Vincenzina e le altre. Storia delle donne in fabbrica 

 Il 1° maggio si celebrano il lavoro, le lotte e le conquiste nel ricordo dei martiri di Haymarket, ma in quelle battaglie e in quelle conquiste ci sono anche le donne, spesso in prima fila, anche quando la storia non le ha fotografate, generazioni di lavoratrici che hanno contribuito a costruire il mondo industriale moderno restando però ai margini della narrazione ufficiale. 

C’è una canzone che da sola vale un intero trattato di sociologia del lavoro. La compose nel 1974 Enzo Jannacci con Beppe Viola e si intitola Vincenzina e la fabbrica. In pochi minuti di musica, con quella voce sghemba e dolente che era il marchio di fabbrica del cantautore milanese, si materializza davanti agli occhi una figura che è al tempo stesso individuale e universale, una donna giovane, forse appena arrivata dalla provincia o dal Sud, che si trova per la prima volta davanti ai cancelli di uno stabilimento industriale. Il testo è costruito su un meccanismo narrativo di grande efficacia: la ripetizione ossessiva Vincenzina davanti alla fabbrica, la fabbrica davanti a Vincenzina mima il ritmo alienante della catena di montaggio e il senso di schiacciamento che quella struttura enorme, grigia e indifferente produce sulla singola persona.  
Eppure Vincenzina non è una vittima passiva, c’è in lei una tenacia silenziosa, una resistenza corporea alla distruzione: entra, timbra il cartellino, fa il suo lavoro, esce, e il giorno dopo ricomincia. È questa ostinazione quotidiana, priva di eroismo ma carica di dignità, che la rende rappresentativa di milioni di donne che, nel corso di due secoli di industrializzazione, hanno attraversato quei cancelli. 

Prima che esistessero le fabbriche come le conosciamo, esisteva il lavoro a domicilio. Nel sistema del putting-out, diffusissimo nell’Europa del Settecento, i mercanti fornivano materie prime alle famiglie contadine e ritiravano il prodotto finito, pagando al pezzo. Questo sistema coinvolgeva massicciamente le donne e bambine/i, che integravano con il lavoro artigianale il magro reddito agricolo. Le donne erano già, dunque, lavoratrici produttive, ma lo erano in modo invisibile dentro le mura domestiche, senza contratto, senza orario riconosciuto, senza identità professionale. Il loro lavoro era considerato un’estensione naturale delle mansioni casalinghe, qualcosa che si faceva in più, quasi per dovere familiare piuttosto che per diritto salariale. 
Con la prima rivoluzione industriale questo lavoro invisibile uscì dalle case ed entrò negli stabilimenti, e lo fece in massa. Nelle filature di cotone del Lancashire, nelle manifatture tessili della Lombardia e del Piemonte, nelle vetrerie della Boemia, le donne rappresentavano spesso la maggioranza assoluta della forza lavoro e il motivo era brutalmente economico, le donne costavano meno. A parità di mansione, esse venivano pagate sistematicamente tra il 30 e il 50 per cento in meno degli uomini, a seconda del settore e del Paese. La giustificazione ufficiale era che il loro salario era integrativo, che vivevano ancora a casa della famiglia d’origine o dipendevano dal marito ma ovviamente era una finzione socialmente costruita, funzionale a mantenere bassi i costi di produzione. 

Le condizioni di lavoro nelle prime fabbriche erano, per usare un eufemismo, disumane. Le giornate lavorative di dodici, quattordici, persino sedici ore erano la norma, la ventilazione era inesistente o minima, il rumore dei macchinari tessili provocava danni permanenti all’udito e la polvere di cotone o di lana si depositava nei polmoni, producendo la bissinosi (la malattia del tessitore) o forme di pneumoconiosi che accorciavano drasticamente la vita. Per le donne tutto questo si sommava a condizioni specificamente legate al genere. Le lavoratrici incinte continuavano a lavorare fino all’ultimo momento, spesso in piedi per ore, esposte a vapori e sostanze tossiche. Non esisteva alcuna tutela della maternità e perdere il posto di lavoro significava perdere l’unica fonte di reddito, per sé e spesso per l’intera famiglia. 
In Inghilterra le prime inchieste parlamentari — come quelle sui Factory children nella prima metà dell’Ottocento — documentarono con agghiacciante precisione queste condizioni. Le testimonianze raccolte dai commissari regi descrivevano donne che allattavano nelle pause di dieci minuti concesse tra un turno e l’altro, lavoratrici che svenivano per il caldo e venivano immediatamente sostituite. Non si trattava di eccezioni, era la norma del sistema e la norma colpiva con particolare durezza le donne perché erano loro quelle con meno potere contrattuale, meno accesso alle nascenti organizzazioni operaie, meno protezione legale. 

Eppure, anche in questo contesto di oppressione sistematica, le donne non furono passive e la storia del movimento operaio femminile è costellata di episodi di resistenza straordinaria, spesso dimenticati o marginalizzati nelle narrazioni ufficiali. Uno dei primi e più famosi è quello delle Lowell Mill Girls americane, le giovani operaie delle filature di Lowell, nel Massachusetts, che nella prima metà dell’Ottocento organizzarono scioperi e petizioni per protestare contro i tagli salariali e l’allungamento degli orari.  
In Europa il percorso fu più tormentato. Le organizzazioni sindacali nascenti erano spesso ostili all’ingresso delle donne, non per ragioni ideologiche dichiarate ma per una combinazione di paternalismo e timore della concorrenza: più donne significava, infatti, più offerta di lavoro e quindi salari più bassi per tutti. Questo paradosso, le donne escluse dagli stessi strumenti di tutela che avrebbero avuto più bisogno, avvelenò per decenni il rapporto tra movimento sindacale e lavoro femminile. 
In Italia le mondine, le lavoratrici stagionali delle risaie padane, divennero il simbolo di una resistenza tenace e organizzata. Curve sulla risaia per dodici ore, nell’acqua fino alle ginocchia, cantando per scandire il ritmo del lavoro e per tenere alto il morale, queste donne svilupparono una cultura della solidarietà straordinaria. La loro battaglia per l’abolizione del lavoro a cottimo e per la limitazione dell’orario produsse risultati concreti già negli anni del primo Novecento e la loro figura rimane impressa nell’immaginario collettivo italiano grazie anche al cinema neorealista. 

Risaiuole (o In risaia), un celebre dipinto divisionista di Angelo Morbelli

Il Novecento portò trasformazioni profonde nella presenza femminile nell’industria, spesso attraverso le tragedie più grandi. Le due guerre mondiali funzionarono come potenti acceleratori del processo di inserimento delle donne nel lavoro industriale, per ragioni strettamente pratiche: gli uomini erano al fronte e le fabbriche, soprattutto quelle di armamenti, avevano bisogno di manodopera. Durante la Prima guerra mondiale in tutti i paesi belligeranti si assistette a un massiccio ingresso delle donne nelle industrie pesanti quali fonderie, fabbriche di munizioni, cantieri. In Gran Bretagna le munitionettes, le operaie degli stabilimenti bellici, arrivarono a essere quasi un milione e furono impiegate in lavori che fino a quel momento erano considerati naturalmente maschili, dimostrando di fatto che la distinzione era costruita socialmente e non fondata su capacità reali. Quando la guerra finì, tuttavia, la maggior parte di loro fu espulsa dai posti di lavoro per fare spazio agli ex combattenti e il ritorno alla normalità significò il ritorno alla subordinazione ma qualcosa era cambiato, perché l’esperienza aveva lasciato tracce nelle donne stesse, nella loro coscienza di sé come lavoratrici capaci. 
La Seconda guerra mondiale ripeté e amplificò questo schema. L’immagine di Rosie the Riveter, la lavoratrice americana con le maniche arrotolate e il pugno serrato, simbolo della campagna di reclutamento femminile nell’industria bellica americana, è diventata un’icona culturale, ma dietro quell’icona ci sono storie reali di milioni di donne che salirono sulle linee di montaggio, impararono a saldare, a gestire macchine complesse, a coordinare squadre. 

È in questo contesto che bisogna collocare la Vincenzina di Jannacci. L’Italia del miracolo economico, negli anni Cinquanta e Sessanta, era un Paese in cui milioni di famiglie contadine del Sud e delle aree rurali del Nord si riversarono nelle città industriali del triangolo Milano-Torino-Genova. Tra questi migranti c’erano tantissime donne giovani, alcune seguivano mariti o fratelli, altre venivano da sole, attirate dalla prospettiva di un lavoro e di un salario proprio, e trovavano impiego nelle fabbriche tessili, nell’industria alimentare e nelle linee di assemblaggio dell’elettrodomestico, il settore che più di tutti caratterizzò il miracolo economico italiano. 
Le condizioni erano dure ma comunque migliori di quelle del secolo precedente. La giornata lavorativa era di otto ore, esistevano contratti collettivi, i sindacati erano presenti ma la discriminazione salariale persisteva, spesso legalizzata dagli stessi contratti attraverso la distinzione tra categorie maschili e femminili per le stesse mansioni, per non parlare delle molestie sul luogo di lavoro che erano considerate normale folklore e non oggetto di tutela legale. È in questo mondo che vive Vincenzina, il mondo delle pensioni per lavoratrici, dei dormitori di fabbrica, delle lettere alla famiglia rimasta al paese, delle domeniche all’oratorio o al cinema, del risparmio sistematico per mandare qualcosa a casa, un mondo di fatica e di dignità silenziosa lontano dai riflettori della storia ufficiale. 

Il ‘68 studentesco e l’autunno caldo operaio del 1969 misero in discussione le gerarchie consolidate, compresi i rapporti di genere nel mondo del lavoro. Le donne operaie furono protagoniste di questa stagione, spesso in modo non riconosciuto. Agli scioperi partecipavano in grande numero e nei consigli di fabbrica cominciavano a fare sentire la loro voce su temi che il sindacato tradizionale aveva ignorato: le tutele per la maternità, i nidi aziendali, l’abolizione delle categorie contrattuali discriminatorie basate sul sesso.  
Il movimento femminista di quegli anni intersecò il movimento operaio in modo a volte conflittuale, a volte fecondo. Da un lato le femministe portavano una critica radicale alla divisione sessuale del lavoro, dentro e fuori la fabbrica, dall’altro le operaie portavano al femminismo una concretezza materiale, la consapevolezza che la liberazione delle donne passava anche attraverso condizioni di lavoro dignitose e salari equi
Fu in questi anni che in Italia nacquero alcune delle tutele fondamentali: lo Statuto dei lavoratori del 1970 e poi, nel 1977, la legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, che abolì formalmente la distinzione salariale di genere nei contratti, perlomeno sulla carta. 

Negli ultimi decenni del Novecento il mondo del lavoro è stato attraversato da una trasformazione strutturale, ovvero la progressiva de-industrializzazione dei paesi occidentali e la crescita del settore terziario. Le fabbriche del triangolo industriale italiano hanno chiuso o delocalizzato, il lavoro operaio tradizionale è diminuito e il lavoro femminile si è spostato in larga parte verso i servizi. Questo spostamento ha portato alcuni miglioramenti (lavori fisicamente meno devastanti, maggiore flessibilità e migliori opportunità di formazione), ma anche nuove forme di precarietà e discriminazione. Il gender pay gap, ovvero il divario salariale tra uomini e donne, è rimasto persistente in quasi tutti i settori, anche quelli a prevalenza femminile, e la cosiddetta segregazione occupazionale, cioè la concentrazione delle donne nei lavori meno retribuiti e meno valorizzati, si è perpetuata cambiando solo di forma. 
Ma sarebbe un errore pensare che oggi la fabbrica sia scomparsa, ha solo cambiato forma. I giganteschi magazzini della logistica, i centri di smistamento dei grandi operatori della distribuzione, sono le nuove fabbriche del XXI secolo e come le vecchie fabbriche impiegano molte donne, spesso in condizioni di precarietà estrema. I ritmi di lavoro nei magazzini della logistica sono controllati da algoritmi, misurati in tempo reale e sanzionati automaticamente, un vero e proprio taylorismo digitale, più invisibile e forse più efficiente di quello industriale, ma non meno alienante. 

Guardando il percorso compiuto in due secoli è impossibile non riconoscere le conquiste enormi quali la parità formale nei contratti di lavoro, le tutele per la maternità, la possibilità di avere una carriera propria indipendente dal marito, tutti risultati che le prime operaie delle manifatture del XIX secolo non avrebbero potuto nemmeno immaginare, eppure i nodi irrisolti rimangono robusti. In Italia il tasso di occupazione femminile è ancora tra i più bassi d’Europa e persiste il divario salariale di genere, la maternità continua a penalizzare le carriere femminili molto più di quanto la paternità penalizzi quelle maschili e le dimissioni in bianco (il foglio firmato in anticipo dalla lavoratrice come condizione per essere assunta) sono state vietate più volte per legge ma continuano a essere praticate, per non parlare delle molestie sul luogo di lavoro che sono un problema ancora largamente sommerso. 
Tornare alla canzone di Jannacci, alla fine di questo percorso, significa capire perché quella piccola ballata milanese continua a commuovere. Non perché racconti un passato superato, ma perché fotografa qualcosa di ancora presente, ovvero il silenzio dignitoso di chi non ha alternative, la fatica quotidiana trasformata in routine. Vincenzina non piange, non protesta, lei va, e in questo andare c’è qualcosa che somiglia alla resilienza, ma anche qualcosa che somiglia alla rinuncia. Il compito della storia e della politica è quello di fare in modo che le prossime Vincenzine abbiano più scelte, più voce, più potere e che la fabbrica — reale o metaforica — non esaurisca la loro esistenza, ma ne rappresenti solo una parte, equamente retribuita e degna del loro valore. 
Il 1° Maggio è quindi anche la festa di tutte le Vincenzine del mondo e ricordarsene, oggi, non è solo un gesto di giustizia storica, è soprattutto ricordarsi che i diritti conquistati non erano scontati, che qualcuna li ha pagati con la fatica e con il coraggio e che quelli ancora da conquistare richiedono la stessa determinazione.  
Vincenzina davanti alla fabbrica sì, ma la fabbrica, finalmente, dovrà imparare ad avere paura di Vincenzina. 

In copertina: dal libro intitolato The Lowell Mill Girls, scritto da Alice K. Flanagan (particolare). 

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Articolo di Serena Del Vecchio

Laureata in Giurisprudenza e specializzata nel sostegno didattico a studenti con disabilità della scuola secondaria di secondo grado, è stata a lungo docente di diritto ed economia e da più di dieci anni svolge con passione la professione di insegnante di sostegno. Sposata e madre di tre figli (tutti maschi!), ama cantare, leggere e andare al cinema, dividendosi fra Roma, dov’è nata, e la Valle d’Aosta, dove vive e lavora.

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