Film 1976. I cinquant’anni di Taxi Driver, e sembra oggi

Un breve articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della sera (8-2-26) dal titolo eloquente: La premonizione di “Taxi Driver” ha riportato alla memoria un film che chiunque ricorda, oppure «chi non lo ricorda o è molto giovane o molto smemorato». L’opera di Martin Scorsese con l’interpretazione strepitosa di un giovane Robert De Niro è rimasta nel nostro immaginario come fotografia di una New York brutta, sporca e cattiva (per parafrasare il titolo del film di Ettore Scola, uscito nel medesimo anno). Droga e prostituzione, gang e violenza erano gli scenari che colpivano chiunque visitasse la città e invitavano alla prudenza, se non inducevano addirittura alla paura, con il timore di trovare sulla propria strada un taxista pazzo diventato un giustiziere che dialoga con sé stesso allo specchio. Ma, sottolinea Severgnini, «Travis Bickle, armato e disturbato, è una premonizione. Succede che un film anticipi il futuro. […] Nessun racconto distopico, nel caso di Taxi Driver. Ma un’intuizione: ossessioni personali e disagio sociale, combinati, possono creare mostri». E quello che accade oggi su tante vie degli Usa, magari non per mano di un invasato, con un rapporto distorto con la realtà, con le armi, con le donne, ma attraverso una sorta di legalità che tutto può fare, restando impunita, dà molto da pensare e ci fa temere per il futuro della democrazia.

Taxi Driver, locandina

Persone come Bickle sono lasciate indietro, isolate e farneticanti nel buio della loro scatola meccanica, preda di facili contatti sui social che alimentano una presunta sete di giustizia fai da te, la loro voglia di rivalsa, il loro odio per chi è (o sembra) diverso. Gente del genere sostiene una certa politica che si serve di forze armate come l’Ice, nascoste vigliaccamente dietro una sciarpa nera o un passamontagna, che arrestano bambini o uccidono individui inermi.
Appare suggestivo pure il parallelo che il giornalista fa con altri film americani successivi, ma da inserire in questo filone: American Beauty di Sam Mendes (1999), Minority Report di Steven Spielberg (2002), la miniserie tv Il complotto contro l’America, dal romanzo di Philip Roth, Her diretto da Spike Jonze (2013), The Circle scritto e diretto da James Ponsoldt (2017) a cui aggiungerei il feroce American History X (1998) per la regia di Tony Kaye e il bellissimo La venticinquesima ora di Spike Lee (2002), guarda caso interpretati entrambi da Edward Norton, tutte opere da rivedere alla luce del presente.
Nel 1976 uscì un’altra pellicola importante e che fa riflettere: Quinto potere, diretta da Sidney Lumet e con un cast davvero stellare, che oggi però va considerata sotto un’ottica diversa, visto il lungo tempo trascorso e l’avvento di nuovi mezzi di comunicazione. Si trattava infatti di una spietata critica alla televisione dell’epoca che aveva una forte influenza sociale, ma comunque ne svelava gli squallidi retroscena, gli interessi economici, le ferree leggi dell’audience che porteranno a un crescendo di farneticanti show del protagonista: Haward Beale (il grande Peter Finch) e al suo assassinio in diretta, della serie “tutto quanto fa spettacolo”.

Quinto potere, Peter Finch in una scena del film

Rimanendo nel panorama internazionale sono da segnalare due pellicole diversissime fra loro, da ogni punto di vista, eppure ugualmente significative: una è Tutti gli uomini del presidente diretta da Alan Pakula, l’altra è La marchesa Von... di Eric Rohmer. Della prima si è ripreso a parlare di recente quando sono stati annunciati licenziamenti in massa al glorioso Washington Post, il giornale (fondato nel 1877) che promosse nel 1974 l’inchiesta che portò allo scandalo Watergate e alle dimissioni del presidente di allora, Richard Nixon.

Watergate complex a Washington (1973)

Jeff Bezos, plurimiliardario e proprietario pure del gruppo Amazon, da noi è ben noto per le nozze celebrate a Venezia lo scorso anno con dispendio di mezzi eccezionale, si parla di 30 milioni di dollari, ma ora non trova di meglio che licenziare fior fiore di professioniste/i, fra cui alcuni premi Pulitzer, e tutti i fotogiornalisti, chiudendo sedi all’estero e le pagine dedicate ai libri. L’interpretazione di Robert Redford e di Dustin Hoffman, nei panni dei due cronisti coraggiosi, contribuì non poco al successo del film, vincitore di 4 Oscar, fra cui quello all’ottimo non protagonista Jason Robards.

La seconda pellicola citata, di produzione franco-tedesca e vincitrice del Grand Prix della Giuria a Cannes, trasse spunto da un raffinato racconto di Heinrich Von Kleist: La marchesa di O… (1808); altrettanto raffinato è l’esito cinematografico che gioca su atmosfere, ambienti, riferimenti pittorici, costumi, luci naturali (la fotografia assai apprezzata è di Nestor Almendros), interpreti sensibili presi direttamente dal mondo del teatro: Bruno Ganz e Edith Clever, in una storia poetica d’amore e mistero.

Ma non si può concludere lo sguardo sui maggiori successi stranieri del 1976 senza citare Rocky, Mr Klein, Il maratoneta; scusate poi la mia personale predilezione per un attore e regista che invecchia bene come il miglior vino, ovvero Clint Eastwood, classe 1930: dopo i ruoli giovanili di pistolero nei western di Sergio Leone, quell’anno uscirono Il texano dagli occhi di ghiaccio e Cielo di piombo, ispettore Callaghan, quando ancora non si potevano immaginare capolavori come Mystic river (2003), Million dollar baby (2005), Lettere da Iwo Jima (2006), Gran Torino (2008), Invictus (2009), fino a Giurato numero 2 (2024).
La produzione italiana non fu meno ricca e significativa e ci ha lasciato opere che fanno ormai parte del nostro patrimonio culturale e che spaziano nei generi più diversi: il quadro politico-sociale, la ricostruzione storica, la Resistenza, la biografia romanzata, il fumetto ai suoi massimi livelli. Todo modo e Cadaveri eccellenti rimangono due punti di riferimento per il cinema “impegnato”, molto più presente sugli schermi negli anni Settanta-Ottanta-Novanta, i cosiddetti “anni di piombo”, rispetto a oggi.

Volonté e Mastroianni in un fotogramma di Todo modo

Il primo fu diretto da Elio Petri, dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia, e seguiva altre pellicole indimenticabili come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e La classe operaia va in paradiso (1971), tutte interpretate dal grandissimo Gian Maria Volonté, capace di diventare di volta in volta un operaio arrabbiato, un poliziotto assassino, un politico democristiano. Anche Cadaveri eccellenti, con un cast importante in cui spicca Lino Ventura, fu ispirato da un romanzo di Sciascia: Il contesto, e diretto da Francesco Rosi, non nuovo alle tematiche scomode, alla critica sociale, all’analisi spietata della realtà, come dimostrano fino dagli esordi i suoi Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Uomini contro (1970), Il caso Mattei (1972).

Titoli di testa di Cadaveri eccellenti

Un modo grottesco di affrontare i problemi quotidiani della gente comune che vive nelle borgate appartiene a Ettore Scola che nel suo Brutti, sporchi e cattivi (premiato al festival di Cannes) descrive in maniera impietosa una numerosa famiglia che si affanna, fra lavoretti e imbrogli, a sbarcare il lunario; il capostipite, se così lo si può definire, è Giacinto, interpretato magistralmente da Nino Manfredi, un padre-padrone orbo e dispotico ossessionato dai suoi miseri risparmi.

Nino Manfredi nel ruolo di Giacinto Mazzatella

Federico Fellini realizzò quell’anno un’opera anomala nella sua produzione, cioè il ritratto malinconico e decadente di un seduttore a cui restano solo i ricordi e un complicato presente: Casanova, con un intenso Donald Sutherland; fecero epoca i bellissimi costumi di Danilo Donati, premiati con l’Oscar, e le musiche di Nino Rota.

Sutherland nel ruolo di Casanova

«Ho scelto per interpretarlo Donald Sutherland, un attore dalla faccia cancellata, vaga, acquatica, che fa venire in mente Venezia. Con quegli occhi celestini da neonato, Sutherland esprime bene l’idea di un Casanova incapace di riconoscere il valore delle cose e che esiste soltanto nelle immagini di sé riflesse nelle varie circostanze», così ebbe a dire il regista che, dopo una lunga ricerca, si imbatté nell’attore americano a Parma dove era impegnato nelle riprese di Novecento.

Novecento, locandina

A questo punto il collegamento è inevitabile: da Venezia ci spostiamo alla Pianura Padana e ricordiamo il capolavoro di Bernardo Bertolucci, uno dei film più lunghi di sempre, 5 ore e 20, che infatti fu diviso in due parti. Un vero kolossal, realizzato anche con capitali americani e un cast formidabile, un affresco storico che va dal 1901 al 1976, periodo del boom economico seguìto alla fine della Seconda guerra mondiale, e che vede al centro l’amicizia di due bambini, poi giovani, poi anziani: il ricco proprietario terriero Alfredo e il contadino Olmo, nati lo stesso giorno nella stessa cascina. Impossibile citare tutti gli interpreti, da Depardieu a De Niro, da Lancaster a Sandrelli, da Sanda a Sutherland nel ruolo di Attila, crudele fascista alla fine giustiziato. Il film fu amato dal pubblico e apprezzato dalla critica che colse i suoi vari piani e livelli di lettura, meritevole dunque di molta attenzione per la «meditazione drammatica sulle ambiguità della vita» (Giovanni Grazzini); un’opera schierata politicamente, «sulla lotta di classe in chiave antipadronale» che «cerca di fondere il cinema classico americano con il realismo socialista sovietico» (Morando Morandini).

Se di guerra e Resistenza si parla anche in Novecento, non è da meno L’Agnese va a morire, tratto dal bel romanzo di Renata Viganò, per la regia di Giuliano Montaldo e ambientato anch’esso nelle campagne e nei paesi della Bassa Padana; alla anziana contadina protagonista, che diventa coraggiosa staffetta partigiana, dette vita la celeberrima attrice svedese Ingrid Thulin, scomparsa nel 2004, di cui il 27 gennaio scorso si ricordava il centesimo anno dalla nascita.

L’Agnese va a morire, Ingrid Thulin con Rosalino Cellamare

Spiegava il regista di aver scelto un’attrice di fama internazionale, musa di Ingmar Bergman, per avere più risonanza, ma anche perché lei stessa gli disse di avere origini contadine, di «avere grandi mani e grandi piedi», di sentirsi nella parte e addirittura di voler vivere almeno un mese in quelle terre, fra quelle donne romagnole che intendeva conoscere e comprendere meglio. Avvincente il racconto di come fu scelta da Ingrid la scassata bicicletta, compagna fedele degli spostamenti della donna; rievocava commosso Montaldo: «Ebbene, il meccanico, nello smontare la bicicletta, ha trovato, dentro il telaio dove si inserisce la sella, un messaggio che una staffetta partigiana stava portando a qualcuno. Quella era proprio la bicicletta di una staffetta partigiana, forse caduta per mano dei tedeschi. Ho ancora un brivido a pensarci».
Ancora un romanzo ha fornito l’ispirazione per un film notevole; stiamo palando del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, portato sugli schermi da Valerio Zurlini alla sua ultima prova. L’opera fu premiata con i David di Donatello e ai Nastri d’argento, ma la sua realizzazione ha un antefatto; il testo era stato sotto l’occhio di vari registi in precedenza, ma avevano rinunciato sia per le presumibili alte spese sia per le difficoltà logistiche. La situazione si sbloccò quando l’attore Jacques Perrin, attratto dal ruolo del protagonista, il sottotenente Giovanni Drogo, si impegnò a trovare i finanziamenti e individuò un luogo speciale dove girare: la splendida antica fortezza di Arg-e Bam, in Iran, in seguito quasi del tutto distrutta per un terremoto.

L’arrivo di Giovanni Drogo alla fortezza Bastiani

Riguardo a Zurlini, dobbiamo celebrare un altro anniversario, visto che era nato il 19 marzo del 1926 e morì neppure sessantenne nel 1982, lasciando una filmografia pregevole in cui spiccano Estate violenta (1959), La ragazza con la valigia (1961), una delle migliori prove di Claudia Cardinale, La prima notte di quiete (1972), con Lea Massari (Nastro d’argento) e Alain Delon che indossava un cappotto di cammello e un maglione di proprietà dello stesso regista, che lo caratterizzarono a lungo.
Ci sarebbe ancora molto da raccontare, magari accennare a successi di botteghino come Febbre da cavallo, La casa dalle finestre che ridono, Il secondo tragico Fantozzi, Caro Michele; era anche l’epoca dei film ridanciani e volgarotti sulle soldatesse, le dottoresse, le professoresse, le nipoti, le zie e le matrigne sexy, persino pretore e poliziotte, ma stendiamo un velo pietoso su tanto squallore e finiamo in bellezza con un gioiellino: Allegro non troppo realizzato con tecnica mista da Bruno Bozzetto, uno dei più geniali disegnatori italiani, regista di spot pubblicitari e di un centinaio di contributi scientifici inseriti nella trasmissione televisiva Quark rimasti nella memoria collettiva, di lungometraggi (West and Soda, Vip- Mio fratello superuomo) e cortometraggi pluripremiati.

Allegro non troppo

Allora si disse che il film di Bozzetto era la risposta italiana a Fantasia della Disney, ma non è proprio così, è semmai la prova maiuscola di una creatività tutta europea: ci sono sei episodi con graziosi cartoni animati e il commento sonoro che fa da protagonista e da guida alle azioni, e fra l’uno e l’altro compaiono alcuni attori, fra cui Maurizio Micheli e Maurizio Nichetti, in un filmato in bianco e nero che forma una vera e propria cornice. I brani scelti sono di forte impatto: si va da Debussy a Ravel, da Sibelius a Stravinskij, fino al nostro Vivaldi. Sembra incredibile ma in Italia per ben tre anni non si trovò un distributore con la scusa che il film, pur bellissimo, non aveva un pubblico, mentre stava ottenendo un grande successo all’estero; finalmente arrivò nelle sale e ottenne un lusinghiero e meritato David di Donatello speciale nel 1978.
Conclusa la veloce carrellata, speriamo ricca di suggestioni, non resta che augurare buona visione! Viva il cinema!

In copertina: La marchesa Von, un fotogramma.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).e Le Nobel per la letteratura (2025).

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