Nelle ultime settimane il dibattito sulla guida del campo progressista si è concentrato sempre più insistentemente su un interrogativo che a molte e molti potrebbe sembrare superfluo: la leadership di Elly Schlein è davvero in discussione, anche per il Partito Democratico, oltre che per le rivendicazioni del leader dei 5 stelle? E se sì, perché?
La domanda appare legittima soprattutto se si guarda ai dati e ai fatti. Sotto la guida di Schlein, il Partito Democratico ha ritrovato una centralità che sembrava smarrita, tornando a crescere nei sondaggi e a occupare uno spazio politico più definito. A questo si aggiunge una presenza sempre più riconosciuta anche sul piano internazionale, come dimostrato dalla partecipazione all’incontro dei partiti progressisti mondiali a Barcellona dei giorni scorsi, e una capacità istituzionale evidente, a esempio quando ha difeso in Parlamento la presidente del Consiglio dagli attacchi di Donald Trump, rivendicando una postura di tutela dell’interesse nazionale che va oltre le appartenenze partitiche.
Eppure, nonostante questo percorso, la sua candidatura a leader della coalizione progressista viene messa in discussione non solo attraverso la richiesta di Conte di primarie. E non tanto attraverso un confronto diretto sulle idee o sui risultati, quanto attraverso la costruzione di una contrapposizione con la sindaca di Genova, Silvia Salis, con l’ombra di Renzi che vede in lei una figura più capace di attrarre i voti dei moderati.
Tuttavia il modo in cui questa sfida viene raccontata dice molto più del merito della questione. I media sembrano aver imboccato con entusiasmo lo schema narrativo più semplice e, al tempo stesso, più logoro: quello della competizione tra donne. Uno schema che trasforma una possibile dialettica politica in una sorta di Eva contro Eva, dove il confronto smette di essere sui contenuti e scivola rapidamente su altri piani.
Così, accanto alle posizioni politiche, trovano spazio dettagli irrilevanti come le scarpe di Salis o il numero di follower su Instagram, 511mila contro 433mila, come se la leadership si misurasse in termini di engagement social più che di visione e capacità politica. È una dinamica che abbiamo già visto all’opera: basti ricordare i toni sproporzionati scatenati dalla dichiarazione di Schlein sull’armocromia, un episodio diventato simbolo di quanto facilmente il discorso pubblico scivoli verso il giudizio estetico quando si tratta di donne.
Questo tipo di narrazione non è neutrale. Amplifica la competizione che coinvolgerebbe due figure femminili e la deforma, allontanandola dai binari della politica. Di competizioni tra uomini, nella politica italiana, ce ne sono quotidianamente, ma nessuno le racconta come uno scontro Adamo contro Adamo. Per la verità, non abbiamo mai sentito usare l‘espressione Adamo contro Adamo (così come non abbiamo mai sentito parlare di uomini nemici degli uomini, ma questo è un altro discorso, ne parlavo qui qualche anno fa).
Il punto è che, nonostante oggi le due principali figure della politica italiana siano donne, la Presidente del Consiglio e la Segretaria del principale partito di opposizione, la presenza femminile nel quadro complessivo resta limitata. E quando le posizioni femminili di vertice sono poche, la competizione viene inevitabilmente enfatizzata, spesso oltre misura, fino a diventare rivalità caricaturale.
In questo contesto si inserisce la figura di Silvia Salis, proposta da alcuni come alternativa più comunicativa, più immediata, più spendibile mediaticamente. Un profilo che viene spinto in avanti anche in ragione di una presunta maggiore capacità di parlare a un elettorato più ampio. Ma questa narrazione solleva una domanda inevitabile: a scapito di cosa?
Perché, se si guarda ai percorsi, la differenza di esperienza tra le due è evidente. Schlein ha alle spalle anni di attività politica a diversi livelli, una costruzione coerente di posizioni e una riconoscibilità consolidata. Salis, al contrario, rappresenta una figura più recente sul piano politico nazionale. Eppure, il confronto raramente si concentra su questi elementi.
Dunque il sospetto che, dietro questa operazione, si muova anche una dinamica più profonda: la difficoltà di una parte del sistema politico e mediatico ad accettare fino in fondo il progetto rappresentato da Elly Schlein. Una leadership percepita come troppo di sinistra, troppo orientata al cambiamento, e quindi da contenere o riequilibrare. In questo senso, la costruzione di un’alternativa più digeribile rischia di diventare uno strumento per disinnescare quella spinta.
Ma c’è un ulteriore livello, più sottile e insieme più radicato, che riguarda il modo in cui questo confronto viene costruito e raccontato: il sessismo. Non solo quello esplicito, ma anche quello strutturale, che plasma i criteri stessi del dibattito pubblico.
Da un lato, una parte della propaganda di destra (dopo aver tentato per anni di delegittimare Schlein e farne oggetto di derisione) sembra aver già individuato in Silvia Salis un bersaglio da colpire, quasi fosse una leader in pectore, inaugurando una prevedibile operazione di delegittimazione che passa, ancora una volta, dall’aspetto estetico. Le scarpe diventano argomento politico, esattamente come in passato lo sono stati i vestiti o le scelte di immagine di altre figure femminili. È un copione noto, quando le protagoniste sono donne: spostare il fuoco dal merito al corpo, dalla politica alla superficie. Emerge con evidenza il doppio standard: gli uomini vengono giudicati per ciò che dicono e fanno (o non dicono e non fanno); le donne, troppo spesso, anche per come appaiono.
Dall’altro lato, però, il problema non riguarda solo l’attacco più rozzo e riconoscibile. Esiste un sessismo più raffinato, che attraversa anche il campo progressista e il racconto mediatico nel suo complesso. Si vede anche nell’uso selettivo degli strumenti di legittimazione: editoriali e analisi costruiscono autorevolezza quando riguardano uomini; quando parlano di donne, invece, deviano spesso su aspetto, tono o carattere, come se la politica da sola non bastasse.
In questo quadro si inserisce anche il modo in cui viene raccontata la figura di Silvia Salis. Il dibattito sulla candidatura unitaria rivela infatti un secondo livello problematico: Salis viene descritta da molti commentatori come una figura sostanzialmente vuota, un contenitore da riempire. Una leader senza storia ideologica ingombrante, senza appartenenze troppo marcate, senza legami capaci di creare attrito. Una figura che, proprio per questo, può essere riempita di qualsiasi contenuto.
È una chiave di lettura che, applicata raramente agli uomini, finisce per produrre un effetto paradossale. Da un lato semplifica e rende spendibile mediaticamente il profilo; dall’altro riduce una donna con un curriculum comunque solido, ex atleta olimpica, vicepresidente del Coni, sindaca eletta, a uno strumento neutro, quasi intercambiabile. Non una soggettività politica piena, ma uno spazio da occupare.
Il risultato complessivo è un dibattito che continua a muoversi su un terreno inclinato. Da una parte la delegittimazione esplicita, dall’altra una rappresentazione che svuota o distorce. In mezzo, la politica, quella fatta di idee, programmi, visioni, fatica a trovare spazio. Perché non si parla di programmi?
Rimettere al centro il merito, i programmi e le differenze reali tra le proposte non è solo una questione di correttezza del confronto. È anche un modo per sottrarre le donne in politica a un doppio vincolo: quello che le espone contemporaneamente alla banalizzazione e alla delegittimazione. Due facce della stessa medaglia, che continuano a rendere il terreno della competizione più scivoloso e meno equo.
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Articolo di Donatella Caione

Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.
