Madri e Padri della Sociologia. Sociologhe in dialogo. Parte prima

«La Sociologia è probabilmente una delle scienze sociali che proietta un’immagine più maschile». (Luz Gabriela Arango Gaviria, 2011)

Questa citazione della sociologa femminista Arango, dell’Università Paul Valéry di Montpellier, scomparsa nel 2017 a 60 anni, sintetizza molto bene il focus principale del webinar SiD – Sociologhe in dialogo, Madri e Padri della Sociologia. Sfide per la ricerca e la formazione sociologica, che si è tenuto il 14 dicembre 2022, in modalità mista – in presenza e a distanza – presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

Mariagrazia Santagati, del gruppo SiD, che ha moderato l’incontro con Marta Visioli, dottoranda in Sociologia, Organizzazioni, Culture, introduce le relatrici, alcune delle quali intervengono a distanza da Spagna e Argentina: la modalità di incontro mista è sicuramente più complicata, afferma, per la messa a punto degli strumenti tecnologici da utilizzare, ma ha il grande vantaggio di facilitare il dialogo tra Paesi e anche continenti diversi, permettendo il confronto, lo scambio di conoscenze e la condivisione, sia di percorsi avviati da tempo sia di reti che si stanno creando e allargando.
Inizialmente porta il suo saluto, e il ringraziamento per l’organizzazione dell’incontro, Marco Caselli, coordinatore del dottorato in Sociologia, Organizzazioni, Culture; lascia poi la parola a Emanuela Mora che, in qualità di nuova direttrice del dipartimento di Sociologia, augura un buon avvio dei lavori, parlando della rete SiD come di una sfida per trovare altri ambiti di attività trasversali e che coinvolgono il confronto tra generi, tra generazioni e tra specifiche competenze disciplinari. Rispetto al tema e al titolo del seminario odierno, afferma l’importanza di riformulare il linguaggio della Sociologia: fondamentale ricordare che vi sono state anche Madri della Sociologia, troppo spesso dimenticate a livello istituzionale, ma altrettanto fondamentale – nell’annoverarle – non chiamarle Padri, così come chiamiamo le nostre maestre maestri, così come lei stessa fatica a farsi chiamare direttrice di dipartimento, perché immancabilmente evoca l’idea della direttrice di scuola materna o elementare, seguendo una semiotica che è dentro di noi, mentre è veramente maturo il tempo per un’azione sociologica di ricerca, di lavoro ma anche di pratica, che vada molto al di là del politically correct per revisionare il portato semantico del linguaggio che usiamo, per riuscire a farci condizionare un po’ meno dal linguaggio e invece gestirlo un po’ più autonomamente. Quindi ben venga un incontro che aiuti a fare spazio dentro questo tipo di linguaggio per aprire a una pluralità di presenze.
Mariagrazia Santagati, salutando le tante dottorande, dottorandi e studenti presenti all’incontro, ricorda che è trascorso un anno dall’ultimo seminario realizzato su Gina Lombroso e quest’anno l’idea è stata quella di organizzare una tavola rotonda su Madri e Padri della Sociologia, affrontando la sfida di una scrittura scientifica e di una ricerca su discussioni attuali molto accese, sulle citazioni bibliografiche, sulle fonti utilizzate, su come dare conto di riferimenti plurali e diversificati.

La prima relatrice ad affrontare l’argomento è Rita Bichi, docente di Sociologia generale e Teoria e metodo della ricerca sociale dell’Università Cattolica, che ultimamente ha curato un’opera collettiva, un manuale di Sociologia Generale in cui è stato dato ampio spazio alle Madri e ai Padri della Sociologia, come punti di attenzione su cui poter lavorare oggi e nel futuro. Ripensare al contributo delle donne alla Sociologia ha significato, dentro un’impresa così complessa come quella di scrivere un manuale di Sociologia, il provare a decentrare lo sguardo e uscire dal canone segnato dalla tradizione.
Una progettualità in questa direzione ha aperto la porta a tutta una serie di questioni che in effetti erano state in passato poco tenute in conto, fra cui sicuramente il pensiero delle donne, che ha subito come un’operazione di nascondimento nel corso del tempo da quando la Sociologia è nata, mentre tante studiose, che normalmente nei manuali non ci sono, hanno invece anch’esse prodotto pensiero, hanno costruito teoria, hanno dato un fondamentale contributo alla nascita e poi anche alla crescita della disciplina. Un altro aspetto caratterizzante è stato quello di prendere in considerazione tutti i settori scientifico-disciplinari nei quali la Sociologia in Italia è suddivisa.
Questo ha significato inserire all’interno del manuale più di 40 autori e autrici provenienti da 21 università diverse; questa diversificazione, intesa anche come apertura, uscita dal canone, tentativo di decentramento, è stato un tentativo di superare alcune fissità, compresa l’intergenerazionalità, che ha portato tante sociologhe, anche giovani – quindi non solo Madri ma anche Sorelle – a rientrare nella trattazione. All’interno degli scritti, per esempio, di Aline McDonald, ricercatrice canadese, si trovano affermazioni molto provocatorie che risultano, però, utili come possibilità di discussione, come il dire che gli editori potrebbero insistere sull’inclusione e rifiutare di pubblicare libri di testo in cui sono presenti solo sociologi classici oppure ancora il dire che i sociologi, che in qualità di autori, revisori, consulenti di case editrici, professori di corsi, scelgono di seguire una politica sessista e i professori di corsi che scelgono libri sessisti, sono tutti responsabili di questa situazione. Queste parole, afferma la prof.a Bichi, sono in qualche modo delle frustate che ci inducono a riflettere a fondo. Nel manuale, in realtà, sono decisamente in minoranza le sociologhe citate, e questo è sicuramente un limite, ma è però anche una strada d’accesso a un nuovo modo di guardare la disciplina, se non altro per decentrare lo sguardo.

Un’altra occasione di riflessione su questi temi è emersa da un convegno che si è chiamato proprio “Espandere il canone sociologico”, tenutosi a Pisa recentemente a novembre, nel quale si è discusso di questa possibilità di deviare dal canone, di decentrare lo sguardo. Un altro importante convegno si è tenuto a Salerno, “Donne scienza e potere. Una presenza negata”, nel quale hanno potuto dialogare donne come Franca Bimbi, docente di Sociologia e Politica sociale all’Università di Padova, e Francesca Zajczyk, docente di Sociologia urbana e del territorio all’Università Milano Bicocca, insieme a un’altra collega che si occupa molto di questi temi, Giuseppina Cersosimo, docente di Sociologia generale all’Università di Salerno. E anche in quell’occasione sono emerse discussioni centrali rispetto a queste tematiche, come il riconoscere che la Sociologia, come tutte le scienze, sia stata e continui in parte a essere un sistema patriarcale. Questo dovrebbe essere ben noto, noi diremmo, oppure no? Ecco la domanda che vuole sollecitare una chiara riflessione, una nostra reazione, anche dicendo che in Italia è stata data la possibilità alle donne di iscriversi all’università in una data non così lontana nel tempo, perché in Italia “formalmente” le donne hanno avuto accesso agli studi superiori nel 1874, solo formalmente, però, perché poi nei fatti non è avvenuto veramente così.
In ogni caso da allora è evidente che le donne abbiano fatto un lungo percorso, che le ha portate, oggi 2022, a ottenere e detenere il 60% delle lauree, poi c’è un numero pari di dottorati di ricerca fra uomini e donne, ma nei 97 istituti universitari presenti sul territorio nazionale ci sono, in tutte le discipline, soltanto il 27% di professoresse ordinarie contro il 73% di uomini; e se parliamo di rettrici, sappiamo che in Italia ce ne sono soltanto 8: dal primo di gennaio, poiché il Politecnico di Milano ha eletto appunto un’altra donna, saranno 9 su 97. Allora dal punto di vista delle posizioni di potere, non ci resta che dire che siamo ben lungi dall’avere raggiunto qualsiasi forma di parità.

Ma la provocazione, che vuole porre a questo punto la docente Bichi, è che anche questo avanzamento verso la parità potrebbe non essere del tutto una buona notizia, perché i settori che perdono prestigio, potere o possibilità di acquisire ricchezza, oltre a quelli tradizionalmente femminili, sono quelli in cui più facilmente le donne riescono a inserirsi con successo. E il dubbio è che stia succedendo la stessa cosa per l’istruzione universitaria, riguardo le posizioni più elevate della carriera, quelle che danno potere decisionale. Un’altra questione, che è utile indagare, è come sono posizionate le donne nel mondo della cultura, della produzione scientifica, della produzione di conoscenza, di pensiero.
Nei convegni citati sono emerse, tra le molte riflessioni interessanti, due centralità: la prima è la denuncia della situazione dispari ai vertici dell’università, con la necessità di ribadire – ancora oggi, potremmo dire, perché i ricordi degli anni ‘70 non sono così lontani – la realtà di una situazione di subalternità, per non accettarla come scontata, come se fossimo ancora a gridarlo in quelle piazze degli anni ‘60 e ‘70 oppure alle prime riflessioni della metodologia femminista. Disparità che si riversa, poi, inevitabilmente anche nella produzione scientifica. La seconda centralità emersa in questi convegni è quella dei temi che le donne trattano in Sociologia, che sono ancora oggi temi tradizionalmente legati alla riflessione delle donne, dalla gestione del corpo – più spesso intesa come maternità – a quella della cura, dai servizi dell’Asl, al welfare o temi inerenti l’educazione.
Allora la domanda che la docente rilancia è qual è la strada segnata dalle Madri della Sociologia, che noi dobbiamo studiare bene per indagare quali erano i percorsi di ricerca che secondo loro avremmo dovuto seguire: l’emancipazione della donna sicuramente, pensando al periodo in cui hanno scritto, ma si occupavano anche di lavoro, della vita delle città, delle politiche di contrasto alle disuguaglianze, dei problemi per le strategie della conoscenza scientifica. Erano attive in tutti questi campi e allora la docente si chiede se è utile fermarsi veramente alla rivendicazione del riconoscimento delle Madri della Sociologia o lo scopo non sia anche andare incontro ad altre sfide. Questa, secondo lei, è la discussione di oggi, per la quale accenna a due risposte, valide per tutti i campi della vita associata: innanzitutto non rinunciare al “potere”, aspetto con cui abbiamo storicamente avuto un rapporto non semplice, pensando al rapporto donne-potere o con donne di potere.
La discussione è molto più ampia dell’accenno che è possibile fare oggi nel webinar, afferma, ma è sicuramente un tema al quale dobbiamo continuare a pensare. Ovviamente ci sono già in letteratura importanti riflessioni in merito, ma occorre ampliarlo per scoprire il motivo per cui è così difficile il rapporto delle donne col potere. Una seconda possibile risposta è che le donne dovrebbero aiutare le altre donne, ciò che spesso non risulta essere così.
Mariagrazia Santagati, dopo aver ringraziato la docente Rita Bichi per aver aperto così la discussione, suscitando già molte domande in chat per il dibattito che poi seguirà, dà la parola a Maria Del Rocio Navarro Fosar, che, intervenendo a distanza, illustra il suo intervento in lingua spagnola.

Maria Rocio, incontrata da Sociologhe in dialogo a un convegno in Spagna, è un ottimo esempio di come possano nascere dal basso utili reti non istituzionali ed è diventata l’anima di un grande processo di relazioni, di scambio e di riflessione sui tanti temi di interesse comune, che le scienze sociali hanno affrontato e approfondito in questi anni, e non solo su tematiche specificatamente legate agli studi di genere. È dottoranda all’Uned (Universidad nacional de educación a distancia), traduttrice e studiosa di Harriet Martineau, una delle prime sociologhe europee e non solo.
Ha curato il Progetto Mary Jo Deegan, che viene presentato nel webinar in lingua spagnola. Qui riproduciamo alcune diapositive che possono dare l’idea dei contenuti illustrati e rimandiamo alla prossima settimana il prosieguo della narrazione degli altri interessanti interventi e il dibattito scaturito da essi.

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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

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