Francoise Demulder, fotoreporter di guerra

Francoise Demulder, anche nota come Fifi, nasce a Parigi nel 1947. Figlia di un ingegnere elettronico, studia filosofia e lavora come modella prima di avvicinarsi per caso alla fotografia. È la prima donna a vincere l’ambito premio World Press Photo of the Year per una foto in bianco e nero, scattata nel 1976 durante l’espulsione di cittadini/e palestinesi dal distretto di Karantina a Beirut.
In un periodo in cui è eccezionale per una donna lavorare come fotografa di guerra, Fifi Demulder e le sue colleghe Catherine Leroy e Christine Spengler aprono un varco in quel campo fino ad allora dominato dagli uomini. Negli anni Settanta e Ottanta, diventano le personalità di spicco delle tre agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Sipa con sede a Parigi che allora è il centro del fotogiornalismo mondiale.

Françoise Demulder riceve il premio World Press Photo ad Amsterdam, 1977

È il suo primo fidanzato, il fotografo Yves Billyin, ad avvicinare Demulder alla fotografia. Con lui va in Vietnam con un biglietto di sola andata, inizialmente come turista, ma il suo desiderio di capire meglio la situazione, la spinge a rimanere. Fino a quel momento, ha conosciuto il mondo della fotografia soltanto come modella. «Aveva piuttosto il suo posto dall’altra parte dell’obiettivo. È l’incontro con il Vietnam che l’ha fatta diventare fotografa», racconta Billyin. Dotata di grande talento naturale senza una specifica formazione, si forma direttamente sul campo, impara presto gli ingredienti di base della fotografia di guerra e si muove liberamente nel Paese grazie alla sua intraprendenza. L’Associated Press acquista i suoi scatti e in breve tempo il suo lavoro diventa molto richiesto. «L’unico modo per guadagnarsi da vivere era fare foto. Non ero affatto un fotografo, ma c’era una grande necessità di foto dal Vietnam. Vendevo circa quattro foto al giorno a un ufficio stampa, perché erano gli unici a pagare in contanti. Non c’è mai stato tanto lavoro come allora in Vietnam», dichiara Françoise Demulder nel 1977 in una intervista alla rivista olandese Viva.

Françoise Demulder, Parigi, 1977

Il 30 aprile 1975, quando le/i cittadine/i americani e le altre persone straniere sono evacuate da Saigon, Demulder resta nel palazzo presidenziale e riesce a immortalare l’entrata in città dei carri armati Vietcong, scattando la foto esclusiva di uno di questi che sfonda il cancello principale dell’edificio. La fotografia fa il giro del mondo e diviene il simbolo della sconfitta americana. Da quel momento, Fifi Demulder viaggia molto per incarico delle principali riviste francesi come Paris Match, e internazionali, tra cui Time, Life e Newsweek.
Dopo il Sud-est asiatico si interessa ad altri conflitti in Angola, Libano, Etiopia, Pakistan e Cuba. Va spesso in Medio Oriente, dove stringe amicizia con Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, di cui documenta la partenza definitiva dal Libano verso il Nord Africa via mare, nel 1983. È proprio Arafat che, incapace di pronunciare il suo nome, le darà il soprannome di Fifi. Segue la guerra Iran-Iraq e quella del Golfo, durante la quale è una delle poche giornaliste presenti a Baghdad quando la città viene bombardata. Demulder odia la guerra e sente il dovere di documentare le sofferenze delle creature innocenti; nelle sue foto ci sono il dolore e la disperazione di donne e uomini impotenti di fronte alla crudeltà delle armi.

Yasser Arafat e Françoise Demulder, 1989

La sua carriera è stroncata dalla malattia, una leucemia. «Si è ritrovata all’improvviso, nel 2001, con un cancro, senza un soldo, senza aver mai versato contributi», racconta il regista e fotografo Christian Poveda, che crea l’associazione Des clics et des claques per aiutarla. Circa 360 fotografi e fotografe offrono uno scatto da mettere all’asta. Poi un errore medico la rende paraplegica. «Era la sua ossessione da fotografa di guerra, non essere ferita alle gambe. E, una mattina, si sveglia paralizzata», racconta Yves Billyin. Infine il 3 settembre del 2008 muore a Parigi per un infarto.
Una risposta all’orrore della guerra probabilmente non l’aveva ancora trovata, ma le sue immagini lo hanno raccontato, nella speranza che tutto ciò non accadesse più. Fra tutte le sue foto, la più emblematica è Distress in Lebanon, quella che le è valsa il premio World Press Photo nel 1977. Appena scattata, Demulder spedisce il rullino in taxi a Damasco, dove è caricato su un volo diretto a Parigi e consegnato a Gamma, la sua agenzia fotografica. Inizialmente la fotografia non è apprezzata e viene messa da parte; soltanto quando Demulder torna da Beirut, diverse settimane dopo, viene pubblicata e affissa sui muri della parte della città non controllata dai falangisti. Nella foto in bianco e nero in primo piano un’anziana donna palestinese supplica un miliziano cristiano armato; sullo sfondo, bambine e bambini che fuggono a piedi nudi lungo la strada devastata. Quella mattina di gennaio del 1976, la milizia cristiana falangista attacca la gente palestinese rifugiata nel quartiere di Karantina a Beirut est, dando fuoco alle case e provocando un migliaio di vittime. Ancora oggi, quella donna immortalata dalla fotografa sembra chiedere il perché di tanto odio. Demulder racconterà in seguito alla televisione francese che solo la bambina e il bambino, visibili sullo sfondo, sopravvivono. Il miliziano si suicida giocando alla roulette russa. Questa immagine la perseguita per anni, riportandole alla mente la follia della guerra libanese e la carneficina durante i combattimenti. «Da quel momento in poi non si è trattato più di buoni cristiani e malvagi palestinesi, e i falangisti non mi hanno mai perdonato», ha detto.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

Nel corso della brillante carriera, Françoise Demulder riceve numerosi premi e riconoscimenti per il suo lavoro. Le sue fotografie sono esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica su temi come i diritti umani e la giustizia sociale. I suoi scatti sono poetici e carichi di emozione. Utilizza la luce in modo magistrale, creando atmosfere che riescono a trasmettere la complessità delle situazioni ritratte. La capacità di entrare in contatto con le persone e di guadagnarsi la loro fiducia le consente di catturare momenti autentici e intimi, rendendo il proprio lavoro ancora più potente. Crede fermamente nell’importanza di rappresentare le persone con dignità e rispetto, evitando la spettacolarizzazione del dolore. Il suo lavoro è un atto di responsabilità sociale.

Françoise Demulder
Françoise Demulder

A Françoise Demulder si è ispirato Alan Cowell, scrittore inglese e per molto tempo corrispondente di guerra, nel suo romanzo A Walking Guide pubblicato per la prima volta nel 2003 da Simon & Schuster. La protagonista femminile è Faria Duclos (stesse iniziali di Demulder), una fotografa di guerra francese, ex modella. L’anno seguente, Michael Alan Lerner, ex corrispondente di Newsweek, nel suo film Deadlines, ha creato il personaggio della fotografa Julia Muller, basato su di lei; la pellicola è incentrata su eventi reali e ambientata a Beirut nel 1983 quando la città è dilaniata dalla guerra.

Riferimenti:
https://www.liberation.fr/grand-angle/2008/09/10/prises-de-vie_79866/ https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/09/09/AR2008090903434.html https://www.theguardian.com/artanddesign/2008/sep/18/photography.women https://www.worldpressphoto.org/francoise-demulder
https://web.archive.org/web/20170814064338/https://iconicphotos.org/tag/francoise-demulder/ https://www.collettivoclan.it/la-fotocosa-del-giorno-omaggio-a-fifi/ https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a34676320/storia-di-francoise-demulder-fotografa/

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

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Articolo di Gabriella Milia

Ho insegnato per molti anni materie letterarie negli istituti tecnici e professionali. Mi sono sempre interessata di letteratura italiana e inglese, in particolare letteratura femminile. Da quando sono in pensione, collaboro con l’associazione di volontariato Più Culture, insegnando italiano L2 a ragazze e ragazzi stranieri in difficoltà.

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