Matilde Serao tra letteratura e giornalismo

Matilde Serao non ha bisogno di presentazioni. Prima donna a fondare e dirigere un giornale in Italia, scrittrice di successo, riuscì a conquistare il suo spazio in un contesto prettamente patriarcale, quale quello del giornalismo, non scendendo mai a compromessi. 

Cresciuta tra Grecia — dove nasce, nel 1856 a Patrasso — e Italia, completa i suoi studi nella città di Napoli. Dimostra fin dall’infanzia di possedere una spiccata vocazione letteraria, che la sprona ben presto a dedicarsi alla scrittura di articoli e di novelle per alcune testate giornalistiche, come il «Giornale di Napoli» e il quotidiano letterario «Il Novelliere», di Alfredo Monaco. Il suo esordio letterario avviene di nascosto, celato dietro una firma misteriosa: Tuffolina. L’ispirazione nacque da una statua di Edoardo Tabacchi che ritraeva una fanciulla intenta a gettarsi in acqua. Per Matilde Serao, quel nome era un’allusione, rappresentava il suo primo “tuffo” nel mare della letteratura. Dopo la pubblicazione della novella lunga Opale, avviò un’intensa attività e man mano la sua firma iniziò a diventare riconoscibile: una scrittura d’effetto, tra osservazione documentaria e coinvolgimento emotivo, in grado di rispondere perfettamente alle esigenze del pubblico di quegli anni. 
L’ispirazione non abitava in una torre d’avorio, ma entrava prepotentemente «dalla finestra e dalla porta», come lei stessa affermava. La sua produzione novellistica, raccolta poi in un primo volume, Dal Vero (1879), nasceva dall’osservazione minuta di ciò che la circondava: dalla musica e dalle arti visive, al teatro, al mercato natalizio napoletano, ai salotti borghesi. Non si limitava, tuttavia, a imitare la realtà, ma la rimediava attraverso la memoria, l’osservazione interiore e relazionale, descrivendo la vita come una perenne fusione tra finzione scenica ed esperienza concreta. Per fare ciò, l’autrice sviluppò una consapevolezza linguistica autonoma e restò lontana sia da un italiano letterario e aulico sia dal dialetto, limitato nella resa narrativa. La sua scelta cadde, dunque, su una lingua media borghese, quella della stampa: si trattava di uno stile autentico, vibrante, capace di infondere calore nelle sue storie storie e di parlare direttamente al cuore dei suoi lettori e delle sue lettrici. Lei stessa dichiarò: «Io credo con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto di infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo». 

Una delle collaborazioni che più rispecchiano le intersezioni di Matilde Serao tra giornalismo e narrativa è quella con la «Rassegna Settimanale» (1881-1885). Il settimanale, fondato da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, toccava argomenti di politica, scienza, arte e letteratura e aveva l’intento esplicito di divulgare uno sguardo sul Meridione e sulle sue condizioni di vita, di cui si fecero strumento anche le novelle veriste sul Sud. La «Rassegna» si configurò come dispositivo mediale in cui Serao sperimentò una forma di racconto funzionale all’interpretazione e alla denuncia sociale. Ne è un esempio la sua novella di esordio nella rivista Errori del sentimento (racconto vero), in cui al centro della narrazione vi è l’ambigua relazione amicale tra Alberto e Isabella: qui emergono i tratti del suo stile giornalistico oramai maturo, costruito per attirare l’attenzione del fruitore o della fruitrice tramite un’aggettivazione fitta e l’uso del climax ascendente. 
Il mondo del giornalismo divenne il suo regno quando, insieme a suo marito, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao diede vita a un sogno: fondare un giornale che rispecchiasse il suo modo di percepire la vita. Dietro il successo de «Il Mattino» e poi de «Il Giorno» c’era una visione manageriale ante litteram. Con lo pseudonimo di Gibus (il cappello a cilindro pieghevole, simbolo della rispettabilità e dell’eleganza borghese), lanciò la sua rubrica Api, mosconi e vespe. Attraverso cronache mondane e racconti salottieri, la sua rubrica metteva in scena le dinamiche di ricerca di visibilità proprie del bel mondo di fine Ottocento. Fin dall’inizio instaurò con il lettore e, soprattutto, la lettrice un rapporto di complicità e familiarità, talvolta persino interattivo. Sapeva catturare l’interesse di un pubblico specifico attraverso allusioni, piccole malignità e riferimenti ai costumi, con l’intento di sorprendere e meravigliare chi leggeva le sue pagine. Tale spazio di scrittura fu l’occasione per affermare sé stessa come soggetto perfettamente inserito nella sfera pubblica borghese, sottolineando, ogni qual volta le era possibile, la propria genealogia nobiliare, in quanto discendente — seppur indiretta — di Gregorio Ypsilanti, erede degli imperatori d’Oriente (sua madre, infatti, era discendente dei principi Scanavy, imparentati con la famiglia Ypsilanti). Così, il tentativo di Matilde Serao fu quello di servirsi delle parole per costruire su di sé una determinata identità sociale.
Tante erano le tattiche di Matilde Serao per spingere il pubblico ad acquistare il suo giornale. Mentre Edoardo Scarfoglio si serviva del giornale come arma politica, lei bramava uno spazio polivalente. Con il «Mattino Supplemento» (1894), inventò il concetto moderno di rivista culturale e di svago: non solo letteratura, ma anche sport, moda, giochi e corrispondenze dall’estero. Fu lei a capire, prima di molti altri, che il lettore cercava un dialogo. Introdusse così sondaggi d’opinione e piccoli regali per gli abbonati, rendendo il giornale uno specchio della nascente industria culturale. L’indipendenza di Matilde Serao si manifestò, però, nelle sue prese di posizione e nel suo impegno civile. Indimenticabile il suo grido per Italia Donati, maestra suicida per difendere il proprio onore dalle calunnie. In un’epoca in cui tutti si voltavano dall’altra parte difronte alle violenze di potere, lei scrisse parole che potevano riecheggiare nella mente di chi leggeva: «Io sto per questa morta». 
Dopo il distacco definitivo dal marito, fondò «Il Giorno», insieme al suo nuovo compagno, il giornalista Giuseppe Natale. Fin dalla presentazione del giornale, chiarì il suo intento: educare il popolo napoletano (attraverso temi centrali, come quello della questione meridionale), infondendogli fiducia nella vita, nella dignità e nell’onestà. Denominato «foglio politico-letterario del mattino», «Il Giorno» si fece portavoce delle vicende che caratterizzarono il periodo del terzo governo Giolitti: l’eruzione del Vesuvio del 1906, la stabilizzazione della lira, la nazionalizzazione delle Ferrovie, l’emigrazione, la legislazione sul lavoro femminile e infantile, fino alla guerra di Libia del 1911, che la giornalista seguì con atteggiamento moderato e attento. Con l’entrata in guerra dell’Italia, espresse parole di comprensione nei confronti di tutte quelle donne che attendevano aggiornamenti da parte dei loro cari impegnati al fronte: «Madre, moglie, sorella, fidanzata, tu hai visto partire coloro che amavi, e se hanno scorto sbiancarsi il tuo viso, un lieve sorriso era sulle tue labbra pallide, e tu hai aspettato di esser sola, nel silenzio, nella tua cameretta, per versare le più amare lacrime: e con animo sereno e fermo, tu hai scritto di lontano, ai combattenti, tu hai sostenuto il coraggio della tua famiglia presente». Non ebbe, inoltre, alcuna paura nel dichiarare antifascisti sé stessa e tutti i membri della sua redazione: è così che sulla pagina del 9 marzo 1924 capeggiava il titolo Napoli non è fascista e, successivamente, pubblicò il suo ultimo romanzo, Mors tua, in cui espresse con chiarezza la sua posizione pacifista. 

Il terzo capitolo della mia tesi è entrato nel vivo, nel cuore pulsante dei testi di Matilde Serao. Per farlo, ho deciso di prendere in analisi tre novelle, l’inchiesta Il ventre di Napoli e il romanzo Il paese di Cuccagna. La metodologia di analisi è prettamente di carattere mediologico, considerando tre aspetti fondamentali: il frame-ambiente mediale (ovvero lo sfondo mediale in cui l’opera si genera e i rapporti di questa con l’ambiente); le funzioni socio-simboliche, che indagano il tipo di consumatori del testo; e, infine, le strutture semio-mediali, che indagano i livelli più tecnici delle costruzioni, dal punto di vista semiotico e narratologico. La scelta di un approccio mediologico si pone come obiettivo di cogliere la complessità e le molteplici dimensioni delle opere seraiane, dalla loro funzione di strumenti informativi, politici e morali all’interpretazione di un malessere e di un immaginario urbano, sociale e culturale condiviso. 
È nelle novelle di Matilde Serao che cogliamo la sua attenzione e sensibilità nei confronti di ciò che la circondava: il confine tra la pagina stampata e la vita reale si fa sottile, il racconto breve diventa un cortometraggio psicologico. Dualismo ne è l’esempio. L’autrice mette in scena il tormento di Flavia, giovane aristocratica, divisa tra due amori: quello rassicurante di Leone e quello inquieto del poeta Everardo. È la rappresentazione di un’epoca scissa costantemente tra mente e corpo, tra dovere sociale e passione. La scelta finale di Flavia — di non scegliere — rompe ogni cliché romantico: si tratta di un atto di libertà moderno, quasi cinico, che trasforma l’amore in un ricordo statico, non in un destino subito. «Per lei l’amore è diventato un ricordo lontano, un’epoca felice e passata, un periodo bellissimo ed esaurito; ci pensa talvolta ma senza volerlo far rivivere. Come molte persone di questa terra, ha amato per quanto ne basta: nei suoi due amori ha riassunto il suo grande amore».
Nel 1884, mentre Napoli veniva devastata dal colera, il Presidente del Consiglio Agostino Depretis pronunciò una frase rimasta celebre: «Bisogna sventrare Napoli». L’idea era quella di applicare il modello parigino dello sventramento per cancellare la miseria e l’infezione. Matilde Serao rispose con un’inchiesta, Il ventre di Napoli, in cui emerse una verità molto più scomoda: lo sventramento era solo un paravento. La giornalista denunciò con lucidità come l’operazione del Risanamento non avesse affatto curato il male della città, ma lo avesse solo nascosto. Dietro i palazzi eleganti e le facciate marmoree, la miseria dei fondaci rimaneva intatta. Napoli è un corpo umanizzato, e il “ventre” è la sua parte più intima e dolente, attraversata da Matilde Serao in persona, testimone oculare e voce di chi non viene ascoltato. 
La sua scrittura ha sempre parlato, a qualcuno e per qualcuno. In un’epoca di grandi trasformazioni, Matilde Serao ha dimostrato che scrivere non significa solo raccontare il mondo, ma abitarlo con la propria voce. 
Qui il link alla tesi integrale.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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