L’incertezza verso il proprio corpo e il timore di non essere abbastanza attraenti sono due pensieri che sembrano nascere in adolescenza, quando per la prima volta si instaura una relazione di confronto con le altre persone. Il corpo è il primo aspetto che viene messo in discussione nell’affermazione di sé e della propria autostima. Secondo Enrico Prosperi, medico specializzato in psicologia clinica, è proprio in questa fase fondamentale di crescita che si sviluppa una continua ricerca di conferme, una tendenza al confronto e una preoccupazione per il giudizio, proveniente sia dall’interno che dall’esterno.
Quello che costruiamo in quel momento è l’immagine corporea, un costrutto complesso che serve a descrivere “l’immagine cosciente del proprio corpo”, usata soprattutto in campo medico, psicologico e neuroscientifico, ma che può essere utile per spiegare i meccanismi intrinseci alla percezione dell’ambiente e di sé.
L’”immagine corporea” è un concetto che nasce grazie allo psichiatra e psicanalista austriaco Paul Schilder, che lo definisce come «l’immagine del nostro stesso corpo che formiamo nella nostra mente, vale a dire il modo in cui il corpo appare a noi stesse/i» (The Image and Appereance of the Human Body, 1935). È fondamentale, all’interno della definizione che ne dà Schilder, la dimensione della consapevolezza di sé, della propria rappresentazione mentale, che comprende anche le emozioni, gli atteggiamenti e le considerazioni che ne scaturiscono.
L’immagine corporea è un complesso multidimensionale, declinato in diverse componenti interdipendenti tra loro: la parte cognitiva è proprio quella della consapevolezza, perché riguarda i pensieri e le credenze che le persone hanno nei confronti del proprio corpo; la componente affettiva, che fa riferimento ai sentimenti e agli atteggiamenti; quella comportamentale è una dimensione che si rifà alle azioni che servono al controllo e alla manipolazione, fino ad arrivare all’occultamento di determinate parti del proprio corpo (tra gli esempi troviamo l’utilizzo di diete, di artefatti, il ricorso ad attività in palestra); la dimensione percettiva concerne le modalità con cui ci percepiamo (sensazioni propriocettive, interocettive, tattili e visive).
Insieme alle esperienze e alle nostre memorie, tutte le componenti contribuiscono alla costruzione dell’immagine del nostro corpo.
Lo schema corporeo è un ulteriore concetto di stampo psicologico e medico, molto legato alla definizione di immagine corporea, in quanto fa riferimento anch’esso alla rappresentazione mentale, ma che in questo caso è inconscia: una rappresentazione fluida necessaria per i processi sensoriali e motori.
Una volta compresi questi meccanismi psicologici di formazione e costruzione dell’immagine di sé, è possibile analizzare anche i casi di distorsione e manipolazione delle percezioni del proprio corpo.
Si delineano due differenti situazioni: da una parte il disagio corporeo, che è un processo cognitivo di comparazione tra il “corpo ideale” e quello “percepito”. Secondo una definizione puramente psicologica, si parla di un’«alterazione delle componenti affettive e cognitive dell’immagine corporea ed è collegato ai comportamenti a essi associati», come nel caso dei comportamenti di body checking o nel fenomeno estremo del self-harm. La seconda declinazione riguarda invece il “disturbo dell’immagine corporea”, che associa le stesse caratteristiche e le stesse condizioni del disagio corporeo anche a un disturbo percettivo delle forme e delle dimensioni.
La manifestazione della distorsione dell’immagine corporea può quindi avvenire sia come disturbo della percezione, che come disturbo del concetto: il primo si riferisce all’impossibilità di riportare una valutazione realistica delle dimensioni del proprio corpo, è una vera e propria visione distorta. Il secondo, invece, riguarda l’insoddisfazione, ovvero tutte le considerazioni e i sentimenti negativi nei confronti della propria forma. In altri termini, la tendenza all’insoddisfazione corporea si basa sulla presenza di una discordanza tra la «percezione dell’immagine corporea e la sua immagine idealizzata».
Il disagio corporeo e la distorsione della propria immagine non sono aspetti esclusivi delle malattie gravi, come i disturbi alimentari e il dismorfismo corporeo, pur essendone parte integrante. È scientificamente dimostrato ormai che la distorsione della percezione del proprio corpo è un fenomeno tipico anche delle persone sane, soprattutto durante alcune fasi delicate della crescita. La diffusione capillare dei social network, a partire dal 2010, ha portato a un incremento degli studi sugli effetti di Internet e sulle ricerche orientate alla misurazione dei comportamenti di dipendenza degli utenti. I social media hanno rivoluzionato la comunicazione e con essa anche tutti i meccanismi di relazione e di influenza reciproca tra media ed essere umano. Tra i social network a disposizione vi è Instagram, quello che sembra essere il più incline a influenzare negativamente in questo senso. Le pressioni socio-culturali, che derivano dall’uso eccessivo del mezzo – che in molti casi sfocia in forme di vera e propria dipendenza – possono assumere un ruolo decisivo sulla soddisfazione verso il proprio corpo. La motivazione è da far risalire – tra le altre cose – all’abitudine di utilizzare filtri che cambiano la propria immagine, con il rischio che possano indurre, o addirittura imporre, standard idealizzati e talvolta irraggiungibili. Si sviluppano dei comportamenti di continuo paragone tra i nostri corpi, costantemente sottoposti a un inesorabile e implacabile giudizio, e i corpi perfetti e spesso innaturali che scorrono sui nostri feed di Instagram.
La relazione di dipendenza che si può instaurare tra l’utilizzo dei social network e l’incremento dell’insoddisfazione corporea è analizzata attraverso due teorie. La prima è la teoria socioculturale, conosciuta anche come “Modello tripartito di influenza”. È l’idea secondo cui gli standard di bellezza variano per tempo e spazio, cioè per il contesto in cui sono calati: nel caso della cultura occidentale attuale l’ideale di corpo “bello” corrisponde a “magro, ma formoso” per le donne, e “muscoloso e longilineo” per gli uomini. Le variabili socio-culturali che contribuiscono alla soddisfazione o l’insoddisfazione corporea sono il gruppo dei pari, la famiglia (in particolare i genitori), e il sistema dei media, che comprende la televisione, le riviste, i film, e ora anche i social media.
Nel secondo caso lo standard della cultura occidentale tende a favorire la considerazione del valore delle persone in base all’attrazione sessuale. È quindi il corpo a essere il focus dell’osservatore, un comportamento che viene ulteriormente accentuato su Internet.
Questo rapporto tra i social network e i meccanismi di costruzione dell’immagine corporea è in realtà un processo articolato in fasi. La prima inizia con l’esposizione prolungata a un feed costellato di corpi standardizzati, una condizione che risente molto dei fenomeni di filter bubbles ed echo chambers. Sono due condizioni che comportano una reiterazione, da parte degli algoritmi delle piattaforme, dei contenuti che più attirano la nostra attenzione o con cui interagiamo. La seconda fase è quella del confronto: il paragone con le altre persone è, sì, una tendenza non esclusivamente legata ai social network, ma è un comportamento che subisce un forte incremento con essi. La causa è l’aumento della frequenza delle opportunità di confronto, ma anche l’allargamento della platea. Se prima dei social network le possibilità di comparazione riguardavano il gruppo dei pari di nostra conoscenza, o al massimo i personaggi del mondo dello spettacolo, adesso la competizione avviene con praticamente tutto il mondo.
La conseguenza è lo sviluppo di un forte senso di inadeguatezza e la ricerca costante e ossessiva di conferme: la volontà di ricevere approvazione da un lato e l’avversione verso tutte le forme di disapprovazione dall’altro.
Di particolare interesse negli ultimi anni sono stati la nascita di movimenti di body positivity, già presenti tra gli anni Sessanta e Novanta, ma che hanno avuto nuova linfa grazie ai social media. Sono collettivi che hanno come principio fondante la volontà di restituire dignità a ogni tipo di corpo. Hanno l’obiettivo di proporre una visione diversa da quella secondo cui il valore di una persona sia determinato dalla sua forma fisica, e che soprattutto quel valore dipenda dal rispetto di certi beauty standard. Queste forme di attivismo si inseriscono all’interno di una tendenza ancora più diffusa, tipica della Generazione Z, che viene definita woke culture, un’attenzione dei e delle giovani verso le ingiustizie e le discriminazioni.
Se quindi sui social network conosciamo forme di prevenzione e divulgazione su queste tematiche – con tutti i limiti e i difetti del caso – lo stesso non si può dire per gli altri ambiti della vita sociale di ragazze e ragazzi. È necessario studiare un piano di azione che possa colmare un vuoto che sta diventando sempre più ampio: quello dell’alfabetizzazione mediatica. L’obiettivo dovrebbe essere quello di educare la comunità più giovane, quindi, agli eventuali pericoli di un uso non consapevole del mezzo Internet, che possa rendere chiari i rischi dei social network anche da un punto di vista psicologico e che possa mettere a disposizione di tutte e di tutti gli strumenti per un supporto professionale adeguato.
Per approfondire
https://www.unipd.it/news/corpo-instagram
http://www.psicoclinica.it/il-corpo-vittima-dei-social.html
https://www.stateofmind.it/2023/02/social-media-immagine-corporea/
https://www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-comportamento-alimentare/immagine-corporea-definizione-caratteristiche/
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Articolo di Elisa Pasqualotto

Laureata in sociologia e attualmente iscritta al secondo anno del corso di Media, comunicazione digitale e giornalismo. Nei suoi studi si occupa di informazione giornalistica e comunicazione politica, relazioni internazionali e media studies. È appassionata di letteratura, fotografia e yoga.

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