Nell’occasione del cinquecentenario della nascita di Laura Battiferri, alto esempio femminile di esercizio dell’intelletto e della poesia, l’Ufficio Firenze Patrimonio Mondiale e Rapporti con Unesco del Comune e Mus.E, in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, hanno organizzato un programma di iniziative rivolte tanto al grande pubblico quanto a studiose/i di storia e di letteratura. Si è iniziato il 23 settembre nella Chiesa di San Giovannino degli Scolopi, dove riposano sia Laura sia il marito Bartolomeo Ammannati. In questo spazio suggestivo ha avuto luogo un omaggio alla poeta con la lettura di alcuni suoi testi (a cura di Giaele Monaci, Mus.E), preceduta da una presentazione del personaggio da parte di Eleonora Faricelli, intervallata da brevi interventi musicali. Si è proseguito nelle domeniche 1° ottobre e 5 novembre con performance letterarie e artistiche davanti al celebre ritratto che Agnolo Bronzino le fece, esposto all’interno del Museo di Palazzo Vecchio e facente parte della donazione dovuta al lascito testamentario al Comune di Firenze del collezionista e studioso Charles Alexander Loeser nel 1933.

Le celebrazioni andranno avanti con un’altra performance il 3 dicembre e avranno il momento culminante con una giornata di studio incentrata sulla figura della letterata il 1° dicembre alla Biblioteca Marucelliana.
Laura Battiferri, «tutta dentro di ferro, e fuor di ghiaccio», come la definì Bronzino in un sonetto, nacque a Sassocorvaro (Pu) il 13 novembre 1523; era la seconda figlia naturale, ma riconosciuta, del nobile urbinate ed ecclesiastico Giovanni Antonio e la primogenita di Maddalena Coccapani di Carpi (Mo). Compì studi umanistici di cui non si hanno notizie certe e sposò in prime nozze l’organista bolognese Vittorio Sereni al servizio dei Della Rovere a Urbino che la lasciò presto vedova.

A lui dedicò un corpo di nove sonetti rimasti inediti in cui esprime il suo dolore e si raffronta con la nobile Vittoria Colonna, divenuta il simbolo della vedovanza. Il 17 aprile 1550 si risposò con una cerimonia intima a Loreto, nella Santa Casa, con il celebre scultore e architetto fiorentino Bartolomeo Ammannati con cui inizialmente si trasferì a Roma.
Come si siano conosciuti non è chiaro, ma si pensa che si fossero incrociati più volte proprio a Urbino o a Pesaro dove lo scultore aveva degli incarichi; altrimenti si possono essere frequentati a Roma dove Laura, rimasta vedova, fu fatta entrare momentaneamente in un convento. Alla città eterna che amò moltissimo la poeta dedicò numerosi versi, fra cui il seguente madrigale:
Superbi e sacri colli,
sotto ’l cui glorioso e grande impero
tennero i figli vostri il mondo intero,
così fioriti e molli
vi serbi largo e temperato cielo,
né vi offenda giamai caldo né gelo.
E tu, vago, corrente e chiaro fiume,
che fai più adorna Roma,
così tua verde chioma
del sol non secchi il troppo ardente lume.
Fate che mai non sia quel crudo giorno
ch’io lasci il vostro dolce almo soggiorno.

Purtroppo, i giorni felici a Roma finirono con la morte del papa Giulio III e Laura provò grande sofferenza per il trasferimento in Toscana. Tuttavia, presto il marito entrò nelle grazie dei Medici e la vita nella splendida villa di Maiano cominciò a rivelarsi sempre più piacevole, nel magnifico paesaggio, nonostante l’isolamento in campagna. La coppia non ebbe mai figli, tanto che Laura in una poesia si definì con dolore un «arbor sterile», ma visse in armonia tutta la vita, sia per il reciproco affetto sia per i comuni interessi; intanto nella loro abitazione si era formato un cenacolo vivacissimo in cui si incontravano i massimi intellettuali del tempo: dal pittore Agnolo Bronzino, con cui la poeta ebbe un sodalizio artistico legato all’amore condiviso per il Canzoniere petrarchesco, a Bernardo Tasso (padre di Torquato), da Benvenuto Cellini ad Annibal Caro, all’umanista Benedetto Varchi. Talvolta la donna seguiva il marito impegnato nelle sue molteplici attività e fu con lui a Roma, Bologna, Padova, Venezia. Non dimentichiamo che Ammannati scolpì molti importanti sepolcri, realizzò rilievi nel Duomo di Pisa, statue a Napoli e a Roma lavorò fra l’altro alla raffinata dimora papale di Villa Giulia. Rientrato a Firenze nel 1559 vinse il concorso per la fontana da situare in Piazza della Signoria, superando rivali illustri, come Cellini, Giambologna e Danti; stiamo parlando della imponente Fontana di Nettuno. Sue sono pure fontane e statue che ornano il giardino della villa medicea di Castello; dal 1563 entrò nell’Accademia e Compagnia dell’Arte del Disegno fondata da Cosimo I de’ Medici che lo nominò artista ufficiale di corte. Da allora la sua carriera fu un susseguirsi di splendide realizzazioni, a Firenze e in varie città italiane.

Questo dunque è il clima culturale in cui si trova a vivere Laura, donna intelligente e colta che nel 1560 pubblica presso Giunti la sua prima raccolta poetica dedicata alla bellissima Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I. Si tratta di 126 sonetti in stile petrarchesco, 13 madrigali, l’egloga Europa, traduzioni dal latino dell’Orazione di Geremia e dell’Inno di Sant’Agostino alla gloria del Paradiso; il volume fu intitolato Il primo libro dell’opere toscane, a manifestare l’intento di proseguire la serie, invece non ci fu alcun séguito.

L’opera comunque fu salutata con entusiasmo e le valse, prima donna, l’ammissione all’Accademia degli Intronati di Siena, in cui entrò con il nome umoristico “La Sgraziata”, che può essere inteso anche come messaggio: io non mi curo dell’aspetto fisico, non amo gli orpelli, non sono oggetto di poesie altrui, ma sono io a scriverle; forse fu ammessa anche all’Accademia degli Assorditi di Urbino. Pensiamo che Bernardo Tasso arrivò al punto di citarla nel suo Amadigi, chiamandola «l’onor d’Urbino», alla pari di celebri artisti contemporanei; Pietro Calzolari, nell’Historia Monastica, ebbe l’ardire di definire «Madonna Battiferra» una novella Saffo cinquecentesca. Di lei si cominciò a parlare persino a Praga e a Madrid, specie dopo il ritratto del Bronzino che la consacrò ufficialmente nell’olimpo letterario. Dagli interessanti carteggi risulta una fitta corrispondenza con l’amico Benedetto Varchi con cui si scambiavano giudizi artistici, sonetti, consigli, notizie private; ebbe pure rapporti con due poete, all’epoca assai note e stimate: la bolognese Lucia Bertani (o Bertana, 1521-1567) e la napoletana Laura Terracina (1519-1577).

Quattro anni dopo pubblicò un lavoro di tutt’altro genere: I sette salmi penitentiali (sempre presso Giunti di Firenze), in cui sono inseriti anche nove sonetti con tematiche spirituali; il libro fu dedicato a Vittoria Farnese, duchessa di Urbino e moglie di Guidobaldo Della Rovere. Questa volta l’ispirazione è di tipo devozionale, dovuta alla profonda fede della donna e da inserirsi nel clima sociale e culturale della Controriforma. Molto probabilmente Laura pensava a un’altra pubblicazione, ma una serie di eventi luttuosi ostacolò il progetto: le morì il padre, morì Michelangelo (al quale sia lei che il marito rivolsero omaggi poetici), seguìto da Varchi, Annibal Caro e da Eleonora di Toledo e due dei suoi 11 figli. Da allora la poeta abbandonò quasi del tutto la vita pubblica per dedicarsi alla preghiera e alla beneficenza, in particolare nei confronti dei Gesuiti fiorentini. Nel 2006, in una traduzione inglese, è stata pubblicata l’unica opera in prosa conosciuta di Laura, inedita in Italia: Orazione sopra il natale di nostro Signore.

Laura Battiferri morì a Firenze il 3 novembre 1589 e fu sepolta nella Chiesa di San Giovannino, allora appartenente all’ordine dei Gesuiti. Il marito fece realizzare da Alessandro Allori, figlio adottivo del Bronzino, un dipinto intitolato Cristo e la cananea in cui la moglie compare sul lato destro, ormai anziana, con un libro di salmi in mano, mentre lui stesso è raffigurato nelle vesti di san Bartolomeo. Ammannati la seguì il 19 marzo 1592, dopo che insieme avevano fatto testamento a favore del collegio gesuitico fiorentino.
Merita un breve approfondimento il citato ritratto che le fece Agnolo Bronzino, oggi in Palazzo Vecchio; l’opera è ritenuta infatti un capolavoro e, secondo la critica, uno dei più efficaci ritratti femminili del Rinascimento. Va notata nel dettaglio la postura: è di profilo, alla maniera dei ritratti di scrittori trecenteschi come Dante o Petrarca e dei tipici medaglioni del Quattrocento. La tavola, dipinta a olio, è stata recentemente restaurata e ha ripreso i colori originali: il corpetto è sobrio, rosso scuro, con ampie maniche nere a sbuffo, nera è pure la gonna; il grande sparato bianco in stoffa plissettata che forma una delicata rouches intorno al collo è coperto da un sottile velo trasparente che riveste anche il capo; Laura indossa pochi gioielli, estremamente semplici: una catenina e un anello all’anulare sinistro; in testa una acconciatura consueta al tempo (siamo fra 1555 e 1560). Tiene in mano un libro aperto, da cui pende un nastro verde, e le sottili dita indicano due sonetti di Petrarca scritti in corsivo, tratti dalla prima parte del Canzoniere, dedicati alla sua omonima Laura. Si tratta del n. LXIV: «Se voi poteste per turbati segni…» e del n. CCXL: «I’ò pregato Amor, e ‘l ne riprego…». Risulta evidente che il pittore volesse omaggiare la cara amica, che teneva alle proprie doti intellettuali, più che all’esteriorità, creando dunque una duplice allusione: da un lato il gioco di parole fra lauro e Laura, visto che di alloro sono sempre stati incoronati poeti e poete, dall’altro la critica nota un confronto illustre nel profilo della donna, vagamente somigliante a quello più comunemente conosciuto di Dante Alighieri, a cui la lega la passione artistica. Il dipinto suscitò grande interesse fra i contemporanei tanto che un poeta, Anton Francesco Grazzini, detto Il Lasca, scrisse un sonetto indirizzato al pittore che definisce «spirito angelico» per la grazia con cui ha lavorato e la finezza con cui ha ritratto il personaggio, il suo «santo viso», i suoi «occhi sereni»; non mancò, come d’uso, la cortese risposta in rima del Bronzino che ringraziò l’amico manifestando umiltà e gratitudine. Questa tavola, insieme a una ricca serie di opere, nel 2021 varcò l’oceano per raggiungere il Metropolitan Museum di New York in occasione della mostra The Medici: portraits and politics, 1512–1570, quale esempio impareggiabile dell’arte rinascimentale.

L’attività letteraria di Battiferri per secoli era stata dimenticata, solo in anni recenti si è riacceso l’interesse sulle sue rime, sulla sua persona, sulle sue frequentazioni, da quando la professoressa Vittoria Kirkham dell’Università della Pennsylvania ha ritrovato nel 1996 il manoscritto del libro edito nel 1560 e lo studioso urbinate Enrico Maria Guidi ne ha curato la ristampa nel 2000. Luciana Montanari poi se n’è occupata sulla rivista Italianistica (vol. 34-2005) affrontando le sue rime edite e inedite. Persino in università straniere se ne è parlato, ad esempio a Chicago, Londra e Utrecht, evidenziando il ruolo preminente che la poeta ebbe nella sua epoca, sia per la qualità della sua produzione sia grazie ai significativi rapporti con intellettuali e artisti a lei contemporanei. Ed ora, finalmente, sono giunte le celebrazioni fiorentine a renderle pur tardiva giustizia.
In copertina: Ritratto di Laura Battiferri di Agnolo Bronzino, Palazzo Vecchio (particolare).
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.
