Il Mupa, Museo del patriarcato — un evento espositivo promosso da ActionAid — si sposta da Roma a Milano nello storico e suggestivo spazio espositivo della Fabbrica del Vapore, un importante polo culturale e creativo. La Fabbrica del Vapore nasce come area industriale, alla fine del XIX secolo in piena rivoluzione industriale, quando diventa sede della Ditta Carminati, Toselli & C. specializzata nella costruzione e nella riparazione di materiale ferroviario e tramviario, sull’onda della crescente domanda di trasporto pubblico in una Milano in espansione. Sono gli operai dell’azienda che inventano il soprannome di “Fabbrica del vapore”, che simboleggia l’importanza del vapore come forza motrice delle industrie, mentre l’azienda contribuisce significativamente al sistema di trasporto pubblico milanese con lo sviluppo di nuove carrozze tranviarie. Dopo trasformazioni tra guerre e eventi storici, decadenza, abbandono e rinascita, oggi la Fabbrica del Vapore, con un significativo progetto di restauro, è esempio di archeologia industriale applicata alla cultura contemporanea, polo culturale dedicato alla creatività e alla partecipazione soprattutto giovanile. Quindi non è forse un caso che Mupa, un museo che custodisce cimeli, reperti e testimonianze del XX e XXI secolo sul patriarcato, sia collocato a Milano, proprio in uno spazio con questa storia.
Il Mupa milanese (dal 7 al 21 marzo 2026) fa seguito all’anteprima organizzata a Roma a novembre, di cui abbiamo già avuto testimonianza in questo documentato articolo, al quale rimando per le ricche considerazioni. Entrando a Milano nello spazio espositivo, senza aver visto l’esposizione romana e senza aver ancora letto l’articolo, ho provato a immaginare di essere nel 2148, quando, stando alle previsioni partite dall’ultimo Global Gender Gap Report, dovrebbe essere stata raggiunta la parità di genere sotto tutti i suoi diversi aspetti. Il che vorrebbe dire che il patriarcato è diventato oggetto da museo, un museo che ricostruisce scene di vita da osservare con critica consapevolezza in un presente contradditorio e per non pochi aspetti ancora in lenta transizione per il raggiungimento della parità di genere e in vista di un futuro di superamento delle violenze maschili sulle donne. Le installazioni e le immagini della mostra mettono in scena rappresentazioni sulla disparità e sulla violenza di genere in modo più o meno esplicito, alcuni esempi:
– un barattolo la cui etichetta reca la scritta Just Shit, al suo interno sono conservati campioni di contenuti di spazi del Web italiano in cui, senza consenso, venivano condivise foto intime di donne;


– due barattoli di vetro sono riempiti con monete. La quantità di contenuto è però sensibilmente diversa all’interno dei due recipienti, evidenziando una pesante disparità;

– una sala è dedicata alla denuncia e al contrasto dei matrimoni precoci e forzati;


– il trittico Pugni Su Anta ti fa quasi fisicamente sentire la violenza;

e altro ancora…
È possibile partecipare a workshop, laboratori, lezioni, performance. Un’area Kids offre suggestioni ed eventi dedicati. Accanto a me davanti alle installazioni visitatori e visitatrici, coppie giovani e non, signore/i in età, ragazze/i, gruppi… osservano e commentano: ironia, disagio, perplessità… Tutto molto suggestivo e ricco, frutto di collaborazione con centri antiviolenza e realtà femministe.
Torno e ho bisogno di sedimentare e riflettere ed è a questo punto che la lettura dell’articolo di Federica arriva a portarmi condivisione: questa mostra con la sua stimolante ricchezza non può restare un’iniziativa a sé stante, anche se già aver toccato Roma e Milano con questa vivacità di partecipazione costituisce un elemento di positività. Deve diventare un museo itinerante, l’occasione per un lavoro formativo continuo nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle associazioni, nei contesti famigliari ed esistenziali più diversi, perché solo così ci può aiutare ad anticipare la data del 2148 per la fine del patriarcato non solo come una provocazione, ma quasi miracolosamente come un dato di realtà. Un lavoro che raccoglie le suggestioni di testimonianze formative, cominciate già da tempo e spesso dimenticate, che possono costituire una narrazione positiva, accanto a quella purtroppo continua delle disastrose documentazioni di violenza e discriminazione della stampa quotidiana.
E a questo proposito, per recuperare ancora una volta il sempre valido “partire da sé”, mi vengono in mente, per mia diretta esperienza, i primi lontani approcci nelle scuole al tema della parità di genere, approcci che hanno pian piano stabilito reti formative per progetti di scambi e contatti a livello nazionale ed europeo, dando la possibilità a insegnanti di diversi Paesi di confrontarsi direttamente su cosa volesse dire innovare atteggiamenti e comportamenti per prevenire e sconfiggere i pregiudizi più radicati.
Lavoravo all’Irrsae Lombardia e ricordo, in particolare con otto Paesi partner, tra Nord e Sud Europa, la sperimentazione del tema: “Cambiare il modello di mascolinità in Europa”. Tra il maschio greco e danese, spagnolo e finlandese, tedesco e francese… l’italiano non sapeva dove collocarsi… L’immersione in rappresentazioni di quadri esistenziali autentici ed esperiti direttamente stimolava riflessioni e considerazioni più pregnanti di letture e programmi teorici. Oggi se mi capita di incontrare le mie “antiche” colleghe ci diciamo: «allora? A che punto siamo?» e non sappiamo se ridere o piangere, per una situazione che certo migliorata non è.
Bisogna lavorare ancora molto, ognuna/o partendo da sé, dando voce a un lavoro di ricerca spesso non sufficientemente evidenziato e documentato, ma che per fortuna esiste e va valorizzato e diffuso.
Da qui l’importanza di questa iniziativa di Actionaid, da diffondere a livello capillare nei contesti formativi.
Foto di Alda Capoferri.
In copertina: Calpestare, opera interattiva (https://www.actionaid.it/mupa/calpestare/).
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Articolo di Maria Rosa Del Buono

Di formazione classica, filosofica, psicologica, iscritta all’Albo degli psicologi della Lombardia, sono stata docente dalla scuola secondaria di I grado all’Università e mi sono dedicata alla formazione docenti in ambito istituzionale e associativo, con particolare attenzione ai temi delle Pari Opportunità e della Differenza di Genere. Sono membro del direttivo della Casa delle Artiste.
