Nelle ultime ore, le navi della Flotilla, partite da Barcellona, Marsiglia, Bari e Siracusa e dirette a Gaza per portare supporto umanitario, sono state illegalmente fermate a largo di Creta. Sebbene non sia certo la prima, si tratta della più grande missione volta a rompere l’assedio della Striscia di Gaza, messo in atto da Israele dal 2007.
Centinaia di persone (principalmente di provenienza italiana, francese e spagnola, stando alle poche fonti per ora disponibili) sono state arrestate arbitrariamente e detenute in una nave della marina israeliana senza che sia contestato loro alcun reato; molte barche sono state danneggiate dai droni e dai soldati israeliani e lasciate in balia delle onde senza vela né motore né mezzi di comunicazione, altre decine di imbarcazioni hanno trovato rifugio a Creta trainandone alcune danneggiate.
Israele non ha difeso il proprio territorio ma ha preso d’assalto unilateralmente civili che non costituivano alcun pericolo. Una grande potenza mondiale ha aggredito senza giustificazione una flotta composta da decine di barche a vela armate di riso e farina facendo ostaggio dei suoi naviganti.
Israele perpetra una serie di crimini contro l’umanità e di guerra commessi anche in assenza di guerra, non vi è niente di legittimo nel suo comportamento, niente che assomigli alla difesa dal terrorismo.
Il reato imputabile alla marina israeliana (oltre al blocco navale della Striscia di Gaza) è e violazione del diritto internazionale navale e umanitario in materia di obbligo di soccorso e protezione delle imbarcazioni civili.
E la Grecia è collusa, per la mancata reazione.
Secondo gran parte delle fonti, l’attacco è avvenuto in acque internazionali, il che costituisce a tutti gli effetti un atto di pirateria, ma c’è chi sostiene che l’intervento militare israeliano sia stato effettuato in acque territoriali greche, il che rappresenterebbe una violazione della sovranità territoriale greca ed europea, in altri termini un’invasione.
Stando alle fonti Israeliane, le persone arrestate sarebbero state rilasciate in Grecia, tranne il giornalista brasiliano Tiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola Saif Abu Keshek, deportati in Israele con l’accusa infondata di «terrorismo e attività illegali». Ricordiamo che secondo la legge israeliana, essere palestinese è sufficiente per l’accusa di terrorismo.
Per quanto gravissimo, il fatto non è sorprendente.
Israele viola il diritto internazionale dal 1967, quando occupò la Cisgiordania e la zona di Gaza (che l’Onu aveva assegnato a uno Stato arabo che non vide mai la luce) e l’intera città di Gerusalemme (che sarebbe dovuta rimanere città internazionale); gli Accordi di Oslo del 1993, che prevedevano il riconoscimento di Israele in cambio del ritiro dai territori occupati e della creazione dello Stato arabo voluto dall’Onu nel 1947, non furono mai applicati; la nascita stessa di Israele comportò lo sfollamento di circa settecentocinquantamila persone, disperse o rinchiuse in campi profughi, e la distruzione di numerosissimi villaggi palestinesi; milioni di persone oggi anziane hanno passato l’intera vita senza poter uscire dal filo spinato dei campi profughi.
Le violenze sioniste in Palestina erano già iniziate durante il protettorato britannico da parte di bande paramilitari ebraiche che, dopo il maggio 1948, sarebbero poi confluite nell’esercito israeliano; già nel 1936, molto prima della nascita di quello che oggi è «lo Stato nazionale del popolo ebraico» (come la Legge fondamentale definisce Israele), David Ben Gurion dichiarò ufficialmente che «gli arabi dovranno andarsene dalla Palestina» e parlò chiaramente dell’uso di colonie illegali per realizzare tale scopo.
Se l’uccisione di centinaia di reporter è un crimine di guerra, la dispersione delle persone sfollate e gli spari sui bambini mostra che l’obiettivo di Israele non è soltanto il possesso di un territorio e delle sue risorse (come nelle tradizionali forme di colonialismo), bensì lo sradicamento e l’eliminazione totale di un popolo, di una cultura e di un’etnia. Questo è evidente anche dai discorsi dei leader israeliani che disumanizzano la popolazione palestinese. Non a caso i massacri più violenti colpiscono Gaza: per la sua posizione geografica, la città di Gaza è uno dei principali fulcri logistici e culturali del Medio Oriente ed è lì che trovarono rifugio le persone sopravvissute alla Nakba e alle successive violenze israeliane. A partire dal 2007, Gaza, già sotto assedio, è stata bombardata nel 2008, nel 2009, nel 2014, nel 2021 e nel 2022, fino ad arrivare alla soluzione finale, lo sterminio totale di quelli che il governo israeliano chiama senza vergogna «animali umani».
Dunque, anche prima di essere messa in atto con le armi, l’intenzione sionista è sempre stata l’eliminazione del popolo (quindi il genocidio) palestinese.
Quanto alla principale bugia raccontata dal governo israeliano, ovvero la difesa dal terrorismo di Hamas, è necessaria una precisazione storica. Quella palestinese è sempre stata una società laica, a maggioranza musulmana ma non intransigente, rappresentata da Al Fatah e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il cui esponente più noto è stato Yasser Arafat. Il gruppo armato Hamas, “succursale” palestinese del movimento sciita egiziano dei Fratelli Musulmani, è nato nel 1987, durante la Prima Intifada e dopo circa quarant’anni di occupazione. Ma, nonostante Hamas non abbia mai riconosciuto Israele né lo riconosca oggi e anzi lotti dichiaratamente per la scomparsa dello Stato ebraico, è stato il governo israeliano, in particolare sotto la guida di Netanyahou, a finanziare tale movimento, prima per indebolire Al Fatah e poi per giustificare la violenza sionista come risposta (sproporzionata) al presunto terrorismo sciita, ovvero la resistenza armata, che è ufficialmente il diritto di un popolo oppresso.
Israele ha replicato quanto di peggio è stato commesso nella Storia recente. Ha preso spunto dal colonialismo francese in Algeria, dall’apartheid sudafricano, dai massacri europei compiuti in Congo e in Ruanda, dallo sterminio dei popoli nativi americani durante la conquista europea del “Nuovo Mondo”, dai crimini della guerra in Jugoslavia e dal genocidio del popolo armeno, tutti crimini finalizzati al controllo di un territorio e allo sfruttamento delle sue risorse. Qui la situazione è diversa: l’obiettivo non è solo l’appropriazione della Palestina ad uso esclusivamente ebraico ma la cancellazione totale, fisica e culturale, di un intero popolo. Il diritto israeliano prevede statuti differenziati tra ebrei e non ebrei; la recente legge israeliana che istituisce la pena di morte per i “terroristi” palestinesi afferma che «un ebreo per natura non può essere un terrorista» e che un omicidio commesso da un arabo è «intrinsecamente finalizzato alla scomparsa dello Stato di Israele e del popolo ebraico»: è una discriminazione su base etnica. Il sionismo, dunque, assomiglia al Nazismo e lo ricorda nelle pratiche di militarismo, razzismo, propaganda, repressione del dissenso interno, discriminazione legalizzata e pulizia etnica, apartheid, genocidio, guerre e luoghi di tortura e uccisioni per l’etnia non gradita.
I versi della poesia Se questo è un uomo di Primo Levi sono più che mai d’attualità. Anzi, alle struggenti parole «considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che muore per un sì o per un no» e «considerate se questa è una donna», bisognerebbe aggiungere il seguito: «considerate se questa è una bambina» e «considerate se questo è un bambino».
Dopo dodici anni di crimini contro l’umanità, la Germania è stata punita, disarmata, privata dell’industria pesante e occupata, poi divisa in due per decenni e tenuta sotto stretto controllo per essere messa in condizioni di non poter mai più nuocere; il Sudafrica che praticava l’apartheid e la segregazione razziale è stato isolato diplomaticamente dal mondo intero fino al ritorno dei diritti civili; con lo stesso criterio, oggi l’Occidente sta combattendo la politica miliare russa e l’integralismo religioso iraniano.
Israele invece applica da quasi ottant’anni la pulizia etnica che ha sempre fatto parte del progetto sionista, ma nessuno interviene. Scrive il manifesto: «Se invece della bandiera bianca e blu con la stella di David ci fosse stato qualsiasi altro vessillo sulla torretta delle navi che la scorsa notte hanno assaltato la Global Sumud Flotilla non sarebbe finita allo stesso modo».
Oggi quella stella simboleggia tutti gli orrori dell’ultimo secolo.

Sono ancora troppo pochi i Paesi che si stanno muovendo contro Israele come fecero un tempo contro il Sudafrica segregazionista. L’Italia ha sospeso un accordo “di difesa”, il Belgio ha arrestato dei criminali di guerra e la Spagna preme per un embargo più drastico.
Alla notizia dell’intercettazione della Flotilla, sono state indette manifestazioni in tutte le città con lo slogan «Blocchiamo tutto».




L’obiettivo di blocchi stradali, occupazioni e boicottaggi non è soltanto quello di premere sul governo affinché chiuda i rapporti commerciali con Israele, bensì rompere l’intera catena del genocidio, che non si manifesta solo nell’esercito ma in tutta la società. È la differenza tra una guerra e un genocidio: la prima è un serie di crimini fatti da due eserciti, la seconda è l’intenzione di usare contro una popolazione inerme un esercito che gode del supporto logistico e morale dell’intera società. Questa tragedia di matrice europea è finanziata da noi ogni volta che facciamo benzina presso Eni (che collabora al blocco navale di Gaza e cerca petrolio nelle acque palestinesi con l’appoggio della marina israeliana), che beviamo Coca-Cola (che investe nei territori illegalmente occupati e trae profitto dall’occupazione, insieme a numerose marche alimentari come Nestlé, Pepsi, Knorr, Kellog’s, Barilla, Danone e moltissime altre), che facciamo la spesa da Carrefour (che nutre i soldati che uccidono civili palestinesi) o svolgiamo tirocini universitari con Leonardo (che fornisce armi all’esercito israeliano, fra cui i droni usati per intercettare la Flotilla).*

È fondamentale, oltre alla fine del commercio di armi, isolare totalmente Israele, boicottare ogni singola briciola prodotta in Israele e nei territori illegalmente occupati e che darebbe profitto agli assassini e ai loro complici. Ogni gesto quotidiano ha un peso non irrilevante, ogni centesimo speso con superficialità può corrispondere a una bomba in più su Gaza o a un crimine di guerra reso più facile.
Ricordiamo che ogni ebreo del mondo ha automaticamente diritto alla cittadinanza israeliana, negata ai palestinesi nati e cresciuti nella propria terra che da decenni vivono chiusi in campi profughi. Molte famiglie ebree che vivono fuori da Israele hanno case lì, spesso nelle colonie illegali: i coloni sono in mezzo a noi tutti i giorni, sono gentili con noi bianchi occidentali ma sono parte integrante del genocidio, possono anche definirsi pacifisti ma hanno proprietà in una terra rubata a un altro popolo e ogni uccisione avviene anche per costruire e proteggere le loro case. Ovviamente su questo punto non si può generalizzare, perché esistono ebrei non sionisti e sionisti non ebrei e soprattutto esistono israeliani e israeliane che sono in carcere o in esilio per aver rifiutato il servizio militare, ma non possiamo far finta di dimenticare che l’unica persona veramente non coinvolta è quella che non ha niente a che fare con quel Paese.
Forse si rischia che un boicottaggio così drastico comporti la chiusura di alcune aziende occidentali. Ma è il minore dei danni ed è l’unico modo per fermare questa tragedia, di cui un giorno dovremo rendere conto ai nostri nipoti. Oggi molti giovani tedeschi hanno scoperto con dolore e con orrore che i loro nonni hanno fatto parte del partito nazista, eppure oggi stanno finanziando crimini analoghi: rischiamo di essere guardati allo stesso modo da chi tra qualche decennio leggerà le date della distruzione di Gaza e della Cisgiordania.
E solo allora ci torneranno in mente le ultime parole di Primo Levi:
«Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi».
*Per avere più informazioni sulle aziende legate al genocidio, consiglio di consultare il sito del movimento Bds (Boicottaggio disinvestimento sanzioni):
https://bdsmovement.net/
https://bdsitalia.org/
Per chi usa uno smartphone, si possono scaricare le applicazioni Boycat e No Thanks, che, scansionando i codici a barre dei prodotti prima dell’acquisto, consigliano cosa boicottare e informano sui misfatti commessi da ogni singola azienda.
Foto di Andrea Zennaro. Roma, 30 aprile 2026.
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
