Unione Europea? In fondo a destra

Il Parlamento europeo ha approvato, il 26 marzo, l’avvio dei negoziati con il Consiglio UE sul nuovo regolamento per i rimpatri dei e delle migranti irregolari. Le nuove norme sui rimpatri si inseriscono nel cosiddetto Patto sulla migrazione e l’asilo, un pacchetto legislativo complesso pensato per riorganizzare l’intero sistema dell’accoglienza e superare le criticità degli accordi di Dublino. Il voto è passato con 389 favorevoli, 206 contrari e 32 astenuti. Hanno sostenuto il provvedimento principalmente il Partito Popolare Europeo (Ppe) che è il principale gruppo di centrodestra; i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) cioè la destra conservatrice e il gruppo Identità e Democrazia (Id) ovvero la destra radicale. A questi si sono aggiunti alcuni deputati del gruppo liberale Renew Europe e una parte dei non iscritti. Hanno invece votato contro: Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici (S&D); Verdi/Alleanza Libera Europea (Verdi/Al); La Sinistra (The Left).

La riforma è stata sostenuta da chi l’ha votata, per superare l’inefficienza del sistema dei rimpatri. Si è detto, infatti, che solo una minoranza delle persone destinatarie di un ordine di espulsione lascia effettivamente l’Unione europea. Questo è vero, parlano i dati, ma la domanda che dobbiamo farci non è solo se il sistema funziona; è a quale prezzo intendiamo farlo funzionare.
Questa riforma non ha nulla di nuovo, piuttosto rafforza un modello già visto: più controlli, più detenzione, più espulsioni. Si introduce il riconoscimento automatico delle decisioni di rimpatrio tra Stati membri. Si rafforza l’obbligo di collaborazione, con sanzioni per chi non è in grado di rispettarlo. Si estendono i tempi di detenzione fino a 24 mesi o oltre. Si apre alla creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Unione. L’idea di inviare migranti anche in Paesi terzi con cui esistono accordi, e di creare hub fuori dall’Ue, è solo un modo per “scaricare” la responsabilità. Conosciamo bene le condizioni di detenzione nei lager libici ed è altissimo il rischio di trasferire persone in contesti dove le garanzie sui diritti sono più deboli o difficili da verificare. Le nuove norme, infatti, ampliano molto la categoria dei “Paesi sicuri”, permettendo di considerare sicuro uno Stato anche se non lo è per tutti o in tutto il territorio. Questo comporta un ribaltamento dell’onere della prova: sarà il migrante o la migrante a dover dimostrare il rischio individuale. Una difficoltà che si aggiunge alle tante altre, per molti richiedenti asilo — spesso senza strumenti o assistenza legale adeguata — che diventa quasi impossibile da superare. Resta poi da vedere se veramente queste politiche più dure garantiscano automaticamente più rimpatri: sono convinta che senza accordi solidi con i Paesi di origine, il sistema rischia di incepparsi comunque. Il risultato potrebbe essere un aumento dei ricorsi legali e dei contenziosi, che finirebbero per rallentare tutto — esattamente il contrario dell’obiettivo dichiarato. Vale poi la pena di ricordare la Carta dei diritti fondamentali (su cui si fonda l’Unione europea) che all’articolo 18 garantisce il diritto d’asilo nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951 e il principio di non-refoulement, cardine del diritto internazionale, che vieta il respingimento verso Paesi in cui la persona rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il nuovo Patto non mette formalmente in discussione questi principi; tuttavia ne ridefinisce profondamente le modalità di applicazione. In pratica, l’Ue rispetta formalmente le regole, ma ne aggira lo spirito.

Tutto questo viene presentato come efficienza. Ma rischia di tradursi in un’inaccettabile compressione dei diritti.
Non possiamo ignorare chi pagherà il prezzo più alto di queste scelte: le donne migranti, spesso vittime di violenza o tratta, rischiano di essere rinchiuse in sistemi che non garantiscono adeguata protezione; i minori, per i quali la detenzione prolungata può avere effetti dannosi sullo sviluppo psicofisico con tanti saluti al principio di tutela dell’interesse superiore del minore.
Particolarmente grave è la previsione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi.
Ci viene detto che i diritti fondamentali saranno rispettati. Ma sappiamo bene quanto sia difficile garantire standard adeguati fuori dal perimetro giuridico dell’Unione: esternalizzare le procedure significa, nei fatti, allontanare anche le garanzie. E questo non è accettabile.

Per quanto riguarda il nostro Paese, sarebbe interessante verificare la compatibilità di queste misure con la nostra Costituzione.
La detenzione amministrativa prolungata solleva interrogativi seri rispetto all’articolo 13, secondo cui la libertà personale è inviolabile e ogni restrizione è coperta da riserva di legge, deve essere eccezionale e soggetta a rigoroso controllo giurisdizionale.
Le procedure accelerate e le sanzioni per mancata collaborazione possono limitare l’accesso effettivo alla difesa, garantito dall’articolo 24, mancherebbe il tempo necessario per preparare un ricorso.
E soprattutto, non possiamo dimenticare che il diritto d’asilo è un pilastro della nostra democrazia. Non può essere svuotato da meccanismi automatici o da espulsioni frettolose. La Costituzione italiana all’articolo 10 garantisce il diritto d’asilo a chi è impedito nell’esercizio delle libertà democratiche nel proprio Paese. È fin troppo evidente che espulsioni accelerate e riconoscimento automatico delle decisioni di altri Stati possono comprimere questo diritto e che il trasferimento in Paesi terzi rischia di aggirare le garanzie costituzionali.

Infine, c’è il principio di uguaglianza. Se una norma colpisce in modo sproporzionato i più fragili, allora non è neutrale: è ingiusta.
Il governo italiano ha puntato molto su questa riforma, sui rimpatri verso Paesi terzi e sui cosiddetti hub fuori dall’Ue che promuovono nella sostanza il “modello Albania” tanto caro a Meloni. Certo, non è tutto risolto perché serviranno comunque accordi concreti con i Paesi terzi che non sono affatto scontati e resteranno, comunque, possibili i ricorsi davanti ai tribunali nei quali contestare l’assenza di garanzie e di tutele per le persone che migrano verso l’Ue. Ma soprattutto la riforma non è ancora legge. Abbiamo visto in passato come i testi finali possano variare e anche di molto rispetto al testo originario.

Io credo che da adesso e fino a che saranno in corso i “triloghi”, cioè i negoziati con Stati membri e Commissione, dovremo contestare in ogni sede questa riforma. Non possiamo essere condannati a scegliere tra sicurezza e diritti. Non possiamo accettare un modello che privilegia la deterrenza e la restrizione ma possiamo lavorare per un’Unione Europea che coniughi legalità e diritti, sicurezza e umanità.
Un sistema migratorio efficace è quello che funziona senza rinunciare ai propri valori. Significa investire su canali legali di ingresso, su procedure di asilo realmente accessibili, su integrazione e cooperazione internazionale.
Significa anche riconoscere che la dignità delle persone non può essere subordinata a esigenze amministrative.
Perché la vera sfida non è rendere più rapide le espulsioni, è restare fedeli ai principi su cui abbiamo costruito le nostre democrazie.

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Articolo di Ester Vitale

Laureata in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è stata Segretaria Generale della Uilca Sicilia, segretaria Regionale della Uil Sicilia, parte del Consiglio Nazionale della Uil — militando nel Coordinamento Pari Opportunità — e membro della Commissione per l’Imprenditoria femminile della Cciia di Caltanissetta. Consigliera del Comitato Economico e Sociale Europeo fino a settembre 2020, oggi è portavoce dell’Associazione “Onde donneinmovimento” di Caltanissetta.

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