel 2012 scrive: «La femmina del cane è la cagna, parola che rappresenta l’evoluzione regolare di una base latina caniam, probabilmente usata nel latino parlato come femminile di canis, cane. È da questa forma femminile che provengono molti dei derivati di cane come cagnaccio, cagnetto, cagnone, cagnesco». Insomma, tutto normale. Il gioco volgarotto di un giornalista e del suo giornale offre solo uno squallido pretesto per continuare a diffondere il clichè che riguarda, questa volta qui da noi, nell’Europa del XXI secolo, il corpo femminile, oltre al tabù verso il suo piacere. Una rabbia malcelata di non accettare il tempo delle parole che vuole l’esistenza del femminile in professioni e mestieri praticati da ambedue i generi. Si può essere in disaccordo? Certo che sì, ma mai trascendendo dal buon gusto del dibattito civile. Ci risiamo.
Intanto è iniziata anche la scuola, in ogni regione d’Italia. Sono continuate anche le morti dovute a quella buona scuola che, volendo l’obbligatorietà del tirocinio, affretta le scelte e non mette in sicurezza i suoi ragazzi e le sue ragazze. Oggi la terza vittima di questo scempio si chiama Giuliano De Seta e aveva aderito con entusiasmo al progetto cosiddetto di alternanza scuola/lavoro (oggi ha assunto il nome di Pcto, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento). Aveva quasi 18 anni e quel lavoro per cui è morto, prematuramente colpito da una lastra di ferro, lo doveva guidare a quello che avrebbe fatto per la vita. Invece la vita gliel’ha tolta, attraverso la scuola, che doveva formarlo al mondo. Lo hanno preceduto Lorenzo Perelli e Giuseppe Lenoci, tutti morti durante il loro percorso di istruzione, durante la scuola! Questi ragazzi morti si aggiungono alle tante morti cosiddette bianche i cui numeri spaventano. Nel 2021 sono state 1.404. Questo è un dato non corretto per le tante persone non denunciate come morti e morte di lavoro. Così come quelle avvenute nell’anno che corre, che già di morti bianche ne ha viste 1.080, vale a dire 120 ogni mese, facile e orribile da dividere per settimane e per giorni: un bollettino di guerra. Tutta la scuola è rimasta colpita dalla notizia della morte di Giuliano: «Sappiamo bene –  dicono – che quanto è successo a Lorenzo, Giuseppe e Giuliano, accade ogni giorno a troppe persone. Non possiamo far finta di non vedere quanto tutti questi episodi siano tutti collegati e tutti frutto dello stesso sistema».
Una bella notizia è arrivata, invece, martedì scorso dalla Corte costituzionale. Una donna, la seconda dopo Marta Cartabia, è stata eletta come Presidente in successione di Giuliano Amato. Si chiama Silvana Sciarra, classe 1948, alunna di Gino Giugni con il quale si era laureata all’università di Bari. È stata eletta con i voti di 11 uomini e 4 donne e ha confermato un’altra donna come vicepresidente, Daria de Pretis, insieme a Nicolò Zanon. Giuslavorista, è stata la prima donna eletta dal Parlamento come giudice costituzionale. A Palazzo della Consulta ha iniziato il suo mandato nel novembre 2014 e lo concluderà l’11 novembre 2023; dallo scorso gennaio ne era diventata vicepresidente, mentre, prima di approdare a piazza del Quirinale, aveva ricoperto il ruolo di professoressa ordinaria di Diritto del Lavoro e Diritto sociale europeo presso l’università di Firenze e l’Istituto universitario europeo.
Così la professoressa Sciarra ha iniziato il suo discorso di insediamento: «Non posso nascondere l’orgoglio di essere stata la prima donna eletta dal Parlamento perché è prevista una maggioranza dei due terzi. Dico questo perché la trasversalità del consenso è quella da cui si trae l’indipendenza». Poi ha continuato scegliendo lo stile del suo futuro linguaggio di comunicazione: «Vengo a una parola ricorrente nel gergo della comunicazione e questa parola è sobrietà. Credo che la sobrietà si addica alla comunicazione e alla comunicazione istituzionale in modo accentuato. Dalla sobrietà l’istituzione acquista autorevolezza, dalla sobrietà e dalla trasparenza e dall’indipendenza. Anche l’indipendenza è una parola importante, il cuore del nostro lavoro».

Abbiamo parlato, purtroppo ancora una volta della sofferenza che tocca le donne. Spesso è causata da un maschio di famiglia, ma anche, e qui è il terribile caso che ha visto la morte di Mahsa Amini, da un regime che esercita una politica maschilista. Per questo ho pensato di dedicare alla giovane e sorridente Mahsa una poesia di una sua consorella iraniana, tra le più grandi. Perché vogliamo tutte e tutti noi trovarci al fianco di quelle e quei giovani (una folla grande) che stanno riempiendo con la loro protesta non solo le strade di Teheran, ma di tutto l’Iran con il sogno di cambiare e la volontà di vivere insieme, forti della parità e della libertà. Una bella e grandiosa lezione che ci viene da lontano per farci riflettere. A poche ore dal voto.
Ho scelto una composizione di Forugh Farrokhzad, giudicata la più grande poeta iraniana, di certo la più celebrata e cara ai suoi compatrioti nell’ultimo secolo. Non so perché tra le tante, bellissime, ho preferito questa poesia. Forse solo per un motivo, personalissimo, estetico. Riporto in parte quello che di lei scrive l’Enciclopedia delle donne: «Nasce in una famiglia della media borghesia e, dopo la scuola dell’obbligo, non si diploma neppure, ma si dedica un poco allo studio della pittura. Compositrice precoce, si fa notare a metà anni ’50 con la raccolta Prigioniera, le cui liriche, così come il titolo, sono per lo più autobiografiche: è lei che si sente in gabbia, tanto che divorzia dal marito, peraltro sposato per amore (ma non le sarà più permesso di vedere il figlio piccolissimo perché è una donna divorziata, ndr). Con un’operazione unica nell’ambito della letteratura persiana, Forugh nei suoi versi parla da donna, mettendo in piazza i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, la sua protesta. Nella vita intreccia legami con vari personaggi, anche sposati, cosa che le attira spietate critiche dalla società iraniana del tempo, che lo scià Reza Pahlavi vorrebbe moderna e spregiudicata, ma che, in realtà, lo è parzialmente e solo a parole.
Nelle successive raccolte la giovane Forugh dichiara poeticamente di aver «peccato in un abbraccio caldo e pieno di passione»; dedica una lirica al suo amato che descrive dotato di «un corpo nudo senza vergogna» da lei nascosto nel viluppo dei suoi seni, mentre si fa vedere per Teheran in compagnia di un celebre intellettuale già maritato. Per sfuggire alla pressione sociale ripara per un breve periodo in Europa, dove riceve premi e riconoscimenti internazionali per un documentario che lei stessa ha girato in una comunità di lebbrosi, La casa è nera (1963). Lì incontra il regista Bernardo Bertolucci, che la rende protagonista di un suo cortometraggio. Rientrata in patria, Forugh continua a cantare i suoi amori, infrangendo sia la morale comune sia i canoni della poesia persiana. A volte risulta amara. La paura della morte crepita nelle ultime liriche, come se Forugh fosse presaga del suo tragico destino: è proprio in un freddo giorno di febbraio che la sua auto scivola su una lastra di ghiaccio e lei muore, poco più che trentenne. Ma la sua voce non si spegne: è la poetessa più tradotta all’estero e la letterata più amata in patria, i suoi versi sono citati da cineasti famosi e ispirano artiste di aree confinanti, quali l’Afghanistan. La sua popolarità è tale da venir spesso menzionata solo con il nome: Forugh. Farrokhzad è ora il simbolo della voglia di vivere e di libertà degli iraniani, un faro della loro cultura, tanto che la sua tomba è meta di pellegrinaggio di tantissimi/e giovani e non, che vi sostano a recitare le sue poesie, fra gli alberi carichi di neve nei freddi inverni di Teheran”. Forugh Farrokhzad muore, come si è detto, giovanissima (nel 1967), purtroppo a soli 33 anni, fatalmente, mentre stava andando a vedere, a Teheran, un film italiano. Forugh Farrokhzad è una donna e una poeta che ancora oggi rappresenta per milioni di giovani iraniani la libertà e la passione. La poesia in Iran, non lo si deve dimenticare, è parte della vita quotidiana ed è molto coltivata.

Saluterò di nuovo il sole

Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.

Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.

Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.

Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.

Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

Forugh Farrokhzad

Buona lettura a tutte e a tutti e andate a votare! Un nostro dovere civico e diritto.

Presentiamo gli articoli che leggeremo in questo numero e che ci faranno incontrare molte figure femminili interessanti. In attesa di scoprire le donne di Calendaria 2023, conosciamo Elisabeth Mann Borgese, la madre degli oceani, una donna dai molteplici interessi, una vera cittadina del mondo, tra le fondatrici di quel Club di Roma che già negli anni settanta ci aveva messo in guardia sui limiti dello sviluppo. Un filo lega questa interessante figura di donna a Nuovi Spazi Musicali 2022: lo storico Festival di musica contemporanea, che si svolgerà a ottobre ad Ascoli Piceno, perché Mann è stata anche una musicista. Non solo di musica, ma di pittura e in particolare di pittura astratta, si parla in questo numero nell’articolo della serie sulle artiste ospitate alla Mostra permanente presso la Procura di Tivoli, La metà dell’arte. Frankenthaler e Choucair, che ci fa approfondire la storia e le opere di due donne coraggiose che si sono cimentate in una delle più difficili e impegnative forme di pittura. Di un’altra grande pittrice e dei suoi dipinti ci racconta Georgia O’Keeffe, tra anticonformismo e fragilità, l’articolo che mette in evidenza le dubbie interpretazioni maschiliste dei suoi quadri floreali. Per la Serie Viaggiatrici del Grande Nord incontreremo La donna tipo tre: Maria Albertina Loschi in Finlandia, un’espressione usata dalla stampa del tempo per indicare la donna che non fosse «né madre e moglie esemplare, né amante dedita al partner, ma persona libera e autosufficiente, in grado di mettere in discussione il sistema sociale patriarcale». Sulle vie di Prato. Rosa Giorgi, benefattrice e mistica è l’itinerario al femminile nella città toscana che ci fa conoscere una mistica dalla vita difficile e piena di dolore.
Una storia di «antifascismo sommerso» in Basilicata, con al centro una donna e le sue grandi capacità ci sorprenderà in Una storia di normalità eccellente, mentre per celebrare l’anniversario della nascita di una «guerriera per la pace», Joyce Lussu, l’autrice di Diario femminista a proposito della guerra riuscirà a farci riflettere sull’estraneità delle donne alla più grande tragedia dell’umanità. Una bella storia poco raccontata e una figura femminile interessante e volitiva sono al centro di Madama Margarita, un anniversario da celebrare degnamente. Parte prima, che ricorda la vita della figlia naturale di Carlo V d’Asburgo e Giovanna van der Gheynst.

Se abbandoniamo la storia del Cinquecento e facciamo un salto nel tempo, tornando ai nostri giorni, dobbiamo convenire che in Italia e non solo ci sono persone che non hanno tutte le competenze per comprendere un testo e che spesso non riescono a capire il significato di quello che leggono. Lingua facile, linguaggio semplificato. Abbattiamo le barriere linguistiche è l’approfondimento che ci spiega la scelta di alcuni Stati di semplificare il linguaggio per renderlo davvero inclusivo.
I nostri consigli di lettura sono suggeriti dall’autrice di Oliva Denaro e la provincia siciliana degli anni ’60, una storia ispirata alla vicenda di Franca Viola.
La stele di Rosetta ripercorre la storia della scoperta dei geroglifici che hanno aperto strade inedite agli studi di decodificazione e di egittologia.
Mancano pochi giorni al 29 di Settembre, Giornata mondiale per il cuore, e l’articolo Al cuore non si comanda. Tu che cuore hai? ci ricorda quanto davvero sia importante avere cura della nostra salute.
La ricetta che consigliamo ha a che fare con un’erba che possiamo trovare oggi anche dal fruttivendolo: Riso con tarassaco e noci, un mix che si annuncia foriero di sapori naturali e di buona digeribilità. E allora non ci resta che augurarvi buon appetito!
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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