«Pensando a te» un ricordo dedicato alle donne kosovare stuprate in guerra

Riteniamo che recuperare e serbare gelosamente la memoria degli orrori degli stupri di guerra è un compito a cui non ci si debba mai sottrarre.
Dagli archivi personali ho ritrovato un articolo scritto per la rivista Mezzocielo nel 2016 che ricordava uno stupro etnico avvenuto temporalmente e geograficamente a noi vicino e un’iniziativa, a Pristina per ricordare le vittime kosovare.
12 Giugno 2016: lo stadio di Pristina fu invaso da più di cinquemila abiti femminili per ricordare le ventimila donne stuprate durante il conflitto nella ex-Jugoslavia. L’installazione fu voluta fortemente dall’artista Alketa Xhafa-Mrpa e fu denominata Pensando a te. Fu un atto di solidarietà nei confronti di tutte quelle per cui la fine della guerra non servì a lenire i traumi della violenza subita.
I vestiti furono raccolti in tanti paesi kosovari: Mitrovica, Drenas, Pirizren, Gjilan… Varie personalità della politica, della cultura e dell’arte internazionale vollero partecipare all’iniziativa e alcune donne donarono i loro abiti più belli, consegnandoli con le lacrime agli occhi.
La prima a donare un suo vestito fu la Presidente del Kosovo Atifete Jahjaga che sponsorizzò l’iniziativa come campagna di sensibilizzazione per promuovere la solidarietà alle sopravvissute violentate, «per ridare a queste donne il senso di sé», per testimoniare pubblicamente l’atrocità del crimine commesso. Le donne violentate che ebbero la forza e il coraggio di partecipare dichiararono che quei vestiti appesi, ondeggianti nel vento, rappresentavano «una boccata di aria fresca» che le rendeva più forti e meno sole.
Donne che quasi mai hanno avuto giustizia. Tra tutte quelle immagini degli abiti appesi, due in particolare ferirono i cuori.
Una gonna con la scritta: «ho un’esperienza amara».
Una gonna con la scritta: «In questa gonna è chiusa la storia di una primavera del 1988».

L’installazione Thinking of You dell’artista kosovara Alketa Xhafa Mripa, Pristina, Kosovo, giugno 2015.

In quel conflitto che fu definito “la guerra della porta accanto”, lo stupro fu utilizzato come arma di guerra. Donne abusate per eliminare una razza, costrette a partorire i cosiddetti “figli del nemico”, come in tutti i tempi e in tutti i territori. Ordini ben precisi impartiti ai soldati raccomandavano di eseguire gli stupri in gruppo in modo da rendere impossibile alle vittime future testimonianze circostanziate.
Tra le tante storie quella di un’avvocata e docente universitaria, Jacandra, fatta prigioniera e condotta insieme ad altre trentadue donne al Centro Investigativo Militare di Omarska dove erano a completa disposizione degli istinti sessuali dei soldati. Così testimoniò: «Sono arrivata nel campo di Omarska dopo un viaggio tremendo, fra villaggi distrutti e cadaveri ai bordi delle strade […] mi avevano portato in uno stanzone a vetri a lavorare assieme ad altre donne dalle sei del mattino fino alle otto di sera per preparare cibo ai militari e la brodaglia per i prigionieri […] a turno venivamo violentate tutte. C’era una ragazza molto bella, Edna, la più giovane, che veniva presa più spesso delle altre. Edna aveva sempre tanta paura, tornava tremando, aveva le mani coperte di bruciature di sigarette, era piena di lividi e sempre più magra. Un giorno la portarono via due soldati… non ritornò più».

Quante furono le donne stuprate? Non c’è un numero certo. Il rapporto Warburton della Comunità Europea, pubblicato, nel 1993, ne indicò ventimila mentre Amnesty International e i medici dell’ONU e della Croce Rossa contestarono queste cifre stimandole in cinquantamila.
In quella guerra che quasi non si racconta più, lo stupro fu usato anche come strumento terroristico per costringere le popolazioni ad abbandonare i territori che si volevano occupare e tutte le “parti” in lotta violentarono le donne del “nemico”, anche se sui serbi ricadde la responsabilità di aver organizzato gli stupri in maniera sistematica sulle donne croate e musulmane.
Una storia terribile che perpetua lo stupro non solo come arma di guerra ma come perdita dell’onore di un popolo. Una storia che le nuove generazioni spesso non conoscono, perché non trova spazio nei loro “libri di testo”.
La ricerca in rete mi riserva impietosamente un episodio avvenuto nel 2018. In un ex “campo di stupro” vicino a Visegrad è stato inaugurato un hotel a quattro stelle: “Il Vilina Vlas”. Quell’edificio, dove ventinove anni fa furono stuprate circa duecento donne delle quali nella maggior parte dei casi non si ebbe più notizia, è diventata una struttura turistica con annesso Centro Benessere.
Lì, dove avrebbero dovuto costruire un Memoriale.
Alle donne vittime degli orrori degli stupri di guerra non è concessa né pietà, né solidarietà, né memoria.
Sono soltanto Donne.

***

Articolo di Ester Rizzo

Giornalista, laureata in Giurisprudenza, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) nel corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici, Donne disobbedienti Il labirinto delle perdute.

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