Editoriale. All’alba il dolore è stanco

Carissime lettrici e carissimi lettori,

voleva fuggire dalla morte incerta, che poteva colpirla sotto le bombe di Kiev. Invece ha trovato qui in Italia, a Fano, la morte, certa. L’ha uccisa a coltellate la mano e la mente perversa di un uomo, probabilmente dell’ex compagno di vita, come da copione di una vecchia, tragica commedia. Anastasja Alashri con la sua “fuga” in Italia, diventata una fuga di non salvezza, voleva proteggere anche il suo bambino. Invece la morte terribile, a coltellate, l’ha trovata qui e il bambino ora è orfano di madre e con un padre assassino. Anastasja Alashri aveva appena ventitré anni e un figlioletto di poco meno di tre. Il corpo martoriato lo hanno trovato nelle campagne di Villa Giulia nel territorio di Fano (tra Pesaro e Urbino). Era giunta in Italia a marzo, in fuga dalla guerra, con l’uomo e il figlioletto. Faceva la cameriera Anastasja, ma era laureata in pianoforte e infatti, oltre al lavoro al ristorante, dava lezioni di musica ed era amata da tutti. Il proprietario del ristorante dove lavorava ha scritto nella pagina facebook: «Abbiamo appreso del decesso di Anastasia Alashiri che lavorava dallo scorso maggio come cameriera nel nostro locale a Fano. La notizia ci ha sconvolto, la ragazza era molto brava e dimostrava grande dedizione per il suo lavoro. Sappiamo che dava lezioni di pianoforte nel tempo libero perché era la sua grande passione. Esprimo a nome mio, della mia famiglia e dei dipendenti le nostre più sentite condoglianze. Rimarrà sempre nei nostri cuori». Questa è la storia di una delle ultime donne uccise qui, nell’Italia che proclamano dell’ordine e della fine della pacchia. Per tutti (evito il femminile, in questo caso per adeguarmi!).

Il delitto e la violenza contro le donne sono una costante di cronaca che fa inorridire e che non tende a scemare. Anzi, aumenta! Una vittima ogni tre giorni (a volte anche in due giorni di seguito). Ogni tre giorni, secondo i dati forniti dalla Gazzetta del Sud, una donna viene uccisa in Italia. Dobbiamo prenderne atto e continuare a parlarne, seppure faccia male leggerlo, ma anche scriverlo. Dall’inizio del 2022 è già capitato 77 volte. Di queste, circa 42 donne hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex compagno o marito. Rispetto allo scorso anno, l’incremento è del 5% circa. Nel mese di giugno si è avuto il maggior numero di femminicidi avvenuti nell’ambito di relazioni (11), spesso finite da poco o che le vittime avevano manifestato la volontà di portare a termine. «Negli ultimi mesi – ricorda il quotidiano mettendo foto e storia dei protagonisti di questa tragedia– si ricorda il caso eclatante della 71enne Domenica Caligiuri, trovata morta lo scorso 2 luglio a Marina di Mandatoriccio, in provincia di Cosenza: il marito, che l’ha accoltellata per gelosia, aveva poi tenuto il cadavere della moglie in casa per circa 48 ore! Come tacere? Come non cercare di parlare e far conoscere una realtà? Perché bisogna dirlo alle giovani e ai giovani (i maschi, tutti, sappiano guardare) che dalle fotografie non appare la brutalità. Bisogna dirglielo, farglielo capire che bisogna stare attentissime ai segnali, anche minimi, da lì comincia. Nello stesso giorno che è morta Anastasja, un’altra donna, a Giugliano di Napoli, ha avuto dieci coltellate dal suo compagno, che, fortunatamente, non l’hanno uccisa, seppure è in gravi condizioni. La cosa è talmente grave che, mentre sto scrivendo questo editoriale, altre 4 donne (solo una non è morta, ma si è salvata casualmente) sono state colpite e da mano maschile!

Poi ci sono le figlie, tante, uccise dai padri, dai fratelli, da altri parenti maschi: per rabbia, per vendetta, per…onore! Notizia fresca è l’arresto in Pakistan di Shabbar Abbass, il padre di Saman, la ragazza uccisa a Novellara, vicino a Reggio Emilia, alla fine di aprile di un anno fa. È stato arrestato in Pakistan per frode, ma intanto l’Italia ne ha chiesto l’estradizione.
Già, le brutte notizie! Ma come non parlare di docenti, maschi, che nella scuola, violano ripetutamente il corpo delle ragazze: con le parole, che molto contano, e con i fatti. La Scuola è il luogo della cultura dove per cultura, che rimanda la sua origine al verbo latino colere, coltivare, significa«concorrere alla formazione dell’individuo sul piano intellettuale e morale e all’acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società». Più comunemente, aggiunge il vocabolario: «è il patrimonio delle cognizioni e delle esperienze acquisite tramite lo studio, ai fini di una specifica preparazione in uno o più campi del sapere». Dove per Scuola si intende principalmente «Una Istituzione sociale…preposta all’istruzione, quale trasmissione del patrimonio di conoscenze proprio della cultura d’appartenenza e alla trasmissione di una formazione specifica in una determinata disciplina, arte, tecnica, professione, mediante un’attività didattica organizzata secondo regole condivise» (Treccani). La Scuola, con la maiuscola, che dovrebbe essere essenzialmente pubblica nella sua accezione di aperta e democratica (fuori, secondo noi dal Merito, perché secondo le già citate parole di Augias, è implicitamente meritevole di essere di tutti e tutte) è offesa nel suo compito da questi accadimenti. I fatti più che spaventare, inquietano.

Prima un brutto episodio da condannare severamente che sarebbe accaduto (il dubbio è doveroso fino a prova contraria) in un liceo artistico romano dove un professore (!) rivolgendosi a ragazze e ragazzi di religione ebraica avrebbe detto spavaldo: «Voi nasoni dovete essere cremati». Poi sono arrivate frasi del tipo: «Così mi provochi» dette a studentesse che si piegavano per raccogliere penne, cartacce, qualsiasi cosa. Questo non è educare, è offendere, e in questo ultimo caso, distruggere la dignità delle ragazze e insegnare (!) ai ragazzi a non rispettare il corpo femminile. In un liceo scientifico la settimana scorsa un professore ha consegnato a uno studente trans di 18 anni il compito in classe che aveva firmato con il suo nome di elezione, diverso da quello anagrafico, grazie al regolamento sulla carriera alias, adottato dall’istituto, che consente a chi è in fase di transizione di genere di utilizzarne uno col quale si identifica. Ma il professore ha barrato quel nome scelto e si è ostinato ad appellare lo studente con la definizione di signorina. La discussione – secondo il racconto di genitori e studenti e come è riportata da un quotidiano, è proseguita davanti alla vicepreside, che stava aiutando e sostenendo lo studente. Ma il professore non è retrocesso di un passo e ha insistito: «Davanti a me ho una donna, non posso riferirmi a te diversamente». Poi sembra abbia concluso: «Ora vedrete voi che succede col governo di destra…».  Che dire poi di un altro docente che si è rivolto a un ragazzo gay facendo riferimento a una studentessa: «Lei è talmente sexy da farti cambiare sponda» e alla ragazza, che era colpevole di essersi levata la felpa: «O ti copri o ti denudi». Le e gli studenti della classe, che si sono sentiti/e offese sia per il ragazzo che per la ragazza, hanno detto al docente che si sarebbero tutti denudati/e, ma l’insegnante ha obiettato cinico e impassibile: «No, solo lei». Dalle aule scolastiche ai social si registrano frasi tipo: «Tu attenti alla mia vita», oppure: «Vi siete divertite? Rimorchio?», e ancora: «Mi spiace che non ti abbia salutata bene, cerchiamo di recuperare al più presto». A seguire, da parte del docente, un invito a uscire insieme, per bere una birra (nonostante la minore età della giovane) o per vedere una mostra!

La Scuola non è questo. La Scuola è quella voluta dalla maggior parte dei e delle docenti che hanno come base del loro lavoro e della loro professionalità l’articolo 34 della Costituzione che recita che tutte/i giovani hanno diritto all’istruzione: «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». La Scuola che i e le docenti vogliono è questa, insieme alle ragazze e ai ragazzi. Così come recentemente ha affermato Gianluigi Beccaria, linguista e scrittore, autore di un recentissimo libro che elogia la lentezza (In contrattempo, Einaudi): «La Scuola va curata e il merito è fondamentale. Però la Scuola è essenzialmente accoglienza. Non è lasciar fuori…È curiosità, è passione. I ragazzi – conclude Beccaria – recepiscono tutto questo dall’insegnante immediatamente. Perché non è tanto importante la Sapienza di chi insegna, ma lo è la passione che può e sa trasmettere».
I giovani e le giovani non devono subire violenza fisica e tanto più psicologica. Eppure il Me too delle ragazzine della ginnastica ritmica si sta amplificando a vista d’occhio e le denunce sono ormai arrivate a 119 con impennate in Lombardia Toscana e Lazio. Tante sono le segnalazioni, per paura rese anonime, ben 78! Anche qui c’è in testa la Lombardia (17), poi la Toscana (13), il Lazio (12) e l’Abruzzo (11). A seguire la Liguria (7), il Veneto, le Marche, il Friuli Venezia Giulia (5) e il Piemonte (3) (fonte ChangetheGame). Così il fatto isolato di due ragazzine sta diventando una questione che interessa e coinvolge tutta l’Italia, tanto che ChangeTheGame ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta, formata da personalità autorevoli e indipendenti dal mondo dello sport,«che faccia luce su tutte le situazioni di abuso oggetto di denuncia anche se relative ad illeciti disciplinari già prescritti, o addirittura definiti dagli organi di giustizia federali con decisione irrevocabile, o dalla Procura Federale tramite accordo senza incolpazione o archiviazione».

È un’Italia devastata da un linguaggio a dir poco inopportuno. Come quello del Presidente del Senato che rimprovera il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (di cui è il secondo istituzionale) di aver cercato di mediare, con il suo corrispettivo francese, per riparare e evitare una vera e seria crisi diplomatica. Come quello del sottosegretario, farmacista, che «sbrocca» (lo hanno scritto in più articoli) contro i vaccini e dice che dubita della loro efficacia per poi rimangiarsi tutto e dire che si è espresso male (conoscevamo già un metodo simile!). O il caso del ministro (della Difesa) che, a microfoni solo apparentemente chiusi, chiama cretino un altro politico, presidente di partito. Che dire di un portavoce del partito di governo che per giustificare la foto in tenuta hitleriana di un sottosegretario fresco di nomina ci svela di essersi vestito tante volte da Minnie? Forse la consorte di Topolino, come giustamente hanno detto, non aveva, però, sulla coscienza sei milioni di morti!

Un ministro della Cultura, dopo venti anni in Rai (in più al tg!) invoca la libertà di fare film su Gabriele D’Annunzio e Luigi Pirandello e altri personaggi in odor di destra, ma non si accorge che non solo i film sono stati fatti, ma soprattutto con la partecipazione diretta della Rai! Poi il carico residuale del ministro degli Interni e per chiudere in…bellezza (ma sa di ridicolo) Matteo Salvini, anche lui ministro di questo governo, proclama ed esterna riguardo alle navi ong: «Se c’è una nave norvegese si fa un colpo di telefono in Norvegia, se c’è una nave tedesca si fa un colpo di telefono a Berlino». Più semplice (!) di così!
Invece noi la questione dei migranti e delle migranti la prendiamo sul serio e desideriamo si tratti con giustizia e soprattutto umanità. Per questo la poesia di oggi è legata alle tante persone costrette a lasciare la propria terra per approdare in altri lidi non sempre accoglienti e sempre difficili da vivere. L’autore è lo scrittore, poeta e filosofo marocchino Tahar Ben Jelloun, uno dei più tradotti al mondo.

All’alba il dolore è stanco 
All’alba il dolore è stanco
il corpo si abbandona sulla terra umida. Lento dalla ferita sorge il sole
mentre la notte ha già preso il largo su una scialuppa
di fortuna.
Forse questa giornata approderà su un colle
e gli uomini si chineranno a raccogliere
frutti di generazioni mandate al sacrificio.
Sono venuto nel tuo paese con il cuore in mano
Espulso dal mio,
Un po’ volontariamente e un po’ per bisogno
Sono venuto,
Siamo venuti per guadagnarci da vivere,
Per salvaguardare la nostra sorte,
Guadagnare il futuro dei nostri figli,
L’avvenire dei nostri anni già stanchi,
Guadagnarci una prosperità
che non ci faccia vergognare,
Il tuo paese non lo conoscevo
E’ un immagine…
Un miraggio, credo, ma senza sole…
Siamo arrivati qui ad informare,
con un canto di follia nella testa…
E già la nostalgia e i frammenti del sogno…
Sopravviviamo tra l’officina
o il cantiere e i pezzi del sogno
Il nostro cibo, la nostra dimora
Dura l’esclusione
Rara la parola rara la mano tesa.
(Tahar Ben Jelloun)

Buona lettura a tutte e a tutti.

Presentiamo gli articoli che leggeremo in questo numero. Cominciamo dalla donna di Calendaria, Izabela Textorisová, la prima botanica slovacca, una donna coraggiosa che ci insegna la perseveranza e l’amore per la conoscenza. Continuiamo con le nostre serie: Educazione alla cittadinanza europea in ottica di genere. Parte quarta affronta i temi del lavoro e della famiglia in una prospettiva di genere; Nelle città norvegesi, per Viaggiatrici del Grande Nord, leggeremo di Kristiania, l’antica Oslo, attraverso gli occhi delle Flaneuses; Parole Male-Dette. Parte seconda ci farà incontrare la magistrata Paola Di Nicola e la psicoterapeuta Federica Guercio, con cui confrontarci sui temi della violenza di genere, nelle sue varie forme. Della forma più brutale e ripugnante della violenza di genere, lo stupro di guerra, riferisce l’autrice di «Pensando a te» un ricordo dedicato alle donne kosovare stuprate in guerra, un racconto terribile e taciuto di cui sui libri di scuola, purtroppo, non si trova traccia. Di donne e politica trattano due articoli, questa settimana: Donne e un nuovo modo di fare politica, la recensione del libro di Annarosa Buttarelli, Sovrane – L’autorità femminile al governo, un excursus che fa memoria di come le donne nella storia abbiano dato un grande contributo culturale a favore dei cambiamenti; e Pensiero politico e questione femminile, l’intervista alla vicerettrice dell’Università di Cassino Fiorenza Taricone, che ha scritto il Manuale di pensiero politico e questione femminile, un testo prezioso che rende giustizia alle tante figure femminili oscurate da un racconto politico monocorde.
 In questi giorni si svolge a Padova il Convegno nazionale di Toponomastica femminile, che riflette sul tema della cura. La filosofia di Elena Pulcini. Cura di sé, cura dell’altra/o, cura del mondo è l’articolo che ci presenta questa grande intellettuale che su questo tema ha scritto pagine fondamentali.

Le rivoluzioni possono nascere da un gesto di disobbedienza ad una legge ingiusta. Ne leggeremo in Rosa Parks, la storia di una donna straordinaria e coraggiosa, «una militante, una partigiana, una donna impegnata e stanca di subire, sempre in prima linea nella lotta». Passiamo da una figura internazionale a una locale nell’articolo Pescia celebra la sua illustre cittadina: la scultrice Bice Bisordi, che recensisce la Mostra Bice guarda Manzù. Di imprese, lavoro delle donne e di molto altroriferisce l’articolo Il futuro è di chi lo fa, verso l’Europa che verrà, che racconta dell’ultimo incontro organizzato a Milano dagli Stati generali delle donne. Esa casa amarilla: l’aborto come non l’avete mai visto è la recensione del film Esa casa amarilla, pellicola che prende una posizione netta sull’aborto, «perché – come scrive l’autrice – è solo con la determinazione che si difendono i diritti».

Nella Sezione Juvenilia l’articolo «Stem» di genere… quando le donne fanno la differenza descrive il progetto della classe 3^A dell’Istituto comprensivo “Egisto Paladini” di Treia (MC), premiato sia al Concorso nazionale Sulle Vie della parità che all’omonimo Concorso delle Marche.
«Anche se la cucina è da sempre in casa il regno della donna e l’arte culinaria appare agli occhi della massa la più indicata per una donna, al contrario la donna è del tutto assente nella storia della gastronomia e le grandi cuoche sono totalmente ignorate dalla letteratura». Verità amara, raccontata nella prima puntata della nuova serie Da cuoche a chef, con l’articolo I secoli dell’anonimato. Parte prima.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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