Carissime lettrici e carissimi lettori,
un gioco: sarebbe stato un bellissimo gioco. Invece è il segno di una tragedia. Un dramma che si segna sulle braccia e le gambe dei bambini e bambine, dal gomito al polso, sulla coscia o dal ginocchio al malleolo, secondo la direzione inversa, rispetto alla latina, della scrittura dell’arabo.
Con una penna i ragazzini e le ragazzine che vivono nella striscia di Gaza si scrivono il nome sul braccio, aiutandosi uno/a con l’altro/a, in una reciprocità che sembra dell’orrore. Oppure lo fanno i genitori con i propri e le proprie figlie/i. Una lavagna umana per ritrovarsi: questo sta succedendo a Gaza. Perché se questi bambini e queste bambine dovessero rimanere uccisi e uccise durante un attacco di terra, a causa di una bomba, chi ritroverà quei corpi saprà a chi sono appartenuti.
Questi bambini e bambine firmati/e appartengono a una delle tante immagini violente che i media ci hanno rimandato in questi giorni. Forse la più violenta perché preannuncia un disastro voluto esclusivamente dall’umano che lo compie, qualsiasi ne sia la causa, secondo me.
Il rimando è feroce: i numeri stampati a fuoco sulle braccia degli e delle persone di religione ebraica durante l’ultima guerra. Anche nei lager nazisti c’erano tanti bambini e tante bambine, ragazzi e ragazze. Li e le abbiamo viste/i tirare su la manica dei vestiti, anche in tempi lontani da quelle turpi situazioni, e mostravano al mondo il male che avevano avuto. Oggi la Storia si ripete. Non si grida scandalizzati alla vendetta, non si giudica. Il male fatto e/o ricevuto rimane tale in tutto il suo abisso di ignominia. È una storia che si aggiunge all’altra e si ingigantisce la vergogna e la colpa del mondo davanti a chi soffre, sotto qualsiasi cielo.
A ogni guerra la cosa si ripete. Vi ricordate? In quel conflitto, ancora drammaticamente in corso, seppure passato in seconda attenzione, una guerra a noi prossima, quella tra Ucraina e Russia, abbiamo sentito parlare di fogliettini di carta messi con cura (e aggiungerei con dolore) dalle mamme ucraine nei cappottini o nelle tasche dei vestiti dei piccoli e delle piccole e persino, anche in questo caso, abbiamo visto scritte sulla loro piccola schiena: nome, cognome e numero di telefono. Il fine è sempre lo stesso, che sia di ricerca di vita o, purtroppo, di morte avvenuta.
Scrive un quotidiano rispetto alla situazione attuale in Medio Oriente: «Alcuni genitori di Gaza City hanno scritto i nomi dei figli sulle loro gambe per facilitarne l’identificazione qualora dovessero essere uccisi dai bombardamenti israeliani. A rendere noto l’agghiacciante particolare è stato un giornalista della Cnn: il reporter ha girato dei video nell’ospedale dei martiri di Al Aqsa a Deir Al Balah, nel centro di Gaza, in un’area dove i raid dell’aviazione di Tel Aviv negli ultimi giorni sono stati incessanti e hanno causato decine di vittime. Il filmato, trasmesso dall’emittente statunitense, mostra quattro bambini morti i cui nomi erano in precedenza stati scritti in arabo sui polpacci. I bimbi sono distesi su barelle posate sul pavimento in una stanza che sembra essere un obitorio, e che è piena di cadaveri. Non è chiaro se anche i loro genitori siano stati uccisi. Il giornalista ha spiegato che la pratica è diventata più comune negli ultimi giorni». Tristemente segue la conta delle morti causate dalla guerra che non impareremo mai a evitare. «Il portavoce del ministero della Sanità di Gaza ha fornito un bilancio aggiornato delle vittime degli attacchi israeliani su Gaza. Sono almeno 4.651 i palestinesi uccisi, il 40% dei quali erano bambini. Il bilancio è tuttavia destinato a crescere visto che, sempre secondo la stessa fonte, vi sono anche 14.245 feriti, il 70% delle quali minori e donne. Drammatica anche la situazione negli ospedali. Secondo l’Unicef, infatti, almeno 120 neonati nelle incubatrici degli ospedali di Gaza rischiano di morire a causa dell’esaurimento delle scorte di carburante». «Abbiamo 120 neonati nelle incubatrici, di cui 70 con ventilazione meccanica, e ovviamente questo è il motivo per cui siamo estremamente preoccupati», ha dichiarato il portavoce dell’Unicef Jonathan Crickx. «L’energia elettrica è una delle preoccupazioni principali per i sette reparti specializzati sparsi per Gaza che trattano i bimbi nati prematuri per aiutarli a respirare e fornire un supporto fondamentale, ad esempio quando i loro organi non sono sufficientemente sviluppati. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, circa 160 donne partoriscono ogni giorno a Gaza» (Fanpage).
Fa male (ma sembra non a tutta l’umanità) sapere che i bambini e le bambine soffrano o muoiano. Sono nati e nate per vivere. Invece nelle grandi catastrofi come nel quotidiano familiare soffrono: di abbandono e spesso di ingiustizia. Come la triste storia del ragazzino torinese che aveva confidato al suo diario di essere omosessuale. Le prime tensioni del corpo, a quattordici anni, gli indicano dove e come guardare. E il suo sguardo va dalla parte di chi appartiene al suo stesso sesso. Quel diario sul quale l’adolescente confidava i suoi sogni, dubbi e aspettative è stato violato dal padre che, venuto a sapere le verità del figlio, si imbestialisce e vuole a tutti i costi “cambiare” il figlio: «Nella mente del genitore si era affacciata un’unica idea: cambiare a tutti i costi suo figlio. E a quel punto ha dato inizio a una serie di maltrattamenti atroci, nell’assurdo tentativo di modificarne l’orientamento sessuale. L’ha portato da uno psicologo per farlo tornare, come diceva lui «normale», l’ha costretto a corse punitive nel cuore della notte, ad abbassarsi i pantaloni per mostrare la propria virilità, a frequentare sport «da maschi», arrivando persino a imporgli di avere un rapporto sessuale con una ragazza «entro un mese di tempo». Ha inibito ogni sua volontà: l’adolescente non era più libero di farsi la barba o di sentire la musica, o di vestirsi, secondo i propri gusti. Spiato, controllato, picchiato, umiliato, di continuo» fino ad essere minacciato di essere buttato giù dal balcone! Una lunga serie di violenze arrivate in tribunale e una donna, Giulia Rizzo (Pubblico ministero) ha chiesto il rinvio a giudizio di entrambi i genitori: il padre del ragazzino è accusato di maltrattamenti e la madre di non aver fatto nulla per impedirli. L’udienza preliminare inizierà il 22 gennaio.
Le donne, quelle islandesi, questa settimana hanno fatto uno sciopero, totale e importante che dovrebbe, per i suoi contenuti, essere replicato praticamente in tutti i Paesi del mondo, almeno quello cosiddetto occidentale e considerato civile. La motivazione di una tale decisione è la protesta contro il gender gap economico, il gender pay gap, e le violenze sessuali. Due tematiche roventi e necessarie da risolvere.
L’esperienza, che è stata fissata per martedì scorso, 24 ottobre, è come dire una replica di un’altra decisa in passato, sempre dalle donne islandesi. Avevano già protestato quarantotto anni fa esatti da questo secondo sciopero generale: era il 24 ottobre 1975. Anche allora le donne islandesi non andarono a lavorare, né svolsero il lavoro casalingo o di cura. Il 90% delle donne partecipò allo sciopero, incluse le donne che vivevano in campagna. «Questo costrinse diversi settori a chiudere durante tutta la giornata. Niente servizio telefonico, i giornali non furono stampati perché le compositrici tipografiche erano in maggioranza donne. I teatri chiusero perché le attrici si rifiutarono di lavorare. Anche le scuole chiusero. I voli furono cancellati dal momento che non c’erano le assistenti di volo ed i dirigenti di banca dovettero lavorare come cassieri. 25.000 donne si riunirono nel centro di Reykjavík. Durante la manifestazione, le donne parlarono dal palco e ascoltarono chi parlava, cantarono e discussero su cosa si sarebbe dovuto fare per avere compensi adeguati all’impegno ed equiparati (in quel momento una donna guadagnava, per la stessa prestazione professionale, il 60% in meno di un uomo). Tutti gli asili nidi restarono chiusi. Lo sciopero durò fino alla mezzanotte, momento in cui le compositrici tipografiche tornarono al lavoro per far uscire i giornali. Che parlavano solo dello sciopero. L’anno successivo, il parlamento islandese approvò una legge per garantire l’uguaglianza di diritti. Il cosiddetto Giorno Libero (come è passato alla storia) aprì la strada per l’elezione di Vigdís Finnbogadóttir, la prima donna al mondo eletta Presidente della Repubblica» (Labodif).
Allo sciopero di martedì ha aderito anche la prima ministra Katrìn Jakobsdòttir, e con lei tutte le ministre, proprio per mostrare la loro adesione e il loro sostegno, come politiche oltre che come donne, alle connazionali. Questa volta, a quasi mezzo secolo dal primo, lo sciopero è stato contro il divario di retribuzione tra uomini e donne e le violenze sessuali. Tutto il lavoro fatto dalle donne, come quel 24 ottobre 1975, si è fermato. Questa assenza lavorativa femminile ha, come allora, evidenziata la presenza delle donne e il “peso” femminile nel mondo del lavoro, ma anche in quello domestico, non retribuito e curato dalle donne. Le islandesi, dalla mezzanotte del 24 ottobre alla mezzanotte successiva non hanno provveduto neppure ai lavori domestici, compresa la cura dei figli/e. Tante aziende, sprovviste di personale, hanno chiuso per un giorno e il traffico è risultato “alleggerito” dal non accompagnamento a scuola fatto, anche in Islanda, spesso dalle mamme.
Noi donne penalizzate. Le italiane particolarmente. Nel lavoro, con un gender gap molto alto, da pensionate (e nel percorso per andare in pensione). Con un governo, che da poco ha compiuto un anno, che spinge (demagogicamente), da una parte quasi ossessivamente (e mostrando strane nostalgie), a un incremento delle nascite e dall’altra, cronaca recentissima, impone tasse su pannolini e assorbenti (al 10%) che sono facilitati, se non distribuiti gratuitamente (alle studentesse, in Scozia) in tutta Europa.
Saranno i… tempi moderni, per mimare un titolo di ben altra altezza e bellezza artistica. Ma in politica oggi (è un po’ di tempo che succede) si condivide e ci si esibisce sui social, perpetuando una stancante campagna elettorale. Ma si perde il nocciolo vero della questione, scivolando quasi fino al gossip, al guardare dal buco della serratura. Così una pubblicità di un supermercato diventa un messaggio subliminale di una difesa ad oltranza della famiglia di stampo retrivo che non tiene conto dei cambiamenti della Storia e soprattutto sottolinea la certezza di una felicità standard per cui una bambina è felice solo con i due genitori (ambedue eterosessuali) quando vivono insieme. E se la felicità e la serenità della bambina fosse nella fine delle discussioni e dei litigi casalinghi che sono alla base di una separazione?
La stessa pubblicità con la bambina dispensatrice di amore rinnovabile tra i genitori e orribilmente enfatizzata da un ministro e vice primo ministro dello Stato (ahinoi, se ne è accorto/a qualcuno/a?!) si ritorce come boomerang contro chi fa politica e l’ha usata decidendo, sempre sui social, della propria vita privata. Ma non ci si accorge di ciò che è davvero importante cancellando nomi e cognomi, visi e ruoli. Allora rimane un uomo, molto macho e sessista che importuna una ragazza, a lui lavorativamente dipendente, con delle avance che lei rifiuta. Questo abbiamo visto in diretta, questo è lo scabroso che deve colpirci. La vita personale di quell’uomo irrispettoso e violante delle donne, no.
Abbiamo parlato di bambine e bambini. Del dolore che subiscono nel privato, ma soprattutto nella guerra, per la guerra. Allora mi riviene in mente, e a una amica con me, la poesia di Trilussa (pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Salustri, 1871- 1950) sulla guerra. Una triste ninna nanna magistralmente recitata da Gigi Proietti.
Prima di chiudere un saluto a Sergio Staino, andato via da questo mondo il 21 ottobre, giornalista, vignettista, fumettista e regista. Inventore di personaggi fantastici che porteremo sempre nel cuore. Bobo ci mancherà.
Ninna nanna della guerra
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili.
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
(Trilussa)
Buona lettura a tutte e a tutti.
Giornate dense di avvenimenti, per la nostra associazione, quelle appena passate. È terminato, il 22 ottobre 2023, con l’intitolazione di una rotonda alla magistrata e accademica Francesca Laura Morvillo e con le conclusioni finali pronunciate nella splendida cornice del Belvedere di San Leucio, il XII Convegno di Toponomastica femminile. Ce ne parla l’articolo della nostra caporedattrice, Danila Baldo, Giustizia, lotta all’illegalità, pari opportunità, solidarietà. Prima di questo Convegno, nel pomeriggio della seconda giornata di premiazione del Concorso “Sulle vie della parità” si è svolto il corso di formazione organizzato da Toponomastica femminile, destinato alle docenti delle scuole di ogni ordine e grado e agli/alle studenti della Facoltà di Scienza della formazione dell’Università di Roma Tre, Insegnare a vivere la parità, raccontato nel report Insegnare la parità.
Parità è anche, come ci ricorda l’autrice della recensione di questa settimana, Padrone della propria vita: donne in viaggio, « imparare a occupare il posto che avremmo preso facilmente se fossimo state uomini». Ancora di parità, ma nello sport, leggeremo in Tiro con l’arco. Uno sport al femminile, che ci introdurrà a una delle discipline più antiche che ancora oggi vengono praticate. Continuiamo a parlare di viaggi in Tokyo tutto l’anno con Laura Imai Messina, l’ospite di un nuovo appuntamento con Lonely Planet, secondo cui «Se New York è una mela, Tokyo è un melograno».
Sfogliamo gli articoli di questo numero e incontriamo la donna di Calendaria 2023, Tu Youyou. Nobel per la Medicina nel 2015 per la scoperta di una nuova terapia contro la malaria che ha salvato milioni di vite umane.
Proseguiamo con altre puntate delle nostre serie: per “Le grandi assenti” incontriamo un’artista, Bice Lazzari, che di sé parlava così: «Mi chiamavano matta, ho iniziato a vivere a cinquant’anni … Nei quadri amo la luce, lo spazio, il rigore, la struttura, la sintesi…e un po’ di poesia…».
Per “Italiano lingua altra”, accompagnate dall’autrice dell’articolo La ripresa. Scuole e classi migranti, questa volta non leggeremo solo di chi studia ma soprattutto di come lavorano volontarie e volontari delle tante, e molto diverse tra loro, scuole “informali” per stranieri.
Vitaminevaganti pubblica da tempo articoli tratti dai passati Convegni nazionali di Toponomastica femminile. Questa settimana presentiamo La mostra di Jenny Saville a Firenze, due anni dopo, un itinerario tra le opere dell’artista più quotata al mondo e il percorso di innovazione, ricerca, sperimentazione, approfondimento che la contraddistingue.
Per chi è curioso/a di conoscere come e che cosa scrivono i nostri e le nostre giovani la Sezione “Juvenilia” in Corpo, sogni e libertà riporta i tre interessanti racconti delle e degli studenti del Liceo Scientifico Matteo Raeli di Noto premiati nella Sezione Narrazioni del X Concorso “Sulle vie della parità” il 17 ottobre scorso, nella Sala Volpi dell’Università di Roma Tre. Continuiamo a seguire il corso della Società italiana delle storiche Genere e diversità, con l’autrice dell’articolo Il dissenso e la diversità.
L’intervista di questa settimana, Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese è a Rossella Marangoni, studiosa di cultura giapponese e femminista che si richiama al pensiero di Maya Angelou per descriversi.
Si può parlare di parità di genere anche a margine di un Rapporto annuale sul consumo di cosmetici. È quello che ci insegna a fare l’autrice dell’articolo che commenta questa indagine, con spunti originali di riflessione.
Chiudiamo, come spesso ci piace fare, con la ricetta della settimana, per la serie “La cucina vegana”: Riso all’indiana, un piatto gustoso e speziato, gradito a grandi e piccine/i.
SM
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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.
