Torino. Attiviste riscrivono le strade intitolandole a partigiane 

La sera del 5 marzo 2026, cinque attiviste di Extinction Rebellion affiggono, utilizzando una miscela di acqua e farina, alcuni fogli di carta sulle targhe stradali di Torino. L’azione, dal carattere temporaneo e simbolico, mirava a risignificare lo spazio urbano e a mettere in discussione la memoria pubblica legata al passato coloniale e autoritario italiano.
Via Tripoli, per qualche ora, ha smesso di celebrare l’espansione coloniale italiana in Libia dell’inizio Novecento per essere rinominata “Via della partigiana Ada Gobetti”. Protagonista della Resistenza, nata e cresciuta a Torino, Gobetti fu una giornalista che collaborò con riviste come Energie Nove e La Rivoluzione Liberale. Testimone delle lotte operaie del Biennio Rosso torinese, si laureò in filosofia nel 1925, anno in cui il regime fascista impose la chiusura della rivista Rivoluzione Liberale, fondata dal marito.
Quest’ultimo, Piero Gobetti, morì in esilio a Parigi nel 1926, in seguito a complicazioni subentrate dopo una violenta aggressione squadrista. Ada proseguì l’attività culturale e politica cominciando a insegnare al liceo classico Cesare Balbo e introducendo in Italia le teorie pedagogiche di Benjamin Spock. Durante la Resistenza fu tra le fondatrici del Partito d’Azione (1942) e coordinò i collegamenti tra le brigate partigiane in Val Germanasca e in Val di Susa, dove operava anche Bianca Guidetti Serra. Proprio a quest’ultima, giurista e figura instancabile della Torino civile e resistente, è stata dedicata un’altra delle affissioni in carta, rivendicando il suo ruolo fondamentale nella difesa dei diritti e nella memoria della città.
Gobetti, terminata la guerra, fu la prima donna a essere nominata vicesindaca di Torino, e partecipò alla fondazione della Federazione Internazionale Democratica delle Donne. Negli anni Cinquanta, collaborò con testate come L’Unità, Paese Sera e il Pioniere, diretto da Dina Rinaldi e Gianni Rodari. 

Via rinominata in onore della partigiana Ada Gobetti
Via rinominata in onore della partigiana Bianca Guidetti Serra

Anche Via Maresciallo Gaetano Giardino è stata temporaneamente trasformata. Giardino, operativo nella guerra italo-turca del 1911 in Libia e figura di rilievo durante la Prima guerra mondiale, fu ministro nel 1917 e sostenne il regime fascista negli anni successivi. Durante i disordini sociali del primo dopoguerra, appoggiò politiche repressive contro il movimento operaio a Torino. In suo onore fu eretta una statua a Bassano del Grappa.
Al suo posto, le attiviste hanno dedicato la via a Libera Arduino, operaia e attivista politica, che partecipò alla Resistenza come staffetta, attiva nei Gruppi di difesa della donna, aggregati alla XX Brigata Garibaldi Sap. Fu catturata nella propria abitazione dalle Brigate Nere, insieme alla sorella Vera Arduino e a Rosa Ghizzone. Ghizzone riuscì a fuggire, mentre Libera e Vera vennero uccise dai fascisti dopo giorni di prigionia; anche Vera è stata ricordata con una dedicazione cartacea. 

Via rinominata in onore della partigiana Vera Arduino

Viene affissa una dedica anche a Lucia Boetto, partigiana nota con nomi di battaglia come “Bianca” e “Bala”. Impegnata come staffetta, svolse missioni rischiose di trasporto e consegna di armi e documenti riservati; fu lei a trasportare, con la sua bicicletta, la bandiera italiana destinata dal governo ai partigiani del Nord. Nel dopoguerra partecipò attivamente all’Associazione Volontari della Libertà e al comitato direttivo dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti. Morì nel 2015 all’età di 95 anni, tra le ultime testimoni dirette della Resistenza italiana.
Infine, viene coperta anche Via Pietro Toselli, nel quartiere Crocetta, che richiama la figura di un ufficiale impegnato nelle campagne coloniali italiane in Africa orientale alla fine dell’Ottocento. Toselli partecipò alla guerra d’Eritrea e morì nel 1895 durante la battaglia di Amba Alagi. Fu più volte inviato in Etiopia con il compito di reprimere le rivolte locali. 

Via rinominata in onore della partigiana Lucia Boetto

L’azione si è conclusa con l’intervento delle forze dell’ordine: le attiviste sono state fermate per alcune ore, identificate, sottoposte a perquisizione e denunciate per imbrattamento. Questa reazione netta si inserisce in un clima di crescente rigidità normativa. Il Decreto Sicurezza del 2026 ha infatti introdotto aggravanti specifiche per azioni compiute durante proteste politiche o ambientaliste, anche in assenza di danni permanenti. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari ha definito tali derive come una «criminalizzazione del dissenso», che rischia di compromettere la qualità del confronto democratico.

Per comprendere al meglio le motivazioni dietro questa azione, ho raccolto le testimonianze di due attiviste coinvolte, Rache e Angèle. Anzitutto, ho chiesto loro da dove fosse nata l’idea per questa forma di guerriglia odonomastica, e perché avessero scelto di attuarla proprio il 5 marzo.
«L’idea nasce dal voler lanciare un messaggio in vista dell’8 marzo. Volevamo ricordare quanto lavoro resti ancora da fare per raggiungere una parità, sotto molti punti di vista, anche quello della toponomastica cittadina».
Ho chiesto se fossero a conoscenza di precedenti iniziative simili, come quelle promosse dall’associazione Toponomastica femminile, che per principio si batte per una rappresentazione più equa all’interno dello spazio pubblico, o di azioni di street-art, come quelle di Poeta della Serra. Quest’ultimo, nel giugno 2025, aveva realizzato a Roma una protesta simbolica contro patriarcato e femminicidi, rinominando temporaneamente alcune vie del centro storico con i nomi di giovani donne vittime di violenza. Aveva affisso delle targhe di carta sulle insegne ufficiali, così Via Tomacelli è diventata Via Ilaria Sula, Via della Caravita è diventata Via Giulia Cecchettin, Via della Scrofa è diventata Via Laura Papadia. L’intento era di trasformare luoghi di shopping e turismo in spazi di riflessione.

Azioni di questo tipo, pur nella loro dimensione simbolica, si collocano in un’area giuridicamente ambigua: tecnicamente configurabili come affissione abusiva o deturpamento, vengono spesso trattate, in assenza di danni permanenti, con la semplice rimozione dei materiali. Lo stesso Poeta della Serra, in un’intervista a Leggo, ha raccontato di aver spiegato pacificamente il senso del suo intervento ad alcuni passanti e curiosi che chiedevano informazioni, senza che si creassero tensioni con le autorità sul posto.

Alla luce di questi precedenti, spesso accolti senza conseguenze rilevanti, vi aspettavate la reazione registrata a Torino? 
Non ci aspettavamo questa reazione: probabilmente è dipeso dal fatto che un passante ci ha viste mentre attaccavamo i fogli e ha chiamato la polizia, senza chiedersi cosa ci fosse scritto o perché lo stessimo facendo. Per un semplice attacchinaggio la prassi solitamente è diversa; in questo caso siamo state denunciate per imbrattamento, ma non era ciò che stavamo facendo. Nonostante siano azioni spesso apprezzate, la reazione è stata negativa: questo potrebbe intimidire chiunque voglia intraprendere iniziative simili. Non dovremmo avere paura di esprimerci.
Durante il percorso molte persone ci hanno ignorate, anche se con occhio curioso ci hanno osservate, senza intervenire. Purtroppo un uomo ha cercato di avvicinarci con fare provocatorio; visti i modi minacciosi abbiamo preferito proseguire il nostro percorso evitandolo. 

Come avete interpretato ciò che sta accadendo ora?  
Credo che l’obiettivo sia chiaro: fermare e limitare qualsiasi forma di dissenso. È evidente un cambio di rotta nel modo in cui lo Stato si rapporta con chi cerca di avere una voce, anche se in linea con i valori della nostra democrazia e della nostra Costituzione. Siamo non solo di fronte a un’importante e tragica crisi umanitaria e climatica, ma anche a una perdita significativa del rapporto tra cittadine/i e istituzioni. L’arte urbana a sfondo politico è pur sempre arte, e come tale dovrebbe essere protetta dalla libertà di espressione e di pensiero.

Cosa direste a una cittadina o a un cittadino che, passando sotto quella targa a Via Tripoli, non riesce a capire perché andrebbe modificata o integrata? 
A chi non comprende perché una targa andrebbe modificata, diremmo che ogni parola ha un peso, ogni nome richiama immaginari e contesti storici. Una città piena di riferimenti a periodi oscuri, rischia di normalizzarli. Il nostro è stato un gesto simbolico, per ricordare donne che hanno fatto cose straordinarie e memorabili. Gli uomini, invece, vengono ricordati quasi a prescindere, anche quando hanno fatto cose meno positive e meno memorabili. Intervenire sul volto della propria città è necessario, le persone che vivono la città fanno la città, i quartieri sono costruiti da chi li abita, ed è fondamentale ricordarlo. 
È molto importante non perdere la volontà di farsi delle domande e di cercare delle risposte. Già anni fa il Comune aveva accolto la richiesta di cambiare i nomi di certe vie e piazze, proprio perché legate ad un passato coloniale e razzista. Questo ci spinge a continuare a immaginare una città più coerente con i principi che riteniamo fondamentali. 
Abbiamo scelto luoghi intitolati a uomini o eventi che oggi riteniamo non debbano più essere glorificati. Nomi che non dovrebbero essere assunti come punti di riferimento all’interno dello spazio pubblico. 

Avete sovrapposto dei nomi nuovi, di donne partigiane: perché avete scelto proprio loro per sostituire la toponomastica coloniale? 
Perché rappresentano un modello opposto e virtuoso, al quale tutte/i dovremmo aspirare. Donne e partigiane, da un lato per mantenere al centro il tema della Resistenza, dall’altro per colmare una sottorappresentazione che purtroppo il genere femminile ha subito nel racconto della resistenza partigiana, anche e soprattutto in vista dell’8 marzo. 

A chi appartengono oggi le strade?  
Le strade appartengono ai cittadini e alle cittadine, anche se sono gestite dalle istituzioni. Il fatto che siamo state indagate dice molto su come lo Stato stia gestendo eventuali gesti politici. Il problema emerge a causa degli atti pretestuosi e della sproporzionata reazione da parte degli agenti, vista anche la volontà da parte loro di coinvolgere la Digos. Dovrebbe far scattare un campanello di allarme per chiunque il fatto che un semplice gesto come il nostro non sia più così scontato. 

Molti titoli di giornale hanno sottolineato che a compiere l’azione fossero state delle “ragazze”. Pensate che questa definizione sia stata usata per sminuire il valore politico della vostra iniziativa? Sarebbe stato diverso se si fosse trattato di uomini adulti? 
L’attenzione mediatica dovrebbe concentrarsi sul fatto che cinque cittadine sono state denunciate per aver provato a ricordare l’importanza dei diritti, che poi ci sono stati fattualmente negati. Eravamo cinque attiviste, mi auguro che il dibattito si concentri sul nostro intento, più che sul nostro genere.
Il termine “ragazze”, è un’arma a doppio taglio: tende a sminuire il valore politico dell’azione, richiamare l’immagine di ragazze indifese, suscita empatia, sottolineando la durezza della polizia nei confronti delle persone coinvolte. Il termine “attiviste” sarebbe stato più appropriato. Se fossero stati uomini adulti al posto nostro, probabilmente la narrazione sarebbe stata diversa. L’empatia non dovrebbe dipendere dal genere ma dal significato che l’azione compiuta porta con sé.

Il dibattito sollevato non è nuovo per gli studiosi di public history: è corretto intervenire sulle intitolazioni dello spazio pubblico, coprendole, modificandole, sostituendole, anche solo simbolicamente?
Sebbene non vi siano risposte univoche, una delle soluzioni più condivise è quella dell’integrazione: affiancare alle intitolazioni esistenti elementi contestuali, targhe esplicative o percorsi didattici, capaci di restituire complessità storica senza cancellare il passato. Non si tratta, infatti, di rimuovere la memoria di determinati eventi, tuttavia è fondamentale sottrarla a una narrazione puramente celebrativa, rendendo visibili le zone d’ombra della nostra storia coloniale.
Lo spazio pubblico non è neutro: riflette i valori e le priorità della società. Intitolazioni, monumenti e targhe contribuiscono a definire ciò che viene ricordato e ciò che resta ai margini.
Intervenire sul volto delle nostre città significa rivendicare il diritto di non essere spettatori passivi della storia. L’azione di Torino, pur non offrendo soluzioni definitive, ha il merito di rendere visibili tensioni storiche e sociali troppo spesso ignorate, riportando l’attenzione sulle responsabilità italiane in Libia, Etiopia ed Eritrea.
Non sono solo nomi su una targa, ma impronte di un passato che attende ancora di essere rielaborato collettivamente. Ricordare è un atto politico, farlo insieme è l’inizio di una risignificazione necessaria.

In copertina: Torino, via rinominata in onore della partigiana Vera Arduino. Foto Extinction Rebellion (comunicato stampa). 

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Articolo di Desirèe Rizzo

Studente del corso di laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, dove coltiva la sua passione per la letteratura e la filosofia. Laureata in Beni Culturali all’Università di Roma Tor Vergata, è amante dell’arte e del cinema horror, e si dedica con entusiasmo alla scrittura, con l’obiettivo di affermarsi come autrice di narrativa.

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