Donatella Cinelli Colombini discende da uno dei casati storici del Brunello di Montalcino. Ha avuto numerosi incarichi ed è stata insignita di numerosi titoli: Cavaliera della Repubblica, Assessora al Turismo del Comune di Siena e Presidente Nazionale delle Donne del Vino, la più grande associazione mondiale dedicata all’enologia femminile. Nel 1998 Donatella ha creato una nuova azienda, di 376 ettari, chiamandola con il suo nome e riunendo, sotto un unico brand, il Casato a Montalcino e la Fattoria del Colle a Trequanda. Nel 2001 e 2002 ha inaugurato le sue cantine alla Fattoria del Colle e al Casato Prime Donne, che produce Brunello con uno staff interamente femminile.
In questa intervista, ci soffermeremo proprio su quest’ultimo punto: la sig.ra Colombini ci parlerà della gestione dell’azienda agricola e del progetto Prime Donne.

Com’è nata l’idea di creare una cantina di sole donne e quali sono state le principali difficoltà all’inizio? Ha trovato più supporto o più resistenza da parte di colleghi e colleghe?
Il progetto, che prende il nome di “Prime Donne”, nasce per caso. La mia azienda deriva da una divisione dei beni dei miei genitori. Quando mia madre decise di andare in pensione nel 1998, le aziende e le proprietà dei genitori passarono a noi figli. Nell’idea di mia madre, mio fratello, essendo maschio, era più adatto a continuare l’attività familiare, che era quella di produrre vino a Montalcino. Quando dissi che volevo anch’io avere la possibilità di produrre un vino col mio stile e col mio nome, i genitori mi assegnarono due parti delle loro proprietà. Erano due parti marginali che avevano bisogno di grosse ristrutturazioni perché nella parte di Montalcino, che a quell’epoca si chiamava Casato, c’era un podere con delle vecchie vigne e un rudere con un albero dentro, tutto collassato. Nell’altra azienda, invece, c’era un forte indebitamento e una situazione non reddituale. Per aiutarmi in questa fase iniziale in cui c’erano tanti investimenti da fare (creare un brand e una rete commerciale, costruire le cantine, ripiantare le vigne…) mia madre mi diede una piccola quantità di vino Brunello in botte. Il vino Brunello deve rimanere in cantina quattro anni e mezzo e ha bisogno di cure costanti, ma io non sapevo come fare, non ero un’enologa. Quindi telefonai alla scuola di enologia più vicina e chiesi se ci fosse la possibilità di assumere uno/a studente. Mi dissero che i buoni enotecnici devono essere richiesti con almeno due anni di anticipo, mentre le donne erano tutte disponibili perché le cantine non le assumevano come direttrici. Mi resi conto dell’esistenza di una discriminazione che era così antica ma così diffusa e così normale che non si vedeva. Risultava normale che un cantiniere fosse maschio, come un meccanico fosse maschio, un elettricista fosse maschio… Allora decisi di fare qualcosa per cambiare questa situazione: aprire una cantina di sole donne per dimostrare che i grandi vini non hanno bisogno di forza fisica, hanno bisogno di talento. All’inizio la mia scelta è stata presa solo come una scelta di marketing, poi si sono resi conto del fatto che in venticinque anni noi siamo riuscite a portare i nostri vini in quarantaquattro mercati, dimostrando che la nostra scelta era valida.
Può raccontarci come funziona la sua azienda nella quotidianità?
L’azienda è divisa in due parti: una a Montalcino, dove ci sono i vigneti e la cantina di produzione, la sala di degustazione e il punto vendita, l’altra a Trequanda, di 376 ettari, 15 vigne (che stanno per diventare 17), 106 posti letto nella zona agrituristica, ristoranti, camere, ville, piscine, centro benessere, scuola di cucina e quattro percorsi di trekking.

Tra gli impegni che la sua azienda promette di assumersi, c’è la “valorizzazione della diversità”. Cosa significa per lei “valorizzare la diversità” in un’azienda agricola? E come portate avanti concretamente la politica di genere? Quanto è importante l’uso del linguaggio?
Come in tutte le piccole imprese molte cose non partono da un protocollo o da un ordine scritto, ma da un modo di essere e dalle convinzioni che sono alla base del nostro operare. Da noi, per esempio, chi ha bisogno di flessibilità di orario modifica i suoi tempi di ingresso e uscita nella misura in cui questo non ostacoli i colleghi o le colleghe. Per questo la flessibilità è molto alta in ufficio e meno in vigna dove tutta la squadra parte insieme per usare meno mezzi di trasporto. Stessa cosa con lo smart working: chi ha bisogno di lavorare da casa perché è in un ambiente più silenzioso oppure ha esigenze personali si organizza di conseguenza, semplicemente avvertendo il responsabile delle risorse umane. Non c’è stato bisogno di interventi sul linguaggio di genere perché gli uomini sono in minoranza anche a livello di responsabili di settore. A volte ci sono frasi un po’ colorite derivanti dal tipico linguaggio campagnolo (anche dalle donne verso gli uomini) ma non mi sembra ci siano né parole né comportamenti sessisti. Ovviamente abbiamo fatto le azioni di formazione previste dalla Certificazione di genere, ma credo che i comportamenti fra le/i dipendenti siano spontaneamente di rispetto reciproco. Abbiamo invece qualche problema sull’inclusività di persone provenienti da altre culture. Su quello stiamo lavorando per migliorare. Noi abbiamo dipendenti di diversa provenienza. Cerchiamo sempre di integrarli e farli sentire ben accetti all’interno dall’ambiente, non creando alcun tipo di differenza, né retributiva né con i corsi, né con le prospettive di carriera. Quando organizziamo cene collettive durante l’anno, si cerca anche nel menù di stare molto attente a inserire cibi che tutti possano mangiare. Stiamo attente alle più piccole cose. A volte, dato il progetto “Prime Donne”, ci capita di dover fare il contrario, ossia specificare che gli uomini non sono discriminati.

Che impatto ha avuto l’azienda sulla comunità locale? Ricevete interesse e curiosità da parte di molte donne che vorrebbero intraprendere questo percorso? Collaborate con scuole, associazioni o realtà del territorio?

L’intervento sulle comunità locali viene fatto in due direzioni: la prima riguarda il premio “Casato Prime Donne” che cerca di mettere in rilievo le donne che collaborano a cambiare il modello femminile. Ad esempio, l’anno scorso abbiamo premiato Darya Majidi per il suo impegno a promuovere l’intelligenza artificiale e le facoltà scientifiche tra le giovani donne. Un’indagine ha, infatti, dimostrato che la propensione alle materie scientifiche tra uomo e donna è uguale, dunque la tendenza a spingere le ragazze verso le materie umanistiche è giusta solo se c’è una vera passione dietro. Oltre al premio alla Prima Donna e ai premi giornalistici la nostra iniziativa contiene un incubatore di talenti giovanili. Premiamo poi uno/a studente per ogni struttura con cui collaboriamo. Per esempio, lavoriamo con il Liceo artistico di Siena, con la scuola orafa di Firenze, con il più grosso centro di alta formazione gastronomica in Toscana: quello Tessieri di Ponsacco. Il tema scelto quest’anno per studenti riguarda il sogno. Il sogno può far riferimento all’immaginario del sonno notturno, oppure può essere inteso come desiderio che ti porta a modificare la realtà, o al contrario ti porta a provare un disagio per la distanza tra la realtà e l’immaginario. È dunque un tema molto difficile, che richiede preparazione in arte, letteratura, psicoanalisi, ma può essere una grossa chiave per capire il disagio dell’oggi. Tuttavia, spesso mi sono resa conto che non c’è collaborazione da parte di molte scuole. Sicuramente le private sono più inclini a collaborare rispetto a quelle pubbliche. Altra azione sul territorio riguarda l’assistenza ai meno fortunati. Molto importante è, infatti, la nostra “Misericordia”, un istituto medievale che si occupa di provvedere all’assistenza e al trasporto sanitario nelle comunità locali. Proprio la scorsa settimana abbiamo ospitato la cerimonia di benedizione di un’ambulanza che abbiamo collaborato a finanziare… Infine, creiamo progetti con una valenza locale. Per esempio, due anni fa abbiamo iniziato a studiare il modo per utilizzare i contenitori storici di extravergine chiamati “orci”, rimettendoci l’olio. La finalità del progetto è quella di creare un brand comunale per l’olio evo caratterizzato da un antico sistema di conservazione. In accordo col sindaco, pensiamo di diffondere questa pratica ad altre aziende agricole. L’idea è che attraverso azioni di comunicazione e marketing sia possibile alzare il prezzo e le prospettive commerciali dell’olio Evo di Trequanda e con esso rendere remunerativa la coltivazione degli oliveti e la produzione di nuovi orci di terracotta nei laboratori artigiani che si trovano nello stesso comune.

Cosa significa per lei essere un’imprenditrice donna, oggi?
Assolutamente quello che significa essere un imprenditore uomo. Non c’è differenza tra uomo e donna. Sicuramente, però, c’è da dire che uno dei punti deboli dell’imprenditorialità femminile è la scarsa conoscenza finanziaria. A questo bisogna rimediare.

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Articolo di Myriam Pellegrino

Studente di lettere moderne a indirizzo europeo, ha avuto esperienze come Peer educator presso l’Osservatorio Capuano e ha collaborato con “Il Garofano di Capua” per la pubblicazione di articoli su tematiche adolescenziali e per interviste sul posto di personaggi pubblici. Ama la scrittura, e tutti i suoi mondi finzionali, viaggiare e conoscere nuove realtà, recitare e immedesimarsi in ruoli diversi.
