Rita Levi Montalcini

Il pollice a sorreggere il mento. L’indice e il medio vicino alla testa, in alto, ai lati dell’occhio.
Una posa ricorrente che è un’apertura al mondo intorno, un interesse non celato verso ciò che si dice e si fa, un mettersi comoda ad ascoltare gli altri e le altre perché, se si sa sentire, chiunque può insegnare qualcosa. O fornire uno spunto. O seminare una curiosità. 
Quello che serve è uno sguardo intuitivo e una mente in eterna risalita, perennemente illuminata, così da riconoscere nel buio di una miniera le pietre preziose laddove la maggioranza ha visto sempre e solo ciottoli. E non importa quanto il cunicolo sia nero, quanto la china graffi e sporchi, quanto a volte sembri che l’aria ci venga spinta via dalla polvere dell’immobilità.

La fame di movimento, di conoscenza, la felicità costante nella creatività possono compiere miracoli impensati: possono stracciare i dogmi e, così, far camminare in avanti l’intera collettività; possono far prendere coscienza di sé anche nelle restrizioni e nelle prigioni sociali, e incanalare talmente tanta forza da piegare le sbarre e volare via, lassù dove i sensi spalancati possono finalmente respirare.
E i dogmi, maledetti, sono tanti. E tanti di più se sei donna, se sei ebrea, se decidi di studiare, di diventare medica e di approcciarti alla neurologia. 
Perché Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986, non ha certo avuto la strada spianata da una discesa dolce e accogliente.

La storia pareva aver deciso per lei, ragazza sefardita nata nella Torino del 1909, in una famiglia profondamente colta, certo, ma che aveva nell’ideale vittoriano un punto cardine della propria impostazione.
Un’ideale che la voleva moglie e madre, senza che avulse ambizioni arrivassero a ostacolare questo curriculum già scritto. I suoi piani, però, di giovane donna, sono altri. 
Nonostante le iniziali opposizioni di suo padre, l’ingegnere torinese Adamo Levi, Rita riesce a proseguire gli studi universitari.

In particolare, il bisogno di aiutare, di sentirsi parte attiva, di fare qualcosa in quanto, nonostante tutto, privilegiata, la porta a sognare di fare l’infermiera per poter andare in Africa assieme ad Albert Schweitzer e aiutare la popolazione nell’epidemia di lebbra. 
Ma come in tutte le cose belle, il cambiamento in corso d’opera arriva inaspettato a scombinare le carte già calate sulla tavola. E allora, l’infermieristica lascia il posto alla medicina, mentre la missione sul campo cambia e diventa ricerca: modo di agire apparentemente diverso ma votato comunque a un bene superiore: il progresso di tutta l’umanità.

Nel 1936, si laurea con il massimo dei voti ma la sua carriera, che dovrebbe a questo punto correre verso il futuro, è costretta a fermarsi bruscamente: in Italia arrivano le leggi razziali. 
Ancora una volta, qualcun altro sta provando a scegliere per lei. E questa cosa non le piace, non le va giù. Dopo una rocambolesca fuga in Belgio e un altrettanto avventuroso ritorno in Italia, nelle campagne astigiane, Levi Montalcini si decide a tagliare i fili di quel teatrino orrido e folle che la tiene imprigionata e riprende finalmente il controllo di ciò che è e, soprattutto, di ciò che vuole fare. 

Nella sua camera da letto costruisce un laboratorio: un ago da cucito come bisturi, uno come spatola e uova fecondate di gallina come cavie. Ogni mattina, togliendo una piccola cupola di guscio e coprendo la crepa con della plastica, Rita osserva il comportamento l’embrione all’interno e, in particolare, delle cellule nervose che vanno a contattare i tessuti periferici. Spinta in questo da studi precedentemente condotti dal Viktor Hamburger e dai consigli del suo professore universitario Giuseppe Levi  padre della scrittrice Natalia Ginzburg — e, soprattutto, da una sua intuizione, ella nota una cosa inaspettata: amputando il piccolo arto dell’embrione, le cellule del sistema nervoso che irroravano con una cascata di fibre, dette neuriti, quella parte ora rimossa, ben presto muoiono. Nella mente della ricercatrice si palesa dunque l’idea che il tessuto periferico produca un qualcosa che permette a quelle stesse fibre di sopravvivere. 
È una teoria mai immaginata prima. 
La neurobiologia si sta sviluppando in quegli anni. 

Lo studio del cervello in quanto organo è una cosa del tutto nuova. Vi era una sorta di blocco emotivo nell’approcciarsi a ciò che la cultura popolare, e in parte anche quella scientifica, reputava essere stato donato direttamente da Dio. Ciò che ci si figurava era un sistema reticolare assolutamente imperscrutabile. 

Quando, però, si ha il coraggio di capire che anche il cervello è un organo come gli altri, formato cioè da un insieme di cellule interconnesse tra loro, si pone finalmente il punto di partenza per una assoluta rivoluzione. E, in questa rivoluzione, Rita Lavi Montalcini ha un ruolo determinante.
Con la fine della guerra, nel 1946, vola negli Stati Uniti e, all’Università di Saint Louis, prosegue con la sua ricerca e la sua intuizione. Ponendo in vitro le cellule nervose, in un piattino di coltura, e mettendo loro accanto un sarcoma, scopre che la cascata di fibre tendono a orientarsi verso il tessuto tumorale. Il pezzo di sarcoma, dunque, sta producendo la stessa sostanza del piccolo arto dell’embrione di pollo, con il medesimo scopo di farsi innervare ed entrare così in contatto con il sistema nervoso. Ma di cosa si tratta? Qual è la sua natura? 

Quella che Rita Levi Montalcini ha scoperto è una molecola del tutto nuova, una proteina, la prima di cui si ha conoscenza, a favorire la crescita e la sopravvivenza delle cellule neuronali.
È il cosiddetto NgfNerve growth factor, il Fattore di crescita nervoso, un passo avanti enorme in un campo che a stento veniva studiato e che ora, da questo momento in poi, può avere un approccio assolutamente innovativo. 

La Cenerentola delle scienze mediche, la neurobiologia, sta pian piano divenendo regina indiscussa.
La grandezza di un tale risultato è evidente fin da subito all’intera comunità scientifica, che accoglie Rita Levi Montalcini con malcelato entusiasmo. Un entusiasmo in parte raffreddato, nell’animo della studiosa, dal fatto di essere spesso l’unica donna presente alle conferenze. 
È per questo, anche per questo, che durante tutta la sua lunga vita, la professora Levi Montalcini avrà un’attenzione particolare nello stimolare, incoraggiare e aiutare lo studio femminile.
Uno studio che ancora oggi riguarda le possibili applicazioni dell’Ngf, innumerevoli e complesse, e che hanno portato importanti risultati nella lotta a malattie come il cancro, il morbo di Parkinson o l’Alzheimer. 

Ma c’è un fatto, forse, ancora più prezioso in questa straordinaria vicenda di impedimenti, testardaggine, coraggio e scoperta.
Rita Levi Montalcini è riuscita, nonostante la storia, il tempo, gli innumerevoli fattori interni ed esterni, ad acciuffare la sua pietra più preziosa nel buio del cunicolo che è stata obbligata a discendere. Ha permesso che il mondo tutto, passo dopo passo, si avvicinasse alla meta più rara: la comprensione della mente umana che inizia a capire sé stessa, come uno specchio che raddrizza finalmente la propria immagine riflessa e, in essa, inizia a scorgere la realtà delle cose.
Rita Levi Montalcini è stata un’artista, che ha costruito un capolavoro con l’intuizione, la fatica, il coraggio e un pizzico di fortuna. Ha plasmato il progresso dell’intera specie umana, lasciando ai posteri il messaggio che, laddove ci sono difficoltà, lì bisogna insistere e combattere. Che è poi, come lei stessa ci ha insegnato, l’unico modo per essere immortali.

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

2 commenti

  1. Sempre provato grande stima e ammirazione per Rita Levi Montalcini e mi piacerebbe tanto che l’ospedale nuovo che verrà costruito a Padova portasse il suo nome o almeno a lei veniusse dedicato un centro scientifico. Non abbiamo tante donne premio Nobel nella scienza e non ricordarla mi lascia veramente estereffatta.

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