Durante la terza mobilità, organizzata in occasione del programma europeo Erasmus+Azione KA154-YOU, tenutasi a Lodi, le partecipanti e le esperte dei gruppi regionali hanno avuto l’opportunità di entrare in contatto con uno dei tesori più preziosi della città lombarda: la Sala dei Filippini, all’interno della Biblioteca Laudense. A raccontarci la sua storia e i suoi segreti è stata la bibliotecaria responsabile e referente del fondo antico, Rita Tartiviti, la quale ha riservato alle giovani una ricerca inedita su alcuni manoscritti. Ma partiamo dall’inizio.
Le origini della Biblioteca Laudense risalgono al XVIII secolo, quando l’edificio ospitava il convento dei Padri Filippini, una congregazione religiosa discendente da San Filippo Neri: non a caso il soffitto della Sala — chiamata precedentemente “libreria” — conserva un affresco che rappresenta il santo in adorazione della Croce.

I Filippini abitarono queste mura fino alla fine del Settecento: pochi membri riuscirono a resistere alle soppressioni del governo austriaco prima, del governo francese poi, fino al definitivo acquisto da parte della municipalità di Lodi nel 1801, divenendo Biblioteca Comunale Laudense.
La Sala ne è il cuore pulsante, con i suoi diecimila volumi stampati tra il Cinquecento e il Settecento e appartenuti in gran parte ai frati stessi, che li acquistavano o li ricevevano in dono da altri ordini religiosi.

Spostando lo sguardo sugli scaffali, Rita Tartiviti ce ne ha descritto i particolari: alti otto metri, realizzati in legno di noce e dotati di ante che fungono da veri e propri scaffali di libri. Per preservare i volumi, la Sala non è dotata di riscaldamento né di illuminazione elettrica, mantenendo un microclima naturale. Dopo un restauro che ha rimosso ogni traccia di polvere dai volumi, la sala apre solo per eventi speciali e visite guidate, durante le quali gli esperti operano con guanti e schermature solari per proteggere la carta secolare.

Accanto al portone principale d’ingresso, una piccola porta riporta la dicitura “Biblioteca Laudense 1791”. Questa fu realizzata in seguito alle richieste da parte del governo austriaco di aprire la biblioteca anche al servizio della popolazione, nonostante pochi/e al tempo sapessero leggere e scrivere. È in tale occasione che fu varato un regolamento — tuttora incorniciato nella Sala — la cui dodicesima clausola appare oggi particolarmente amara: «Essendo il silenzio uno dei maggiori vantaggi per chi studia, verrà il medesimo custodito il possibile onde i concorrenti non abbiano d’averne disturbo. E a quell’oggetto non si lasceranno entrare nella libreria né donne né fanciulli e presentandosi questi verranno dall’inserviente rimandati urbanamente». Una regola che evidenzia una disparità di genere strutturale, che per secoli ha sbarrato alle donne le porte della cultura. Eppure, a un certo punto, dopo lunghe lotte e proteste femministe, questa catena si è spezzata e noi, come gruppo di una decina di donne, abbiamo potuto ammirare la bellezza e scoprire la storia di questo luogo affascinante.

Rita Tartiviti ha confessato di aver nutrito qualche esitazione nell’approcciarsi a una ricerca che riguardasse la letteratura femminile all’interno dell’archivio della Sala dei Filippini, tuttavia la sua profonda passione ha prevalso sulla sfiducia, portandola verso una scoperta sorprendente. Difatti, tra gli esemplari conservati nella Sala, è emersa una testimonianza di un dibattito del XV secolo, a cui avevano partecipato alcune scrittrici e alcuni scrittori: la Querelle des femmes. Si tratta di un periodo storico che vide un passaggio cruciale dal Basso Medioevo, in cui la figura femminile veniva idealizzata come donna angelicata, all’Età Moderna, in cui iniziò, invece, a essere percepita come un essere inferiore, malvagio, privo di intelletto e in grado, al massimo, di sottostare al ruolo di moglie e di madre. Roman de la rose (1237-1280), un poema narrativo francese, testimonia questa mentalità misogina: uno dei suoi due autori, Jean de Meung, scrisse versi che descrivevano la donna attraverso accezioni negative e svilenti. A replicare fu l’autrice francese Christine de Pizan, aprendo di fatto il dibattito attraverso un’opera, La città delle dame (1404-1405), in difesa dei diritti femminili, costruendo uno spazio utopico abitato unicamente dalle donne stesse. Emergono all’interno del racconto tre figure allegoriche femminili, quali l’intelletto, la giustizia e la verità, contrariamente agli stereotipi del tempo.
È proprio nella Sala dei Filippini che sono custoditi alcuni scritti di autrici e autori italiani che hanno partecipato alla querelle des femmes: tra questi una cinquecentina stampata a Venezia nel 1454 di Vittoria Colonna, poeta e fondatrice di un circolo culturale di cui facevano parte diverse personalità eminenti del periodo, tra cui Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto e Pietro Aretino. Ma non solo, la ricerca ha portato Rita Tartiviti a entrare in contatto con due opere di Lucrezia Marinella, scrittrice veneziana nata nel 1512, una delle autrici che parteciparono più attivamente alla querelle. Una tra queste è il discorso Le nobiltà et eccellenze delle donne et i difetti, e mancamenti de gli huomini.
Curiosamente, il libro riporta una nota di possesso di padre Orietti, Filippino, segno di un interesse insospettabile dei padri anche nei confronti di queste tematiche.

Non mancarono affatto scrittori che, in forma anonima o dichiaratamente, scrissero in difesa del genere femminile. Ortensio Landi fu tra questi, il quale partecipò alla discussione legata alla querelle des femmes: in particolare, a essere stata rinvenuta, è l’opera del 1548, Lettere di molte valorose donne, nelle quali chiaramente appare non esser né di eloquentia né di dottrina alli huomini inferiori. Tuttavia, Landi non fu l’unico autore di genere maschile a scrivere in difesa delle donne: nella biblioteca sono conservati altri esemplari appartenenti, ad esempio, ad Alessandro Piccolomini e Lodovico Domenichini.

La querelle francese proseguì fino al Settecento, coprendo un arco temporale dal Medioevo al pieno Illuminismo.È nel 1794, infatti, che una scrittrice, Rosa Califronia, pubblica Breve difesa dei diritti delle donne, anch’essa conservata a Lodi in questa autorevole e preziosa sala.

Appartengono al medesimo periodo storico i dieci canti de Le donne illustri, composti da Francesco Clodoveo Maria Pentolini Livornese, e le Lettere scritte da donna di senno e di spirito per ammaestramento del suo amante.


Infine, il percorso si è concluso con l’omaggio alla scrittrice lodigiana Ada Negri, della quale la biblioteca conserva un ricco fondo di lettere e cartoline, ritagli di giornale. Molto attiva nel sociale, fu una delle fondatrici dell’Unione nazionale femminile e la prima donna a essere ammessa nella Accademia Nazionale (culturale), risalente al periodo del fascismo. La bibliotecaria ha avuto così la premura di renderci partecipi di una di queste lettere, firmata Ada Negri, facente parte del Fondo Corrispondenza Ada Negri-Ettore Patrizi, datata 22 maggio 1892, e di una cartolina che attesta un passaggio di possesso delle sue opere, recitando «Ada Patrizi, che si onora di essere stata la figlioccia di Ada Negri, offre alla biblioteca della città di Lodi la raccolta delle lettere che la grande poetessa inviò allo zio Ettore Patrizi attraverso una lunga affettuosa amicizia».


Il nostro affascinante e meraviglioso viaggio alla scoperta della Sala dei Filippini termina qui. Questa esperienza è stata un’occasione preziosa per riflettere sul cammino storico delle donne, da figure culturalmente emarginate a protagoniste attive della storia letteraria.
Un ringraziamento speciale va a Rita Tartiviti per la sua disponibilità e per aver realizzato in occasione della nostra visita la sua ricerca: la sua guida appassionata ci ha permesso di riscoprire tesori nascosti custoditi in questo luogo straordinario.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Nomi di mestiere: Sessismo Linguistico tra Sincronia e Diacronia. Attualmente sto frequentando il corso di laurea magistrale di Editoria e Scrittura presso la medesima università. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
