Nilde Iotti, donna nostra

Una vita che è una dedica. Alle donne, alla libertà, a questo Paese e al suo movimento in avanti, dopo la stagnazione sociale e politica della dittatura. Una vita singola che ha marcato il procedere collettivo dell’Italia, che l’ha scrollata e l’ha trascinata, prima nascosta nei vestiti e a cavallo di una bicicletta, poi dentro le aule, in calce alla Costituzione, sugli scranni del Parlamento.
Leonilde Iotti pare aver sempre saputo che la propria vita sarebbe servita affinché innumerevoli altre vite venissero riconosciute, legalmente e culturalmente, da una società polverosa e graffiata dopo le macerie del Ventennio e della guerra. È una donna schierata e trasversale, una donna che sa bene da che parte stare e che, proprio per questo, non ha problema alcuno a rimanere nel mezzo, a mediare nel ruolo istituzionale che ha ricoperto.
Suo padre era un ferroviere socialista, licenziato dal regime a causa delle proprie idee. La madre, una donna dalle mille sfaccettature e dai numerosi impieghi, lettrice vorace, recitava alla famiglia i grandi libri della letteratura, cadenzando la voce a seconda del personaggio.
E la voce che la madre modula pagina dopo pagina, Nilde Iotti la scandisce e la ingrossa, la fa divenire spessa e compatta, massiccia, intrecciata con la corda che tiene insieme tutte le voci costrette fino a quel momento a sussurrare.

Viene mandata a studiare dalle suore, perché meglio preta che fascista, e cresce con un credo sincero e sentito, pur in una famiglia profondamente laica. La sua fede la porta a iscriversi all’Università Cattolica di Milano, dove si laurea in Lettere nel 1942 e dove diventa atea, pur mantenendo – per tutta la vita – il giusto approccio e la giusta mediazione verso il mondo cattolico che ha frequentato. Nello stesso anno è costretta – per poter lavorare – a iscriversi al Partito Nazionale Fascista. Quella tessera, in tasca, brucia la pelle, e meno di un anno dopo, a seguito dell’8 settembre 1943, Nilde Iotti entra nella Resistenza. Sarà la morte di un partigiano comunista, il cui cadavere ella incontra lungo la strada, a farle decidere da che parte stare. Entra nei Gruppi di difesa della donna e diventa staffetta, nascondendo, sotto i vestiti, medicinali, abiti e volantini da consegnare ai combattenti di base sulle montagne. I tedeschi avevano vietato agli uomini di muoversi in bicicletta, ma non alle donne, che forse essi consideravano innocue massaie timorate di Dio e dell’invasore. Ed è invece proprio da loro che passa la linfa vitale della Resistenza. Quella linfa, finalmente, penetra anche nel mondo politico italiano: le donne votano, le donne partecipano. E Nilde Iotti viene eletta membro dell’Assemblea Costituente, entrando nella Commissione dei 75 e andando – così – a scrivere la Costituzione. Tra le numerose battaglie in seno alla Commissione che la vedono protagonista, insieme alle altre quattro donne, c’è la specifica sulla parità di genere inserita all’articolo 3, il riconoscimento del lavoro femminile e il ruolo della donna che, nel matrimonio, diventa finalmente paritario. E per tre soli voti dell’Assemblea Costituente, il non inserimento – accanto alla parola “matrimonio” – del termine “indissolubile”. Quest’ultimo aspetto sarà poi la base dalla quale partirà un’altra grande battaglia combattuta da Iotti: quella sul divorzio.
La sua storia d’amore con Palmiro Togliatti, segretario del Pci, conosciuto durante i lavori dell’Assemblea Costituente, le darà la consapevolezza che di innaturale e sbagliato c’è solo l’accanimento di voler tenere insieme una coppia nella quale i sentimenti e il rispetto non sono più presenti. Questa storia d’amore, durata quasi vent’anni, darà a Nilde Iotti la forza e la prospettiva per combattere per un’istituzione matrimoniale libera da imposizioni; ma sarà, per lei, anche un continuo dovere, una continua necessità di dimostrare che Nilde Iotti non è solo la compagna “del capo”. Nilde Iotti è Nilde Iotti prima e dopo Togliatti, nonostante Togliatti, oltre Togliatti.

I maggiori ostacoli le giungono dai vertici del suo stesso partito che, per tutta la durata della relazione, proveranno a tenerla nell’ombra, non riuscendo però a fermarla. Continua a lavorare, a ricoprire cariche importanti all’interno del Pci, come la direzione della sezione femminile e, con il X congresso del 1962, entra a far parte della Direzione Nazionale. Si impegna – soprattutto – nella strada dell’emancipazione femminile, lottando per trasferire nella legge ordinaria i principi costituzionali che lei stessa ha costruito. Si batte per il riconoscimento dei figli illegittimi e per aiutare le cosiddette famiglie di fatto, auspicando anche la separazione tra rito civile e rito religioso che permetta un’indipendenza sempre più netta tra Stato e Chiesa.
Crede in un’Europa che sia unita e solidale, e arriva a essere eletta anche all’assemblea parlamentare europea. Nilde Iotti vuol far capire alla società quanto essa abbia bisogno delle donne, del loro essere attive e partecipi in ogni aspetto e dimensione. Vuole portare l’Italia a guardare al futuro, lì dove guarda lei, con i suoi occhi così pieni e tesi da intimorire anche una giovane Oriana Fallaci, che la intervista nel 1962.


Quando, nel 1979, viene eletta Presidente della Camera dei Deputati – prima donna nella storia – ha ben nitido l’atto dirompente e rivoluzionario che sta rappresentando e di cui si fa portatrice. E mette, nello svolgimento di quel suo ruolo, una dignità senza pari, perché sa di significare tanto. Sa che lei, seduta su quello scranno, significa che è finalmente giunto il momento per le donne di riconoscersi, di vedere sé stesse, di poter arrivare a riscrivere il proprio ruolo là dove tutto nasce.
Rimarrà a capo di Montecitorio per tre legislature consecutive, e lavorerà con profonda dedizione e investendo tutto l’onore possibile fino al punto di andare, pur di mantenersi super partes, contro gli interessi del suo stesso partito. È anche per questo che il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga le conferirà – nuovamente prima donna – l’incarico esplorativo, nel 1987, di formare un nuovo governo. Il suo profondo rispetto per le istituzioni è presente e forte fino alla fine, quando si dimette dalla vita politica perché la propria salute non le permette più di fare ciò che sente e deve.

Nilde Iotti è stata pronta. Pronta a presentarsi all’appuntamento con la Storia. Non si è mai tirata indietro davanti alle responsabilità che, volente o nolente, le sono state poste innanzi. Non un passo stentato né uno sguardo incerto, bensì la consapevolezza che esserci avrebbe fatto la differenza. Per lei. Per le donne. Per ogni donna. È stata artigiana dell’Italia libera: l’ha pulita dalla corteccia marcia del fascismo, ne ha forgiato, nutrito e indirizzato le radici, l’ha retta, guidata e sostenuta per permetterle di camminare finalmente libera.
È stata nostra.

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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