Il pensiero di leggere un romanzo appena uscito di Bianca Pitzorno non può che rallegrare per vari motivi: perché è una scrittrice godibilissima, perché ambienta questa storia in particolare in Sardegna, la terra in cui è nata e che offre mille occasioni per fantasticare, perché riemergono nel ricordo i suoi meravigliosi libri di vicende curiose e originali rivolte all’infanzia e alla gioventù. Come mamma e accanita lettrice non potevo, anni fa, ignorare i suoi volumi di racconti e i suoi romanzi, per lo più al femminile, che divertivano mia figlia e che mi si sono impressi nella mente.

Che dire della piccola fiammiferaia Lavinia che, grazie a un anello magico, trasforma tutto in cacca, con un procedimento assai audace e fuori dagli schemi della buona creanza… e poi Polissena del Porcello in giro per il mondo alla ricerca dei genitori…

La nobile fanciulla Melisenda che addestra un falcone in pieno Medio Evo… un anno scolastico nella IV D alle prese con la maestra soprannominata Arpia Sferza… E ancora Clorofilla dal cielo blu, La casa sull’albero, Speciale Violante: l’elenco sarebbe lunghissimo perché l’autrice è stata generosa inventrice e dispensiera di avvincenti storie, più di una settantina nel complesso. Uno dei libri più geniali, uso di proposito un aggettivo così forte, è Parlare a vanvera, in cui dieci noti modi di dire vengono presi alla lettera in altrettanti racconti: Van Vera (o meglio Vera Van) è una anziana signora sorda, per cui parlare a lei vuol dire non essere ascoltati, quindi si può dire ogni sciocchezza; mangiare la foglia, fare orecchie da mercante, filare all’inglese, scendere a Patti (con la maiuscola)…

Confesso di aver ripreso l’idea nella didattica per favorire la creatività delle mie classi del Biennio superiore e certe composizioni risultavano davvero spassose, pienamente coerenti con il suggerimento iniziale, uno fra tutti quello ispirato alla frase: avere la testa fra le nuvole. La straordinaria vena di Bianca Pitzorno, a nostro parere, si può degnamente paragonare a quella di Roberto Piumini (Lo stralisco), di Pinin Carpi (Cion Cion blu), di Alberto Manzi (Orzowei), dell’intramontabile Gianni Rodari. Ma perché abbia da tempo abbandonato la narrativa per la gioventù lo spiega lei stessa in una bella intervista di Cristina Taglietti comparsa su La Lettura (4-1-26): «Perché non conosco più questo mondo. […] Io non ho avuto figli e non frequento più bambini, non so che cosa pensano. Allora avevo intorno ragazzini in carne e ossa che mi parlavano. Quando scrivevo un romanzo sapevo cosa interessava». Per questo l’autrice si è dedicata, con uguale successo, a un altro genere di pubblico grazie a romanzi (citando solo i più recenti) come La vita sessuale dei nostri antenati (2015), Sortilegi (2021), Donna con libro (2022), A chi smeraldi e a chi rane (2023).
La sua scrittura continua a essere avvincente, ispirata da fatti, luoghi, personaggi presi dalla realtà, pur trasfigurati o con altro nome, lo stile è scorrevole, piano, modellato su un parlato autentico, i capitoli si susseguono in maniera incalzante con titoli che via via svelano con sapienza nuovi dettagli e accrescono la curiosità di chi legge.
Anche questo La sonnambula (Bompiani, 2026), dunque, nasce dalla rielaborazione di storie ascoltate, lette, rintracciate su vecchi giornali e in archivi, da ricordi familiari (le quattro bisnonne… le quattro penne di gallo…), dal legame con luoghi cari, come Sassari, la città in cui è nata nel 1942, qui chiamata Donora, altrove Lossài. Ma prima di procedere bisogna spiegare che, nell’Ottocento, epoca in cui si ambienta la vicenda di Immacolata-Ofelia-Elisa-Ulla, per “sonnambula” si intendeva una medium, una veggente in grado di vedere il futuro e parlare con le persone defunte. Perché poi la protagonista abbia così tanti nomi e cambi di identità, pur restando sé stessa, è il centro della storia: Ofelia Rossi viene da una cittadina del continente e ha un passato difficile alle spalle, da dimenticare e da cui fuggire. Arrivata in Sardegna, si ferma a Donora dove deve pur mantenersi e si inventa una professione, regolarmente pubblicizzata sul quotidiano locale. Pitzorno, nelle ultime pagine, in una succosa appendice, mostra l’inserzione della sconosciuta Elisa Morello che l’aveva colpita e che ha fatto lavorare la sua fantasia. Da bambina, quando era ancora Immacolata Gigli, e in qualche rara occasione è pur vero che Ofelia aveva delle visioni inaspettate che, alla prova dei fatti, si erano rivelate veritiere: il misterioso nome Betto (Roberto), il terribile incidente ferroviario, l’incendio al circo. Ma ora deve inventarsi tutto, certo con intelligenza, documentandosi preventivamente sulle signore che la vanno a consultare, curiosando senza parere, ascoltando le voci in città, leggendo i giornali locali e fornendo pareri acuti e sensati. Il suo successo è straordinario e le consultazioni, in via del Fiore Rosso n.7, vanno a gonfie vele. Nel libro dunque si intrecciano le tante storie delle borghesi desiderose di conoscere il futuro, di sapere la sorte di un figlio (come il violinista Giulio) o di un marito, di parlare con una persona cara defunta. Ma anche Ofelia, pur assai riservata per ovvi motivi, ha una sua vita privata e fa incontri determinanti, fra tutti quello con l’amica-cliente Angelica, con le gentili vicine di casa, con Corrado, vedovo inconsolabile, e con le generose persone che fanno volontariato nelle Cucine Popolari dell’associazione Cuore e Follia, esistite veramente e fondate dallo scrittore sardo Enrico Costa. Come pure personaggio reale citato nel testo è quel geniale medico che fu Efisio Marini, detto “il pietrificatore”, che inventò un metodo per imbalsamare i cadaveri lasciando però i corpi intatti e la pelle morbida al tatto, con un processo tuttavia reversibile, il cui segreto non fu mai svelato. D’altra parte ha giustamente spiegato Pitzorno nell’intervista citata, la Sardegna non era solo terra di pastori, oliveti e campagne.

«C’erano avvocati, ingegneri, professori. Avevamo due università già alla fine del Cinquecento. C’era una borghesia vera». Nel romanzo, fra le numerose sollecitazioni, colpisce la storia di una ragazza, Carolina, che si lamenta del fatto che le femmine non vengono fatte studiare come i maschi, destinate come sono a nozze più o meno forzate; lei invece legge di tutto, ascolta di nascosto le lezioni private rivolte al fratello che non è minimamente interessato, è desiderosa di imparare ed è portata per la fisica e la matematica, àmbiti all’epoca del tutto preclusi alle donne. Ofelia, persona ragionevole e memore del suo passato, non può che incoraggiare la giovane a perseverare, assicurandole di averla vista in un futuro indossare eleganti abiti accademici e circondata da monete d’oro; intanto la signora Angelica, sempre aggiornata, consultata sull’argomento con cautela, cita il caso di Ada Lovelace, figlia di Byron, che diventò una pioniera dell’informatica e una delle più grandi matematiche del suo tempo. Anche qui viene fuori l’animo “femminista” della scrittrice che nelle sue opere valorizza puntualmente le figure femminili; in proposito afferma: «Le donne sono depositarie di saperi che non passano dall’università o dai libri, ma dall’esperienza, dal corpo, dalla trasmissione orale. Le mie bisnonne, per esempio, sapevano un sacco di cose pratiche, ma anche simboliche. Erano donne colte in un altro modo. Nel romanzo nessuna donna è davvero marginale perché storicamente non lo erano. Anche quando non avevano potere ufficiale, avevano un potere reale». Questo è vero, infatti la stessa Ofelia ha un notevole potere su chi la interpella e si fida delle sue visioni. Ma non si può non far cenno a un’altra tematica che risalta nell’opera: il maschilismo, il pregiudizio verso le donne istruite, l’autoritarismo di padri e mariti, per non parlare della vera e propria violenza fisica di cui l’odioso marito di Ofelia è l’esempio più calzante. D’altro canto ci sono uomini che sanno cambiare e vedere il mondo, e le donne, da un’altra prospettiva, come il bel personaggio di Corrado, prima triste vedovo, poi innamorato di nuovo, infine disposto a un mutamento radicale di vita: lui è un ingegnere stimato, ma sarà pronto a fare una scelta davvero rivoluzionaria, insieme a colei con cui ha deciso di accompagnarsi per sempre.
Se dovessimo dare una definizione del romanzo, potremmo usare le parole della scrittrice che, alla domanda della giornalista: «Feuilleton, saga familiare, fiaba popolare. La sonnambula si legge tutto d’un fiato. Ma che cos’è?» risponde: «Un libro d’avventure, perché succede di tutto. Mi sono inventata molte cose, ma ogni dettaglio è verificato. […] Ho cercato di essere storicamente credibile. […] Sono una devotissima della scuola francese di Les Annales che pone l’attenzione sulla vita quotidiana delle persone». Con questo preferiamo chiudere perché, appunto, trattandosi di una storia assai articolata, con colpi di scena, sparizioni, ricomparse, misteri, varie identità, il divertimento sta nella lettura che non si può anticipare né interrompere, prese come siamo dal vortice dei fatti. Non per nulla l’autrice, in appendice, ha inserito, luogo per luogo, l’elenco dei personaggi per farci orientare meglio nel labirinto della narrazione, in cui è davvero bello perdersi.
In copertina: Bianca Pitzorno.

Bianca Pitzorno
La sonnambula
Bompiani, 2026
416 pp.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
