Margaret Bourke-White

Gran parte della sua vita ha lavorato come fotoreporter per Life, rivista statunitense entrata nella storia del giornalismo con sensazionali e storici servizi. Il 23 novembre 1936 viene pubblicato il primo numero, con una foto in copertina della diga di Fort Peck, firmata da Margaret Bourke-White. La rivista, rilanciata dall’editore americano Henry Luce come periodico illustrato, si caratterizzava perché mostrava le immagini delle notizie, interpretate dagli occhi di chi le aveva viste direttamente. Prevedeva pertanto servizi fotografici ampi, esaustivi, efficaci.

Copertina di Life, 23 novembre 1936 – La diga di Fort Peck

La foto della prima copertina ritraeva la diga di Fort Peck nel fiume Missouri in Montana, seconda tra le dighe più grandi del mondo, espressione della acutezza dell’occhio di Margaret, ma anche manifesto della potenza costruttiva americana; innalzata per prevenire le inondazioni, produrre energia elettrica, favorire l’irrigazione e nello stesso tempo l’economia del Paese, fu il prodotto del New Deal rooseveltiano, il periodo delle riforme economiche e sociali promosse dal presidente Roosevelt allo scopo di risollevare il Paese dalla Grande Depressione che lo aveva colpito sul finire degli anni Venti. Il servizio fotografico all’interno della rivista è un documento umano della vita di frontiera americana, capace di catturare, con il suo stile pulito e allo stesso tempo potente, oltre l’impatto dell’audace progetto, anche la vita più intima delle persone coinvolte. Fort Peck nelle foto di Margaret appare stipata di operai edili, ingegneri, saldatori, bariste, signore eleganti; gente che vive in roulotte, capanne, in un luogo arido, con lo scopo di costruire una delle principali meraviglie ingegneristiche dell’epoca, e, finito il lavoro, si rifugia a notte nei bar.

Lavoratori all’opera della diga di Fort Peck, Montana, 1936
Bar Fort Peck, Montana, 1936
Lavoratori della diga di Fort Peck dopo il lavoro, 1936

La carriera di Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) era già iniziata nella rivista Fortune con le prime esperienze di fotografia industriale. Diceva: «L’industria è il vero luogo dell’arte» e «i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento». La nazione aveva bisogno di credere e sognare nella tecnologia, per allontanare la paura della Depressione. E allora Margaret documenta il boom industriale americano, sale in cima al Chrysler Building a New York e si fa fotografare dal suo assistente, sorvola la città a bordo di un aereo passeggeri DC-4 sopra il centro di Manhattan, si spinge negli ambienti più pericolosi e malsani degli stabilimenti industriali, scatta foto incurante delle alte temperature degli altiforni. Si arrampica sulle impalcature delle acciaierie Otis di Cleveland, vola in Germania per fotografare le acciaierie Krupp, poi in Russia, prima fotografa professionista occidentale autorizzata a entrare nell’Unione Sovietica e documentare il piano quinquennale per l’industrializzazione del Paese.

Margaret Bourke-White scatta una foto dall’alto di un edificio di New York (sin) – Veduta aerea di New York (dex), 1935
Acciaieria Otis, Ohio, 1929 (sin) – Un operaio russo alla diga di Zaporizhzhya, Ucraina, 1930 (dex)

Fiduciosa nel potere della macchina e della tecnologia, mostra la vita pulsante delle nuove metropoli. E in ogni fotografia noi contempliamo il suo sguardo sicuro sul mondo, la rielaborazione fatta da una donna audace, ostinata e ambiziosa. Voleva essere “gli occhi dei tempi” e le sue fotografie testimoniano (come lei stessa ha detto) il suo «insaziabile desiderio di essere lì quando si fa la storia».
Dai reportage sulle industrie statunitensi e sovietiche passa poi a osservare la società e le sue lotte, la povertà, la segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti, dove la popolazione era stata messa in ginocchio dalla crisi economica. Cambia inevitabilmente il focus della sua fotografia, e i nuovi monumenti delle sue immagini diventano ora le persone. Nel numero del 15 febbraio 1937 della rivista Life Bourke-White fotografa le vittime della siccità del Dust Bowl, e pubblica la sua famosa fotografia di alluvionati afroamericani in fila per ricevere cibo e vestiti da un centro di soccorso della Croce Rossa, davanti a un cartellone raffigurante una famiglia bianca e lo stridente slogan “Il più alto tenore di vita del mondo / Non c’è altra strada che quella americana”.

Alluvionati afroamericani in fila a un centro di soccorso della Croce Rossa, 1937

Col romanziere Erskine Caldwell, suo futuro marito, collabora a una spedizione di fotoreporter nel Sud rurale del Paese, che produce il libro You have seen their faces (1937). Per questa indagine Bourke-White scatta le foto, mentre Caldwell scrive il testo.

Foto da You have seen their faces

Il loro sodalizio continua: insieme viaggiano in Europa per documentare gli effetti del nazismo. Fotografa la Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1939, unica fotografa americana testimone dell’evento.

Nel 1941, su invito dello stesso governo sovietico, Margaret Bourke-White torna in Russia, questa volta concentrandosi maggiormente sulla popolazione del Paese, per un volume che ha per titolo Eyes on Russia. Riesce anche a ritrarre Stalin sorridente e bonario.

Donne che lavorano nei campi in Unione Sovietica, 1941
Ritratto di Stalin, 1941

È la sola fotografa straniera a Mosca, quando nella notte del 26 luglio 1941, mentre si trovava all’ambasciata americana, è testimone di un evento cruciale: l’attacco tedesco all’Unione Sovietica; dal tetto dell’ambasciata, posizionando cinque apparecchi con lunghi tempi di posa, fotografa il bombardamento notturno, in quella che lei ha definito «una delle notti eccezionali della mia vita».

L’immagine dell’attacco al Cremlino

Rientrata negli Stati Uniti Margaret chiede di diventare reporter di guerra sulla prima linea del fronte. Mai nessuna donna era stata accreditata dall’esercito americano sui teatri di guerra. Le viene affidato il compito di documentare la Seconda guerra mondiale in Europa.

Sui primati di Margaret Bourke-White e per approfondire notizie sulla vita e sul suo stile fotografico rimando a due articoli pubblicati su Vitamine vaganti: I primati di Margaret Bourke-White e La metà dell’arte. Bourke-White e Hassani.

In Italia Margaret assiste alla battaglia di Cassino, su cui scriverà anche un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. E poi le foto della distruzione della guerra, come quella di Norimberga dopo i bombardamenti, o quella coi soldati americani che si inginocchiano a pregare tra le macerie della cattedrale di Colonia, mentre un cappellano dell’esercito celebra la prima messa dopo il bombardamento del 2 marzo. E sempre al seguito delle truppe statunitensi Margaret entra nel campo di concentramento di Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri e documenta l’orrore: uomini e donne ridotti a scheletri, affamati, sdraiati in cuccette di legno, guardano stupiti i loro liberatori. Quello dell’autrice è un viaggio nello stravolgimento del Novecento, e nella sua rinascita. Ancora una volta le sue foto pubblicate da Life sono sensazionali.

Cacciatori di mine, dal libro Purple Heart Valley
Margaret inviata di guerra (sin) – Soldati americani nella cattedrale di Colonia (dex)
Norimberga dopo i bombardamenti 1945
Prigionieri nel campo di Buchenwald, 1945

Tra il 1946 e il 1948 è in India a immortalare la delicata fase della nascita del Pakistan e fotografa Gandhi mentre legge vicino a un arcolaio nella sua casa di Pune. E assiste alla migrazione che accompagnò l’indipendenza e la divisione dell’India, il più grande movimento migratorio nella storia umana. Nella foto la miseria di un popolo espropriato si riflette sul volto del ragazzo appollaiato sul muro a Nuova Delhi. Sotto di lui migliaia di persone cercano di sopravvivere in attesa di organizzare un convoglio verso il Pakistan. Non hanno da mangiare, sono circondati dalla sporcizia e molti moriranno senza mai lasciare l’accampamento.

Gandhi, 1946
La migrazione verso il Pakistan, 1947

Nel 1952 Margaret è testimone della guerra di Corea. Alla fine della guerra è in Sudafrica per fotografare gli effetti dell’apartheid, scende nelle miniere d’oro e documenta le terribili condizioni di lavoro dei minatori di Johannesburg.

Testa di guerrigliero nordcoreano
Minatori di Johannesburg, 1950
Bambini sudafricani, 1950
Una cameriera afroamericana prepara la cena per una famiglia bianca a Greenville, Carolina del Sud, 1956

Nel 1953 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson e comincia a maneggiare con difficoltà la macchina fotografica. Nonostante il suo approccio coraggioso e ottimistico alla malattia, nel 1957 firma il suo ultimo reportage per Life. Negli ultimi anni si dedica alla scrittura e nel 1963 pubblica l’autobiografia Portrait of Myself. Muore a seguito di una caduta accidentale nel 1971, a 67 anni.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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