In viaggio e nei palazzi: gli incontri nordici di Anna Maria Speckel

Mediterraneo Baltico, il resoconto della permanenza nel nord Europa di Anna Maria Speckel, si sviluppa sulla base delle tesi enunciate nel primo capitolo: le popolazioni di quest’area sono algide e infelici, l’ambiente inospitale; nonostante vi si possano identificare le radici di una “razza” eletta, quella ariana, questo “mediterraneo nordico” è diametralmente opposto al vero Mediterraneo: qui donne e uomini non sanno sviluppare rapporti sereni ed equilibrati. Queste teorie saranno confermate frequentando le persone che vi risiedono. 

Sul treno per Kaunas un «lituano purosangue dal curioso accento romanesco», che non presenta «la compassata posatezza dei teutoni, né dimostra la nervosa vivacità degli slavi» le sembra rappresentare «una razza più antica, vicino al nostro tipo mediterraneo».
L’uomo, che si presenta come Waldemaras (un cognome «come Smith fra gli inglesi»), ha studiato a Roma per diventare sacerdote: la Lituania, infatti, è l’unico baluardo fieramente cattolico nel nord protestante, «una sentinella avanzata»; la Polonia invece, a causa del conflitto con questa nazione, si è rivelata un Paese «orientale e traditore». Inoltre, l’interlocutore stigmatizza l’intervento della Società delle Nazioni, «un covo di malfattori», che ha suddiviso in maniera ingiusta il territorio a scapito della sua Lituania. Lo sconosciuto viaggiatore si congeda con quello che diventerà il refrain di molte conversazioni: «siamo piccoli, ma liberi e indipendenti».

Anche in Estonia, sul treno fra Tartu e Tallinn, l’autrice è «impaziente d’interrogar tutti»: la conversazione affronta argomenti diversi e si ha la conferma dell’alfabetizzazione diffusa nei Paesi del nord, dove molte persone parlano diverse lingue. Un accademico le spiega che in passato, a causa dell’oppressione russa, l’università non si è potuta assumere la funzione di «conservare e difendere la nazionalità»; tuttavia, proprio la «gente campagnola» si è riconosciuta nell’università stessa, che nel Paese indipendente accoglie in numero uguale uomini e donne. Una compagna di viaggio aggiunge che le donne godono degli stessi diritti degli uomini, per cui non hanno nulla da rivendicare, non conoscono il femminismo e preferiscono vivere «ritirate»; nonostante la loro riservatezza, comunque, è stata proprio una donna a comporre l’inno nazionale, confermando le profonde radici del sentimento patriottico. 

Paesaggio di Helsinki

Oltre agli incontri casuali, Speckel ostenta diversi inviti formali: durante il soggiorno a Helsinki partecipa a un ricevimento al Palazzo Presidenziale, introdotta da una signora finlandese. La conversazione fra le due donne si sviluppa su uno degli argomenti più cari all’autrice: l’origine razziale dei popoli. L’amica insiste nello smentire «le dicerie» che accomunano i Finlandesi ai Tartari o ai Mongoli; essi invece apparterrebbero al ceppo indoeuropeo, come ritiene di dimostrare facendo ricorso ai consueti stereotipi: «I caratteri fondamentali somatici e linguistici lo provano all’evidenza. Siamo nordici […] cui il clima rigoroso e la malinconia della natura ha compresso gli impulsi e disciplinato i movimenti, […] un popolo esiguo di pacifici agricoltori (pur sommerso per secoli sotto le ondate di razze e civiltà prepotenti) ha mantenuto e salvato, col solo sforzo della sua volontà invincibile e della sua pazienza memorabile, l’originalità e la personalità della sua anima nazionale». Queste parole riassumono una serie di argomentazioni pseudo-scientifiche diffuse al tempo: innanzitutto la nozione di razza e l’influenza della natura e del clima sul comportamento; quindi la tenacia della popolazione finlandese, contrapposta alla “prepotenza” dei dominatori, e la capacità di preservare, nonostante l’oppressione, una propria identità. 

Speckel viene quindi presentata al Presidente, alla consorte e ad altre personalità. Durante tutto il ricevimento traspare una certa disapprovazione, appena velata da un senso di superiorità, verso l’informalità finlandese: «sorride» di quella che definisce la «patriarcalità» del Palazzo, troppo «famigliare. […] Saliamo per lo scalone, senza guardie, senza uniformi di valletti, quasi senza protocollo». Questi aspetti sono considerati obsoleti e antiquati rispetto a quella “modernità” che la viaggiatrice sente di rappresentare.
L’incontro diretto con il Presidente contribuisce a rendere il quadro ancora più riduttivo; Pehr Evind Svinhufvud era una personalità rilevante, già reggente di Finlandia dal 1917 al 1918, quindi capo del governo dal 1930 al 1931 e infine Presidente della Repubblica. Tuttavia, Speckel non esita a sminuirne la figura istituzionale, definendolo «un tipico esemplare di questa gente […] un vecchio austero […] una figura di onesto uomo […] che deve nutrire più che l’ambizione del Capo di stato il tranquillo desiderio di un dolce riposo nella sua amata campagna». L’atteggiamento di superiorità dell’autrice è evidente nella scelta lessicale: “esemplare”, “gente”, “vecchio”, pur non essendo termini dispregiativi, denotano un palese ridimensionamento del primo cittadino. Per contro, il Presidente si dimostra molto amichevole, quasi riconoscesse la “superiorità” dell’ospite italiana: «mi stende con franchezza la mano: – Italiana! Italiana! – ripete con visibile compiacimento nella nostra lingua; e poi aggiunge in francese un complimento assai gentile per la conferenza su “Littoria e Sabaudia” da me tenuta qualche giorno prima nella sede del Parlamento». Il Presidente continua in finlandese, ma quello che viene colto, al di là della barriera linguistica, è «un nome che pare illuminargli la larga faccia: – Italia! Italia! – gli sento ripetere, mentre tutti consentono, con cenni di ammirazione» e il plauso dagli astanti la inorgoglisce. Successivamente viene presentata alla consorte, anche lei affascinata dal suo soggiorno italiano: «mi parla, quasi sognando, di Roma e delle bellezze del nostro Paese».
È infine la volta di un graduato dell’esercito, che «mi rivolge un saluto in perfetta lingua italiana. Alla mia sorpresa, l’elegante ufficiale soggiunge: – Sono un poco italiano anch’io; anzi, se lei è romana – dice sorridendo – sono pur’io romano de Roma. E mi spiega che è stato vari anni addetto Militare alla Legazione finlandese della nostra Capitale». L’incontro rappresenta un’occasione perfetta, non solo per conversare amichevolmente sulle comuni conoscenze romane ma anche per scambiare opinioni sui due Paesi. Inevitabile la richiesta, da parte dell’ufficiale, delle impressioni della signora in visita; Speckel si dimostra molto diplomatica, affermando che la bellezza «invadente» dei Paesi mediterranei è sostituita al nord da una bellezza «che non è certo inferiore a nessun’altra, ci investe sottilmente, quasi una musica segreta e in sordina e ci penetra nel più profondo dell’animo. Sono Paesi, i vostri, in cui si sente quasi una spiritualizzazione del creato, che forma un grande fascino per noi». Il colloquio prosegue osservando scrupolosamente i ruoli di genere: benché richiesto da Speckel, l’ufficiale dichiara di voler solo accennare, «per non annoiare una signora», alle recenti dinamiche belliche finlandesi, anche se finirà invece per fornire un accurato panorama dei conflitti appena terminati. 

Paesaggio di Stoccolma

La posizione di Speckel sull’emancipazione femminile, già chiarita nel primo capitolo del libro, è ribadita dagli incontri tra donne. Il pranzo organizzato a Stoccolma per festeggiarla le permette di confermare l’opinione per cui le abitanti del nord sono infelici e la loro emancipazione è causa della problematicità dei rapporti fra i due sessi. Tuttavia, non manca di riconoscere loro alcuni meriti: in Finlandia hanno lottato a fianco degli uomini contro i Russi, vedendosi «premiate» con il diritto di voto; in Svezia le donne esercitano una sicura autorità in Parlamento.
In Danimarca, però, sono già evidenti i pericoli della parità, che «ha sorpassato i confini del terreno sociale e di quello politico per entrare senza più scrupoli o dissimulazioni in quello fisiologico». È proprio nel corso del pranzo che solleva «il velo ingannevole della leggenda» dell’emancipazione e ha conferma della validità della posizione italiana, che «ha indovinata la via giusta, a restar donne, e solamente donne». Durante il soggiorno in Svezia l’autrice ha l’opportunità di incontrare un altro personaggio di rilievo: il principe Eugenio, che la invita nella residenza di Djurgarden e la accoglie con una stretta di mano, «un gesto semplice e spontaneo». Speckel non manca di tracciare un parallelo fra conformazione fisica e attitudine artistica, evidenziando «la speciale struttura vigorosa e sportiva dell’uomo nordico. Alto, capelli bianchissimi e, negli occhi sereni, una chiara luce sorridente con quello sguardo particolare ai pittori che scrutano il mondo esterno con sempre vivo interesse». Il principe la conduce in visita nell’abitazione, illustrandole le opere contemporanee e intrattenendola con osservazioni sull’arte svedese. Davanti a una grande tela che ritrae un gruppo di pittori, che egli definisce suoi amici, la visitatrice comprende il «dramma» umano di chi, animato da uno spirito artistico, è stato costretto a sostenere un ruolo regale: «un principe reale deve sempre essere presente al suo rango e deve apparire un poco staccato dalla vita comune»; questi elementi sono, afferma, riconoscibili l’uno nella postura adottata nelle fotografie di famiglia, l’altro nei quadri dipinti dal nobile stesso. Speckel fornisce a chi legge un’ampia panoramica sulla carriera del principe-pittore, dai suoi studi militari a quelli artistici a Uppsala, fino alla residenza a Parigi e all’affascinante itinerario italiano: aveva infatti viaggiato con un amico scultore lungo tutta la penisola, fino a raggiungere Taormina. Sono le parole del principe a ricordare con nostalgia le bellezze d’Italia e il suo clima mite, che gli aveva permesso di dipingere all’aperto anche d’inverno. L’autrice si accommiata, serbando il ricordo di «un’amabilità veramente regale».

 Un nuovo, importante incontro conclude l’avventura durante il ritorno a Helsinki dalla Svezia; mentre attraversa il mare sulla nave rompighiaccio la scrittrice immagina di trovarsi nel «film di una spedizione polare. Uomini e donne chiusi dentro le pellicce più calde, coperti fino agli occhi con berretti pelosi, scrutano l’orizzonte buio, senza parlare. Alle soglie estreme della Primavera» il piroscafo è in balìa di una tempesta che lascia tutti sorpresi. Improvvisamente, compare una figura sorprendente: «Ha l’aspetto di un lupo di mare di queste regioni artiche, ispido e vigilante, mentre scruta il cielo […] qualcuno lo saluta con grande rispetto. Sono vicina e odo una risposta, vibrata e virile, in lingua nordica […] Mi ritrovo davanti un uomo del mio Paese […] una delle personalità più amate in queste terre, ch’egli onora con la sua scienza di grande italiano: l’Accademico Pavolini […] esponente insigne degli studi universali sulla lingua, sulla letteratura e sulla poesia dei Paesi del Nord». Sulla base dei documenti diplomatici esistenti, è difficile immaginare che gli unici due italiani della nave diretti alla stessa meta ignorassero la presenza a bordo l’uno dell’altra: probabilmente l’evento è narrato come casuale per creare un maggiore coinvolgimento emotivo in chi legge e per ribadire l’autorevolezza dell’esperto filologo Paolo Emilio Pavolini (1864-1942), primo traduttore del Kalevala.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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