Trattare di Simone Weil, dei suoi contributi sui temi della guerra, della forza, del pacifismo, della nonviolenza e del misticismo vuol dire parlare del suo pensiero straordinariamente ricco di analisi, spunti, elaborazioni teoriche e grandi intuizioni che sono ancora attuali, benché ancora non del tutto comprese.

Il suo pensare fu strettamente congiunto all’agire, perché visse la sua intensissima esistenza animata da una passione bruciante che la portò a compiere scelte quasi sempre estreme. Si trattò di una sorta di dovere morale a cui non riuscì a sottrarsi; le sue scelte si rivelarono anche l’occasione per una fondamentale riconsiderazione dei temi della guerra e della violenza che travolse tutti i suoi ideali. Pur avendo ripugnanza per la forza, il suo pacifismo verrà sottoposto a una radicale critica quando lei considererà che solo la guerra avrebbe potuto contrastare la furia di Hitler. Continuò a considerare positiva la non violenza, convinta che essa fosse una forma di altissima testimonianza, l’opzione dei martiri, l’imitazione della passione di Cristo. Ciò che rende Weil assai affine a Gandhi è l’idea che lo scopo della nonviolenza è il mutare l’animo del nemico.
Simone era totalmente contraria al colonialismo, al punto da chiedere perdono se incontrava per strada un algerino o un marocchino per il colonialismo da loro subito dai francesi. Ma è Il progetto di formazione di un corpo di infermiere di prima linea a stupire chiunque lo abbia letto; implica un sacrificio esemplare della vita da parte di donne che sappiano dare prova di un coraggio d’amore. Si trattò della proposta che Weil avanzò al governo resistente francese di un corpo infermieristico femminile paracadutato che agisse sulle prime linee francesi. Lo scopo dell’iniziativa non si limitava alla semplice, se pur essenziale, assistenza infermieristica, ma aveva un altissimo valore simbolico ed educativo. Mirava a diffondere un messaggio chiaramente contrapposto a quello lanciato dalle S.S. tedesche. Queste donne disarmate ed esposte al pericolo avrebbero costituito un’eloquente icona della nonviolenza con un compito umanitario. Purtroppo il progetto rimarrà lettera morta; nonostante alcuni iniziali entusiastici accoglimenti non verrà mai preso in seria considerazione e De Gaulle definirà pazza Weil.

I testi raccolti da padre Perrin, il sacerdote domenicano a cui lei si rivolse per tematiche spirituali a Marsiglia sotto il titolo Attesa di Dio, furono composti fra il gennaio e il giugno del 1942 e si ricollegano tutti al dialogo che nel giugno precedente avevano cominciato insieme, lei attirata dal Cristo, lui prete da tredici anni, attenti entrambi alla Verità. Lei, pur sottolineando i troppi errori compiuti dalla Chiesa cattolica nel corso dei secoli, sosteneva di credere ai principali dogmi cristiani. Nella primavera del 1940 aveva letto in lingua originale la Bhagavatgita, testo indù di letteratura vedica e, nel leggere quelle parole meravigliose, le aveva trovate di suono talmente cristiano, tanto da rivelare a padre Perrin che la mistica è uguale in tutte le religioni. Il domenicano insisteva però sul fatto di condurla a prendere il battesimo, ma Weil escludeva che le fosse possibile porsi quel problema. Sentiva di non potere onestamente abbandonare i suoi sentimenti riguardo alle religioni non cristiane e a Israele, che il tempo e la meditazione avevano soltanto rafforzati, e spesso ha creduto che ciò fosse un ostacolo assoluto. Non immaginava che un prete potesse anche solo pensare di concederle il battesimo: se non avesse incontrato padre Perrin avrebbe mai supposto concretamente quella possibilità, ritenendosi indegna. Sosteneva di voler restare sulla soglia, benché soffrisse di non potersi accostare all’eucarestia. Padre Perrin nel 1949 acconsentì a pubblicare questi testi per far conoscere le pagine che meglio potevano illuminare l’esperienza interiore e la personalità di Simone. Scelse il titolo Attesa di Dio perché a lei era caro; ella vi scorgeva la vigilanza del servo che attende ansioso il ritorno del padrone, così pure esprimeva il carattere incompiuto e sempre in evoluzione del suo pensiero che continuava a tormentarla. Accennò solo a padre Perrin un fatto mistico che lasciò in lei un più grande senso di compassione verso gli sventurati, «Il Cristo è disceso e mi ha presa» gli disse e rivelò solo a pochi altri le realtà intuite dai grandi mistici ai quali si era accostata.

A Gustav Thibon, filosofo contadino amico di padre Perrin presso il quale lavorò nei dintorni di Marsiglia, consegnò il testo che lui titolerà L’ombra e la grazia e che pubblicherà nel 1947, nel quale si sottolinea l’importanza di un ascolto attento dell’altro.


La traduzione in italiano di alcuni termini del testo ha creato problemi, come ad esempio il termine francese malheur che Weil stessa riteneva fondamentale, ma intraducibile in altre lingue, ossia sventura, disgrazia, dolore. In tutta l’opera Simone Weil è mossa e impregnata da un immenso desiderio di purificazione interiore, che rizampilla fin nella sua metafisica e nella sua teologia. «La grazia arriva quando smettiamo di voler vincere»: può essere questo il messaggio del libro. Thibon riceve da lei, prima della partenza per l’America, gli undici quaderni con la raccomandazione di conservarli per tre o quattro anni prima di farne quel che avrebbe creduto, se non avesse avuto più notizie di lei.
Questi Quaderni rappresentano un’opera unica e solitaria, senza ascendenze, né discendenze, un cristallo composto da altri cristalli, dove lei annotava frammenti di sue riflessioni di natura filosofica e sociale, riferiti ai testi greci, cristiani, induisti, spesso messi in connessione con la geometria che solo lei riusciva a comprendere, lei che era una matematica dell’anima. Acconsente a trasferirsi negli Stati Uniti, dove viveva già il fratello e dove si stabiliscono i suoi genitori, solo perché si convince che dagli Usa sarebbe stato più facile raggiungere Londra. Decide, infatti, di entrare a far parte di France Combattante, l’organizzazione clandestina della resistenza francese.

Soffriva per aver abbandonato la Francia, quasi avesse disertato, e lanciava appelli di questo tono: «Ve ne prego, fatemi venire a Londra, non lasciatemi consumare di dolore qui! Non posso vivere nella condizione in cui mi trovo ora. Sono sull’orlo della disperazione». Il suo amore per i diseredati non l’abbandonò nemmeno allora. «Esploro Harlem» scriveva a uno dei suoi amici, «vado ogni domenica in una chiesa battista di questo quartiere dove, all’infuori di me, non vi è un solo bianco». Avvicinava fanciulle nere e le invitava a casa sua.
Londra, dove arrivò nel marzo del 1943, fu per lei una delusione. Per la sua riconosciuta intelligenza, viene destinata a un lavoro intellettuale di analisi di documenti perché formulasse su di essi un parere, ma Weil avverte sempre più chiaramente di non avere in realtà alcun ruolo effettivo ed efficace per la liberazione della Francia. Il suo cuore era nell’universo: «Il dolore diffuso sulla superficie della terra mi opprime e mi ossessiona al punto di annullare le mie facoltà, e non posso ricuperarle né liberarmi da questa ossessione, se non ho anch’io una larga parte di pericolo e di sofferenza. È questa la condizione necessaria perché io possa lavorare».

Simone Pétrement, l’amica e autrice della sua prima e più completa biografia, così descrive i suoi ultimi giorni: «Rattristata, si nutriva sempre meno. Non voleva mangiare più di quanto era consentito dal razionamento del cibo ai francesi rimasti in patria».
Fu l’inedia, più della tubercolosi che le era stata diagnosticata, a portarla a trentaquattro anni, il 24 agosto del 1943, alla morte.
Nel 1949 Albert Camus, suo amico postumo, pubblica nella collana “Espoir”, che dirigeva per le edizioni Gallimard, un saggio scritto da Weil a Londra, nell’ultimo periodo della sua vita: il Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, più noto con il titolo scelto da Camus La prima radice, come è stato intitolato in italiano, in cui espone la sua visione etica e politica per la ricostruzione dell’Europa distrutta non solo materialmente dalla guerra. Una prima edizione integrale dei Quaderni appare fra il ‘51 e il ‘56 in tre volumi presso l’editore Plon. Per una successiva edizione dei Cahiers si devono attendere gli anni Settanta, quando André Weil, fratello di Simone, e Simone Pétrement, sua biografa, ne curano una scrupolosa edizione integrale. Quest’opera è stata tradotta e pubblicata in italiano dall’editore Adelphi in quattro volumi, fra il 1982 e il 1993, a cura di Giancarlo Gaeta, con un suo illuminante saggio introduttivo dove si sottolinea il linguaggio mistico e, come tale, irriducibile a ogni esigenza di sistematicità dottrinale, ma non per questo in contraddizione con i fondamenti della fede. Fino a quel momento la notorietà di Simone era rimasta confinata negli ambienti sindacali e politici della sinistra: un’intellettuale presente con una carica radicale in tutti i dibattiti sociali, culturali e ideologici degli anni Trenta, le cui enormi capacità di analisi e di costruzione teorica, pur sempre nell’àmbito di una riflessione rigorosamente razionale, erano state avvertite non da molti. In ambito italiano il pensiero di Simone Weil è tuttora oggetto di attenzioni sempre crescenti, specie da autrici contemporanee, docenti universitarie, quali Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Beatrice Jacopini, Sabina Moser, Laura Boella, che ne sviluppano i vari aspetti politico-filosofici, ma soprattutto spirituali, che fanno di Simone Weil una pensatrice di grande attualità.

Nel 2010 è uscito il film Le stelle inquiete di Emanuela Piovano, che racconta un episodio reale della vita della filosofa dell’estate 1941 a Marsiglia, quando lei lavorò nelle vigne di Gustave Thibon e conversò con padre Perrin.
Per saperne di più:
Video: Weil nell’ufficio di Londra.
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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.
