Un inverno in Corea è un film tratto dal pluripremiato romanzo di Elisa Shua Dusapin, sceneggiato e diretto nel 2024 dal franco-coreano Koya Kamura, una figura sempre più interessante nel panorama del cinema contemporaneo, capace di costruire un linguaggio personale a partire dall’incontro tra culture diverse. Già da questo lavoro si percepisce una sensibilità particolare nel trattare temi complessi come l’identità, l’appartenenza e la memoria, senza mai forzare il racconto o renderlo esplicativo. Il film è stato presentato in diversi contesti festivalieri, dove ha ottenuto un riscontro molto positivo, soprattutto da parte della critica. Non si tratta di un’opera pensata per il grande circuito commerciale, infatti anche i risultati al botteghino sono stati contenuti, ma coerenti con la natura del progetto. Più che sui numeri, Un inverno in Corea costruisce il proprio valore attraverso il passaparola e l’attenzione di spettatrici e spettatori interessati a un cinema più intimo e riflessivo. Ha ricevuto diversi riconoscimenti, in particolare per la regia e per l’interpretazione di Bella Kim, segnalata in più occasioni per la sua intensità e naturalezza, anche se non si parla di premi “mainstream” come gli Oscar, quanto piuttosto di premi legati al circuito del cinema d’autore.

La storia segue una giovane donna adottata, cresciuta in Europa, che decide di partire per la Corea del Sud durante l’inverno con l’intento di cercare le proprie radici biologiche. Già da questa premessa si intuisce come il film non voglia limitarsi a raccontare un viaggio fisico, ma piuttosto un attraversamento interiore. La protagonista, affidata a un’attrice capace di lavorare molto per sottrazione, riesce a trasmettere emozioni anche nei momenti di totale silenzio, senza bisogno di grandi dichiarazioni. Attorno a lei si muovono altri personaggi, interpretati prevalentemente da attrici e attori coreani, che contribuiscono a costruire un contesto autentico, mai artificiale. Uno degli aspetti più interessanti del film è proprio il suo andamento narrativo. La vicenda procede in modo lineare, pur senza aderire completamente ai codici del racconto classico. Il montaggio è discontinuo, fatto di ellissi e di momenti sospesi che interrompono la fluidità, creando quasi una sensazione di disorientamento. Non è un caso: questa scelta riflette perfettamente lo stato emotivo di Soo-Ha che si trova a muoversi in uno spazio che le appartiene e allo stesso tempo le è estraneo.


Dal punto di vista visivo, il film mantiene una coerenza molto forte. Le tonalità sono fredde, dominate dai grigi e dai bianchi dell’inverno, con una fotografia spesso sottoesposta che accentua il senso di distanza. Le luci, naturali o laterali, creano ombre che sembrano quasi avvolgere i personaggi, isolandoli. La Corea che viene rappresentata non è quella delle cartoline o delle immagini turistiche, ma una Corea più intima, quotidiana, a tratti persino ostile. In questo senso, il paesaggio diventa un vero e proprio personaggio, capace di riflettere e amplificare lo stato interiore di Soo-Ha. Anche la regia segue tale linea di rigore e sottrazione. I movimenti di macchina sono ridotti al minimo, per lo più lenti, quasi impercettibili. In molte scene la camera resta ferma, lasciando che siano i corpi e gli sguardi a costruire il significato. In altre, invece, si avvicina leggermente al punto di vista della protagonista, creando una sorta di soggettiva emotiva che permette a spettatrici e spettatori di entrare nella sua percezione. Non si tratta mai di un coinvolgimento forzato, ma di un invito, discreto, a condividere un’esperienza. Un elemento che colpisce particolarmente è l’uso del silenzio. I dialoghi sono pochi, essenziali, e spesso non servono a spiegare ma semplicemente a suggerire. Le relazioni tra i personaggi si costruiscono attraverso gesti minimi, sguardi, pause. La difficoltà linguistica diviene parte integrante del racconto: non capire, o capire solo in parte, genera una distanza che però apre pure a nuove forme di comunicazione. La giovane donna si trova così in una condizione paradossale: è nel luogo delle sue origini, ma non lo riconosce davvero come proprio. Ciò crea una tensione continua tra familiarità e alienazione, che attraversa tutto il film. Gli incontri che fa lungo il percorso — con persone che restano in prevalenza sullo sfondo, appena accennate — non servono tanto a “risolvere” qualcosa, quanto a mettere in discussione le sue certezze. In questo senso, il film assume anche una dimensione più ampia, quasi politica, pur restando sempre molto intimo. Il tema dell’adozione internazionale viene affrontato senza retorica, senza semplificazioni. Non ci sono risposte chiare, né tantomeno consolatorie. Viene piuttosto messo in discussione il concetto stesso di appartenenza: quanto è legato al sangue? Quanto alla cultura? Quanto all’esperienza? Il cambiamento della protagonista è uno degli aspetti più sottili e riusciti. Non c’è una svolta evidente, non c’è un momento di rivelazione. È un processo lento, fatto di piccoli spostamenti interiori. Alla fine della pellicola non si ha la sensazione che abbia “trovato” qualcosa in modo definitivo, semmai che abbia imparato a convivere con l’incertezza. La conclusione, infatti, non chiude ma apre. Non dà risposte, ma lascia spazio. Le differenze restano, le domande anche, non più vissute come un vuoto da colmare, quanto come una condizione da accettare.


La critica ha accolto Un inverno in Corea in modo molto positivo, come dicevamo, parlando di un film delicato, poetico, ma anche estremamente rigoroso dal punto di vista formale. È un’opera che non cerca scorciatoie emotive, che non punta a commuovere in modo facile, ma costruisce lentamente un coinvolgimento più profondo. È anche una pellicola che divide: non tutte le spettatrici e tutti gli spettatori potrebbero apprezzarne il ritmo lento, la mancanza di una trama “forte”, l’assenza di risposte. Tuttavia proprio in questo risiede la sua identità. È un cinema che chiede tempo, attenzione, disponibilità. Alla fine della visione, resta una sensazione difficile da definire. Non è tanto ciò che si è visto, ma ciò che si è percepito. Un inverno in Corea non si esaurisce nei suoi eventi, ma continua a lavorare anche dopo, nei pensieri di chi lo guarda. È un’opera che parla di distanza e di vicinanza, di memoria e di identità, di perdita e di possibilità. E lo fa con una misura rara, senza mai alzare la voce. Proprio per questo riesce a coinvolgere profondamente spettatrici e spettatori, lasciando un segno che, anche se sottile, è destinato a durare nel tempo.
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Articolo di Rosina Paccone

Studente di Lettere moderne, con forte interesse verso la questione di genere, è appassionata di lettura, fotografia e cinema, come mezzi di trasmissione e informazione culturale. Ritiene che la cultura sia sinonimo di libertà, da diffondere e acclamare in tutte le sue sfaccettature.
