Jane Jacobs, scritture per le città

Le Jane’s walk si organizzano nel primo fine settimana di maggio, ogni anno in ogni parte del mondo, anche in Italia. È un sistema globale di camminate tra i quartieri delle città per ricordare e celebrare Jane Jacobs, l’attivista e giornalista statunitense che ha a lungo contestato i modelli e le pianificazioni dello sviluppo urbano.  

Jane Jacobs

Se fosse ancora viva (si è spenta a Toronto nel 2006) sarebbe ancora oggi in prima fila a criticare e avversare i progetti senza freni dei grandi costruttori e dei grandi magnati dell’edilizia che, in tutto il mondo, garantiscono enormi profitti a pochi individui condannando molto spesso cittadine e cittadini a vivere peggio. Le passeggiate sono un modo pacifico ma determinato di ripensare i centri urbani, capaci di mettere in risalto il valore della mobilità sostenibile contro la congestione del nostro traffico, soverchiante e inquinante; di riscoprire le bellezze storico-artistiche intorno a noi e di ricordarci come il patrimonio culturale sia un bene comune da rispettare e tutelare; di porre in primo piano il verde e gli spazi aperti, mai troppo difesi e protetti dall’espansione incontrollata di costruzioni, cemento e asfalto. Passeggiare insieme e vivere in modo collettivo e socializzante l’esperienza, consente di conoscere e riflettere su idee di città a misura di persone e di vita, secondo una visione concreta della realtà urbana in cui i fatti, i dati e le esigenze di chi ci vive non sono soffocate e stravolte da teorie astratte di programmazione urbanistica. Temi molto discussi e ancora molto attuali che Jane Jacobs, appassionata attivista e giornalista controcorrente, ha cominciato a porsi e a porre molto tempo fa. 

Jane Jacobs, il cui cognome di famiglia è Butzner, nasce in Pennsylvania nel 1916 in una famiglia aperta e attenta al libero sviluppo delle sue capacità. A diciotto anni si trasferisce a New York per lavorare e la città diviene la realtà tangibile su cui formare le sue convinzioni e il suo pensiero; vivrà a lungo a Manhattan, almeno fino al 1968 quando si sposterà con marito e prole in Canada, a Toronto. A New York, dopo aver svolto lavori di dattilografa e stenografa, Jane approda alla rivista Vogue e comincia a occuparsi di alcune attività economiche e dei riflessi che queste determinano sui quartieri cittadini in cui gravitano. Nasce così il suo sguardo appassionato e libero sulla realtà urbana, sulla sua complessità, sulle dinamiche che l’attraversano. Jane studia presso la Columbia University senza conseguire la laurea; contemporaneamente scrive sull’organo dell’industria metallurgica The Iron Age, e, fino al 1952, anche per l’Office of War Information e la rivista del Dipartimento di Stato Amerika. Sono tutti organismi e agenzie di Stato e il suo pensiero non allineato non sempre ha vita facile, arrivando a subire per due volte, negli anni del maccartismo, indagini e interrogatori per sospette simpatie comuniste. A sua difesa, in quelle difficili occasioni, Jane Jacobs ricorda il principio fondamentale del diritto di espressione: «Non sono d’accordo con gli estremisti né di destra né di sinistra, ma penso che si debba permettere loro di parlare e di pubblicare, sia perché hanno, e dovrebbero avere, dei diritti, sia perché, una volta che i loro diritti vengono meno, i diritti di tutti noi sono difficilmente al sicuro».  

Edmund Bacon con il plastico delle Society Hill Towers di Philadelphia (1960 ca.)

Dopo queste esperienze, Jacobs comincia a scrivere per la rivista Architectural Forum e anche qui propone idee indipendenti e originali, mai supine nei confronti delle posizioni di potere. Come quando, soffermandosi sulle Society Hill Towers di Philadelphia progettate dall’architetto e urbanista Edmund Bacon, non lesina critiche evidenziando come le comunità afroamericane presenti nel quartiere fossero state trascurate dal progetto. Per lei i quartieri urbani sono elementi dinamici, poliformi e complessi, composti da persone, spazi, edifici, attività che non devono essere ignorate e silenziate; secondo il suo pensiero l’architettura e l’urbanistica dovrebbero imparare a non essere aggressive, a «rispettare, nel senso più profondo del termine, le strisce di caos che hanno una strana saggezza propria non ancora compresa nel nostro concetto di ordine urbano». Queste le parole con cui si rivolge nel 1956 ad architetti e urbanisti presenti all’Università di Harvard per parlare del quartiere di East Harlem. Una lezione su nuove e possibili prospettive con cui affacciarsi sulle realtà cittadine. «Le strisce di caos» che emanano saggezza sono i percorsi che nel tempo hanno definito e reso unici i quartieri con i loro edifici disomogenei per forme, stili e materiali, ma pulsanti di vita e attività economiche di prossimità.
Le sue idee cominciano a diffondersi: nel ’58 la Fondazione Rockefeller le assegna fondi per condurre uno studio critico sulla pianificazione urbana e sulla vita urbana negli Stati Uniti. Il messaggio comincia a essere condiviso: individuare priorità sociali giuste, cercare soluzioni che possano migliorare le città e portare a progettazioni in grado di sviluppare positivamente le molteplici realtà urbane, senza mai dimenticare, anzi ponendoli in evidenza, i valori culturali e umani. Da queste posizioni, Jacobs critica i metodi di pianificazione e progettazione urbanistica e rigenerazione urbana che prevedono imponenti demolizioni di quartieri, ampie arterie urbane di grande comunicazione, delocalizzazioni forzate di abitanti e piccole attività economiche, restrizione (quando non cancellazione) di aree e spazi comuni in cui le persone possono incontrarsi, discutere e socializzare.

Jane Jacobs (1961)

Sono le radici da cui nasce il suo libro più famoso The death and life of great american cities del 1961. Come spesso le accade, le sue idee e il suo scritto dividono: riceve grande sostegno ma anche feroci critiche, soprattutto da architetti, progettisti e urbanisti che non tollerano che una donna, per di più non laureata, intervenga in campi che non le “appartengono”. Da sempre predominio maschile, il mondo dell’architettura e dell’urbanistica attacca le sue teorie ma, soprattutto, attacca la sua persona definendola una dilettante del settore capace solo di ciance da bar, una “casalinga” prestata all’architettura, una «dama militante». Ma Jane non demorde e nel ’62, lasciata la rivista Architectural Forum, si dedica all’attività di scrittrice e di attivista. 

Jane Jacobs way a Greenwich, Manhattan, New York

Fedele alle sue idee, Jacobs combatte in prima linea per le cause in cui crede, come la difesa del Greenwich Village, il quartiere in cui vive con la sua famiglia e che l’architetto e urbanista Robert Moses, promotore per decenni dei piani di ristrutturazione di New York, individua per nuove trasformazioni negli anni ’50 e ’60. Jane, insieme a comitati e cittadinanza, si batte contro la realizzazione di grandi strade ad alta densità di traffico, vere autostrade urbane che irrompono violentemente nei tessuti urbani; è contro la demolizione indiscriminata — spesso spacciata per “rigerazione” urbana — di aree ritenute “degradate” che in realtà nasconde appetiti speculativi. Dopo la mobilitazione per il Greenwich Village, si impegna per la zona di Lower Manhattan, contro la sua trasformazione e la costruzione del complesso del Trade World Center: dietro il vessillo del rinnovamento e del decoro urbano vede speculazioni edilizie e interessi finanziari che sacrificano, con ottiche sociali distorte, interi quartieri, aree urbane vive, abitate e stratificate.  

Jane Jacobs Weg a Vienna

Nel 1968 viene arrestata durante un’udienza pubblica finita in tafferugli, accusata di istigazione alla sommossa, intralcio alla pubblica amministrazione e danneggiamenti, accuse in seguito ridimensionate. Poco tempo dopo decide di lasciare per sempre gli Usa e di trasferirsi con la sua famiglia in Canada, a Toronto, dove vivrà per oltre trent’anni fino alla morte. Parte della decisione dipende anche dall’impegno militare statunitense in Vietnam che Jane, attivista contro la guerra, vede come una minaccia per i suoi figli che rischiano la chiamata alle armi. Toronto è una seconda opportunità per lei che, anche qui, diviene protagonista di campagne in favore di un diverso sviluppo urbano. La sua attività di saggista prosegue negli anni canadesi: scrive The Economy of Cities del 1969 (in Italia dal 1971 con il titolo L’economia delle città), Cities and the Wealth of Nations (1984), Systems of Survival (1992), The Nature of Economies (2000), Dark Age Ahead (2004), l’ultimo suo libro. 

Jane Jacobs Weg a Vienna

Per le sue pubblicazioni nel 1996 è stata nominata Ufficiale dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa da questo Paese. La motivazione individua nel suo impegno di attivista e autrice il grande impulso che ha prodotto un significativo cambiamento di mentalità sia tra chi lavora nel campo della pianificazione architettonica e urbanistica, sia tra le cittadine e i cittadini: «Attivista sociale e sostenitrice del principio di pensare globalmente e agire localmente, ha lasciato la sua impronta indelebile sul paesaggio di Toronto. Stimolando la discussione, il cambiamento e l’azione, ha contribuito a rendere le strade della città canadesi e i quartieri vivaci, vivibili e funzionali per tutti».

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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