Via Antonio Gallonio n°23. La casa di Rosa Pisaneschi

Ho conosciuto Rosa – Rosina – Pisaneschi alla fine degli anni Settanta nella casa di suo figlio Paolo Spaini, immortalata in un ritratto ovale che la pittrice Leonetta Pieraccini aveva realizzato nel 1923. Rosina, morta diversi anni prima nel 1960, leggermente sorridente mi offriva il suo sguardo, due occhi incredibilmente azzurri che, non so spiegarne il motivo, mi parvero appannati da chissà quali pensieri. A distanza di tanti anni sono andata alla ricerca di quegli occhi che hanno ripreso a parlarmi e a dirmi che il destino, a volte, non prende gli stessi sentieri dei sogni e dei desideri, ne prende altri mai immaginati e pensati, talvolta migliori, sovente peggiori. È capitato a molte donne di procedere così nella vita e spesso il progressivo allontanamento dai propri progetti è dipeso dal logoramento di un’intesa costruita con un uomo precedentemente amato.
È andata così nella vita di Rosina Pisaneschi, brillante e promettente germanista, elegante traduttrice che si è trovata imprigionata tra le mura domestiche e nei ruoli di madre e di moglie. A lei è dedicata questa lapide immaginaria da collocare al numero civico 23 di via Antonio Gallonio, dove ha vissuto per moltissimi anni.

Leonetta Pieraccini, Ritratto di Rosa Pisaneschi Spaini, 1923, per gentile concessione di Albertina Vittoria
Alberto Spaini

Per Daria Biagi, che ha ricostruito le vicende professionali di Rosa Pisaneschi, le reti familiari intorno a lei sono state trappole capaci di oscurarla in modo costante e metodico e solo «apparentemente minimale». Relegata nel cono d’ombra del marito Alberto Spaini, germanista anche lui, traduttore, scrittore e giornalista, Rosina ha subito un vero e proprio sgretolamento dell’identità e della sua attività intellettuale e professionale già quando era in vita; progressivamente e inesorabilmente è scivolata nell’oblio e, dopo la morte, la sua figura è del tutto svanita dal panorama culturale del Novecento. Osserva Daria Biagi che alla dispersione del suo lavoro di germanista e traduttrice ha molto contribuito l’obbligo di assumere il cognome del marito dopo il matrimonio. Essere apparsa nelle pubblicazioni come Rosina Spaini ma anche come Rosa Pisaneschi o più sinteticamente come “R. Spaini” e “R. Pisaneschi” rende complicata la ricostruzione dei suoi percorsi professionali, frantumati in informazioni apparentemente diverse e, sottolinea Daria Biagi, «ancora oggi l’OPAC nazionale conserva tre record diversi per lei, che sfugge così anche alle implacabili pinze dell’intelligenza artificiale».

Elaborazione grafica di Maria Pia Ercolini

Eppure le premesse per una vita brillante, indipendente e gratificante c’erano tutte.
Rosa Pisaneschi, nata a Siena nel 1890 in una famiglia benestante, riceve un’adeguata formazione scolastica e universitaria; dal 1910 è a Firenze dove segue il corso di laurea in Lettere nell’Istituto di Studi Superiori e comincia a frequentare la redazione della rivista La Voce. Conosce, tra molte persone, due giovani intellettuali triestini, Scipio Slataper e Alberto Spaini, legati da una profonda amicizia e da qualche rivalità amorosa che Giuseppe Prezzolini commenta così: «Io non riesco mai a capir nulla. Il povero Spaini è innamorato della Pisaneschi, ma io credevo fosse corrisposto, ora almeno, invece no, e pare che la Pisaneschi sia innamorata di Slataper, che ne è tutto vergognoso e arrabbiato per l’amicizia con Spaini».

Scipio Slataper, Alberto Spaini e Rosina Pisaneschi sul monte Secchieta, 1910, per gentile concessione di Albertina Vittoria

Un garbuglio amoroso destinato a chiudersi con il fidanzamento tra Rosa e Alberto e un primo soggiorno di studio a Berlino da sola.
Alla fine del 1911 il trasferimento all’università La Sapienza di Roma dove Rosa diviene una delle più apprezzate allieve del professor Giuseppe Antonio Borgese, docente del corso di Letteratura tedesca. La segue Alberto Spaini che nei primi mesi del 1912 scrive a Prezzolini riguardo alla traduzione del volume Le esperienze di Wilhelm Meister di Goethe: «Il Meister: son fatti tre libri, ed è incominciata l’introduzione. Del come è tradotto, sono abbastanza contento. Spero di mandarlo alla metà di maggio. Del resto è lavoro facile: pagine di media difficoltà, se ne fan tre in un’ora, e quasi subito bene». A questo lavoro di traduzione Rosa e Alberto lavorano fianco a fianco, anche se nella lettera il ruolo svolto da lei è glissato e viene ricordata solo nei saluti finali: «[…] tanti tanti saluti alla signora, anche a nome della Pisaneschi (che Borgese ha lodato e stralodato per l’Ofterdingen)». Il loro è un sodalizio amoroso ma anche lavorativo, un legame profondamente intellettuale e culturale in cui, forse, non manca qualche sottile e strisciante rivalità, come quel «lodato e stralodato» lascerebbe intuire.
Dopo l’estate del 1912 un secondo soggiorno a Berlino fino al maggio dell’anno successivo. Questa volta Alberto segue Rosa che si sente fiera delle sue attività e delle sue passioni culturali, anche in nome dell’amore per il compagno. Un sentimento difeso in molti modi dall’ostilità della sua famiglia, soprattutto quella del padre, stimato medico di Siena, che manifesta più di un dubbio nei confronti di quel giovane triestino squattrinato e dalla professione incerta. I due fidanzati, quando non si frequentano, si scrivono brevi missive in tedesco per eludere i controlli familiari e nelle parole di Rosina, scritte nel luglio del 1913, c’è tutto l’entusiasmo giovanile: «Dobbiamo aspettare fino a Berlino, credo, per stare da soli: allora ci rifaremo, mi dicevo nella mia stanzetta. A volte mi viene un po’ di tristezza quando penso che dobbiamo tornare a Berlino […] Ma poi penso che lì possiamo lavorare e stare insieme e allora saremo felici anche in Germania […] Aspetto una lettera e ti bacio. La tua piccola Tata».
Partono per la Germania in autunno, dopo aver visto pubblicata da Laterza la traduzione del libro Le esperienze di Wilhelm Meister di Goethe, il «lavoro facile» di cui Alberto aveva scritto a Prezzolini. Li animano nuove passioni culturali, quella per Thomas Mann soprattutto, che probabilmente si è accesa per prima in Rosina che contagia il fidanzato. Comunque sia andata, il soggiorno berlinese è l’occasione per approfondire la conoscenza dell’autore tedesco che in Italia è poco sconosciuto e apprezzato. Dal carteggio tra Spaini e Prezzolini si scopre che Alberto non naviga nell’oro, i suoi articoli come corrispondente non vengono pubblicati con regolarità sui quotidiani italiani e i compensi risultano altrettanto saltuari. Al contrario «la P.» ‒ come spesso Alberto chiama la sua fidanzata nelle lettere ‒ «guadagna in media 200 marchi al mese ed ha così la vita assicurata» e a Berlino «oramai è stabilita bene».

Goethe, Le esperienze di Wilhelm Meister
Georg Büchner, La morte di Danton

Il 1914 è un anno con molti risvolti positivi per Rosina che pubblica un saggio sul periodico Il Conciliatore di Borgese dedicato all’opera di Georg Büchner, scrittore e drammaturgo tedesco probabilmente conosciuto nel corso dei soggiorni berlinesi quando i teatri cominciarono a riproporre le sue opere; anche la sua traduzione del libro Enrico d’Ofterdingen di Novalis ‒ tanto “lodata e stralodata” ‒ vede la luce nel 1914, anticipando di poco la discussione della tesi di laurea, sempre su Novalis, che fu accompagnata dall’apprezzamento del suo relatore Borgese. Nell’estate dello stesso anno si è anche sposata con Alberto e ora intreccia la vita matrimoniale con il lavoro di traduttrice; si cimenta con i testi di Mann ed è questo uno dei suoi meriti non riconosciuti: aver contribuito ad aprire la cultura italiana verso panorami più vasti e internazionali e verso il romanzo, genere letterario spesso considerato di minor valore rispetto ai testi poetici. In occasione del matrimonio tra Pisaneschi e Spaini, Prezzolini invia allo sposo una lettera di auguri infarcita di disapprovazione verso gli interessi di Rosa: «Congratulazioni alla Signora per il coraggio di mettersi a tradurre Th. Mann. Ecco una borsa di studio male spesa, se ci deve costare codesta traduzione!».
Al di là del giudizio tagliente di Prezzolini, Rosa può considerarsi soddisfatta di quanto ha seminato e di quanto comincia a raccogliere. I soggiorni all’estero le hanno permesso di venire a contatto con ambienti culturali internazionali e di avanguardia, di aprirsi verso prospettive letterarie più ampie rispetto agli scenari nazionali; la sua sensibilità, le sue capacità professionali e intellettuali le vengono riconosciute e sono considerate allo stesso modo di quelli del marito. Almeno fino a quel momento.
Tra il 1915 e il 1919 la famiglia Pisaneschi-Spaini ‒ dal 1918 allargata a tre componenti per la nascita della primogenita Giuliana ‒ si trasferisce in Svizzera per il lavoro di corrispondente estero di Alberto e Rosina continua a tradurre, da sola o con lui. Annota Alberto in una lettera da Zurigo del 1917: «Mia moglie progetta grandi cose»; all’orizzonte anche un programma letterario ambizioso, quello di un’antologia di autori tedeschi che Rosa dovrebbe curare e Palazzeschi seguire. Nel 1920 escono con la sua sola firma le traduzioni dei racconti di Mann Tutto dev’essere in aria e Tonio Kröeger e dai primi anni Venti, tornata a vivere stabilmente a Roma, Rosina traduce con regolarità per la casa editrice Carabba. Sono questi gli anni in cui Leonetta Pieraccini esegue il suo ritratto ovale, esposto al Palazzo delle Esposizioni in occasione della Seconda Biennale Romana inaugurata il 15 novembre con l’intervento del Re e di Mussolini.
Nel 1925 nasce il secondogenito Paolo e il parto lascia conseguenze nella salute di Rosa che per diversi mesi si allontana da tutto. Cominciano a manifestarsi alcuni segnali che aprono la strada al progressivo “sgretolamento” della sua carriera professionale. Nel 1926 viene pubblicata una raccolta di racconti di Thomas Mann dal titolo Ora greve e altri racconti che comprende quelli già tradotti unicamente da Rosa e altri tradotti a quattro mani col marito. Nonostante ciò l’editore Morreale sceglie di riportare sul frontespizio integralmente il solo nome di Alberto Spaini, di abbreviare quello di Rosa con «R. Pisaneschi» per poi limitarsi, nella quarta di copertina dove si trova l’elenco dei titoli, alla sola citazione di Alberto.

Thomas Mann, Ora greve e altri racconti

Si ripropongono negli anni altre “sviste” simili, con il nome di Rosa limitato alla sola iniziale o cancellato a tutto vantaggio del coniuge. All’interno delle mura domestiche il suo lavoro di traduttrice prosegue anche se ufficialmente i suoi contributi scompaiono, resi invisibili dal suo stesso compagno di vita. Un caso clamoroso è quello che riguarda la traduzione del libro di Kafka Il Processo commissionato a Spaini nel 1933. Kafka è un autore complesso e il lavoro va probabilmente a rilento tanto che Alberto si trova costretto a giustificarsi coll’editore: «Il manoscritto di Kafka è di 200 fitte pagine scritte a macchina. Se vuole posso mandarle subito 2/3 del lavoro: da foglio 64 alla fine. Il resto sarà pronto per il 5-6 di maggio». Come ha osservato Daria Biagi nel corso del convegno La donna invisibile. Traduttrici del primo Novecento italiano del 2021, i due terzi del lavoro menzionati sono pronti perché sono stati eseguiti da un’altra persona più veloce e molto efficace ‒ Rosina ‒ che nel silenzio delle mura domestiche agisce come una vera «traduttrice-fantasma». Resta nell’ombra e chi le è più vicino, e fino a pochi anni prima era complice e sodale, non fa nulla per rendere visibile il suo contributo: in questo caso l’attribuzione di meriti non propri ha un suono particolarmente stridente.
Rosa è aiutata ancor meno dall’epoca in cui vive, quella del fascismo, quando l’unica dimensione femminile accettata era quella materna e familiare e le donne subivano l’allontanamento da molte attività lavorative e professionali. Lei è sempre più distante dal mondo che aveva frequentato anni prima, sente che i suoi sogni e i suoi desideri si stanno sfaldando. In una lettera a Olga Signorelli dell’ottobre del 1933 scrive: «Carissima Sig. Olga telefonai giorni fa a Maria per domandarle se sapeva che Lei avesse costà le lettere di Rilke […] Io vorrei estrarne dei brani: vorrebbe mandarmeli? Mi rendo consapevole dell’enorme fastidio che le do pregandola di farmi un pacchetto […] Ma ho bisogno di lavorare – per togliermi almeno il più possibile a una poco piacevole realtà – e soprattutto per quella gioia che mi dà il lavoro. […]».
Rosa annaspa in una vita che non assomiglia più a quanto aveva costruito anni prima, ma non sembra lottare per riavere il suo posto nella realtà editoriale italiana quanto piuttosto per riappropriarsi di personali spazi culturali che servono, come bolle di ossigeno, per sopravvivere.

Rosa Pisaneschi nel 1950, Archivio privato
di Albertina Vittoria

Le strade di Rosa e Alberto divergono negli anni, lui proteso nel mondo esterno e professionale, anche con nuove passioni amorose a coinvolgerlo, lei ritirata all’interno della sua casa in mezzo a scampoli di una professione nascosta e rabberciata. Molti anni prima, nel 1911, Alberto si era trovato a essere testimone dei dissapori tra Prezzolini e sua moglie Dolores Faconti: «[…] c’è qualcosa fra di voi che mette un po’ d’ombra. […] Io ho parlato qualche volta con D. ed ho inteso in lei una grande sfiducia; una grande tristezza perché le pare d’essere molto fuori dalla tua vita, un po’ forse d’impaccio. […] Un po’ alla volta […] incominciò a parlare, e a raccontare, e a dirmi che lei sentiva molto bene che in casa tu non potevi stare, che ti trovavi male perché il bimbo piangeva, non potevi riposare e la mattina eri ancora stanco; che stavi a Firenze la notte piuttosto che a Settignano, per comodità, perché il tuo lavoro lo richiedeva […] lei capiva bene tutto questo, e ne soffriva, ma non importa: basta che tu possa andare avanti. […] Dolores capisce anche troppo bene, qual è la sua situazione. Lei era abituata a stare sempre con te, anche quando lavoravi; ora il bimbo non lo permette più; la vita incomincia a regolarsi: ore di lavoro, ed ore di riposo – quante ne restano per la moglie e per il bimbo? Ad una borghesina, questo fa niente; tua moglie patisce ad abituarvisi. […]». Alberto non trova, ora che tocca al suo matrimonio, la stessa sensibilità di analisi di anni prima.
La vita continua a trascorrere allo stesso modo nei decenni successivi, lui immerso in percorsi professionali riconosciuti, lei ormai solo casalinga, come viene scritto sul passaporto rilasciato negli anni Cinquanta.

Passaporto di Rosa Pisaneschi, 1950, Archivio privato di Albertina Vittoria

Pochi giorni dopo la morte di Rosa, avvenuta il 2 marzo 1960, Alberto scrive all’amico Prezzolini: «Caro Prezzolini, sì, la Pisaneschi non è più. Io sono sempre stato quel tremendo lazzarone, ma pareva che lei non se ne avvedesse e conservava l’entusiasmo e la fede e le speranze di una volta, di quando eravamo giovani ed il nostro centro era la VOCE; non è mai venuta meno alla convinzione che il mondo non conta, contiamo noi e il modo con cui lo accogliamo. Lei è stata magnifica, e chiusa nella sua ombra pensava solo a non farsi scorgere ma sapeva che la sua presenza era necessaria, e fino all’ultimo ha cercato solo di non pesare e di aiutare […]». Ricordando il passato Alberto Spaini torna al ruolo che la rivista La Voce ha avuto nella formazione sua e di Rosina, ma è un fuggevole episodio.

La Voce

Tre anni dopo, nel suo libro Autoritratto triestino, non concederà neanche una riga al ricordo di sua moglie: nulla sulla frequentazione della redazione vociana, nulla sugli anni trascorsi insieme, nulla sulla comunanza affettiva e intellettuale che li aveva uniti. Scomparsa anche dal quadro della sua vita.

Per approfondire la figura e l’attività professionale di Rosa Pisaneschi: https://www.ltit.it/scheda/persona/pisaneschi-rosina__644

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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