Il 17 aprile 2026, nelle aule dell’Università degli Studi di Roma Tre, la parola ha smesso di essere soltanto oggetto di studio per tornare a essere esperienza viva. L’incontro dedicato alla scrittura autobiografica e creativa — organizzato a coronamento della premiazione del concorso Sulle vie della parità — ha trasformato un ordinario pomeriggio universitario in qualcosa di più raro: uno spazio attraversato da voci, memorie e scoperte. Un luogo in cui la scrittura è stata restituita alla sua dimensione più politica e più intima insieme.
A guidare questo attraversamento, tre presenze diverse ma sorprendentemente affini: Antonio Bortoluzzi, autore bellunese e finalista del Premio Italo Calvino; Gabriella De Angelis, studiosa della lingua e delle sue stratificazioni, nonché autrice di Parole e silenzi; e Loretta Junck, del Comitato di lettura del Premio Calvino e coordinatrice della sezione C, Narrazioni, del concorso Sulle vie della parità.

Fin dall’inizio è stato chiaro che non si trattava di una lezione nel senso tradizionale. Piuttosto, di un invito a prendere consapevolezza dell’intrinseca potenza della scrittura.
Loretta Junck, che aveva tenuto le fila della premiazione dei racconti, ha aperto il discorso senza soluzione di continuità, con un’analisi degli incipit da cui dovevano iniziare i racconti di questa edizione del Concorso. E l’ha fatto partendo proprio dal significato del termine incipit, che in latino significa incomincia, e dalle regole di fondo cui ci si deve attenere per scrivere un racconto partendo da un incipit dato.
Poiché la conoscenza del latino è in pratica patrimonio esclusivo di chi sceglie gli studi classici, è possibile che non tutte e tutti conoscano davvero il significato del termine incipit, anche se è entrato ormai nella terminologia della critica letteraria e chi è iscritta/o a Lettere è molto probabile che prima o poi lo incontri nel proprio percorso. Insomma l’incipit è l’inizio di un racconto (ma anche di un romanzo) e non ha nulla a che fare con il tema. Il tema dei racconti, nell’ultima edizione del Concorso, era Storie di donne e di città, e su questo tema sono stati appositamente creati i quattro incipit, cioè i quattro possibili inizi: in tutti c’erano infatti una donna e una città (una città da difendere o da costruire, una città a cui tornare con rabbia, una città nuova in cui costruire la propria storia).
Passando alle indicazioni fondamentali che deve tenere presente chi sceglie di scrivere un racconto con un incipit dato, occorre prima di tutto che tra questo e il racconto ci sia coerenza. Attenzione dunque al tempo della narrazione (presente? passato?) e alla voce narrante (è esterna, quindi il racconto è in terza persona? oppure è interna e c’è chi racconta in prima persona una storia di cui è protagonista o testimone?). Quanto all’idea da sviluppare, deve essere aderente al tema, per non correre il rischio di andare “fuori tema”, incubo da sempre di ogni studente… Il rapporto di una donna con una città era il tema di quest’anno.
L’analisi degli incipit ha mostrato difficoltà, possibili vie da percorrere, parole chiave da sottolineare per cogliere i suggerimenti e non cadere nelle trappole che anche gli incipit apparentemente più semplici possono contenere.
L’incipit n. 3, di Mariapia Veladiano (quello di Giuditta, per intenderci) era forse il più arduo. Non tanto perché richiedesse di sapere qualcosa dell’eroina biblica (per fortuna c’è Wikipedia, e adesso anche l’intelligenza artificiale), ma perché poteva portare a perdersi in un discorso astratto, in prima persona, e in un racconto invece deve succedere qualcosa. Le soluzioni diverse naturalmente c’erano, ma ci si doveva pensare un po’. Si poteva magari partire da un quadro, ci si poteva chiedere se la “città” dell’incipit poteva essere intesa in senso lato… E anche l’azione “eroica” poteva (o doveva) diventare altro, qualcosa per cui combattere, non necessariamente impugnando un’arma.
Al centro dell’incipit n. 4, di Simona Baldelli — anche questo non facilissimo — c’era Charlotte Perriand, un’architetta (una quindi che le città le sapeva progettare) che nel secondo dopoguerra ha collaborato con Le Corbusier nella costruzione di un quartiere di Marsiglia. Bisognava saperne qualcosa, fare qualche ricerca e magari saper inventare, cogliendo anche l’invito a considerare il rapporto tra Charlotte e il “mostro sacro” Le Corbusier, maschio e con qualche pregiudizio di genere, a quanto pare…
Il primo incipit, quello di Adil Bellafqih, era più accessibile. Bisognava tenere presente però che tra la protagonista e la città c’era, per qualche motivo, un rapporto difficile, d’amore-odio, che la obbligava a tornarci suo malgrado: bisognava individuare questo rapporto difficile, costruirci una storia.

Arrivata al secondo incipit proposto, Loretta Junck ha passato la parola direttamente all’autore, presente in sala, cioè ad Antonio G. Bortoluzzi, che ha iniziato con un gesto semplice e potentissimo: mostrare una fotografia (in copertina).
Un’immagine in bianco e nero degli anni Cinquanta, scattata in un contesto montano. Non un documento eccezionale, ma proprio per questo rivelatore. Nella foto, un gruppo di donne si dispone davanti all’obiettivo con un po’ di imbarazzo, si cercano con le mani, si sfiorano i volti, si tengono strette come per trovare equilibrio. I corpi parlano prima ancora delle parole. Accanto a loro, un uomo dalla postura rilassata, mani giunte, un sorriso appena accennato, come se la fotografia fosse un territorio già conosciuto.
Da questa differenza quasi impercettibile, Bortoluzzi ha fatto scaturire una riflessione ampia e necessaria. Nell’immaginario collettivo, ha osservato, la montagna è stata raccontata soprattutto al maschile, con imprese, scalate, conquista delle vette. Ma sotto quella narrazione eroica esiste un’altra storia, silenziosa e continua, ovvero quella della sua gente, e in particolare delle donne che hanno sostenuto la vita quotidiana, tenuto insieme famiglie e comunità durante le lunghe assenze degli uomini, spesso emigrati stagionali. Sono loro, ha detto, l’infrastruttura invisibile della montagna. Sono loro, in fondo, la sua memoria e la sua anima. Nonostante non avessero proprio l’abitudine, contrariamente ai loro uomini, a essere fotografate.
Non è un caso che il suo libro Montagna madre porti già nel titolo un elemento simbolico, dove la montagna è come un corpo femminile, generativo, accogliente ma anche esigente. Una presenza viva, non uno sfondo.

Nel corso dell’incontro, Antonio Bortoluzzi ha offerto molto più di una testimonianza: ha restituito un vero e proprio sguardo sul mondo, radicato nella sua esperienza di scrittura e nel paesaggio umano e naturale da cui essa nasce. La sua opera si muove, infatti, lungo una linea precisa, in cui la montagna non è mai semplice ambientazione, ma realtà viva, capace di influenzare destini, linguaggi e relazioni. Nei racconti di Bortoluzzi la natura non è mai addomesticata, ma conserva una sua durezza che si riflette nei rapporti tra i personaggi.
Ciò che colpisce è il modo in cui questa dimensione si intreccia con le storie individuali. Le protagoniste e i protagonisti — spesso figure marginali, silenziose, segnate da un rapporto profondo con il territorio — non vengono mai idealizzati. Al contrario, sono restituiti nella loro complessità, nei loro limiti, nelle loro fragilità. La scrittura di Bortoluzzi è essenziale, concreta, attenta ai gesti più che alle dichiarazioni, infatti sono i dettagli quotidiani, i lavori, le abitudini, a costruire il senso.
Durante l’incontro, questa attenzione al dettaglio si è tradotta in un invito preciso alle studenti: partire sempre da ciò che si vede, da ciò che si può toccare, per arrivare — solo dopo — a ciò che si pensa o si sente. Una poetica che si oppone all’astrazione e che affonda le radici in una tradizione narrativa capace di dare dignità alle vite considerate “minori”. È in questa tensione tra visibile e invisibile, tra racconto ufficiale e narrazione sommersa, che la sua scrittura trova forza. E che, in un contesto come quello dell’incontro romano, ha offerto alle partecipanti non solo strumenti tecnici, ma anche una prospettiva di una letteratura capace di restituire voce a ciò che troppo spesso resta ai margini.
In copertina: foto di famiglia (Arch. Antonio G. Bortoluzzi).
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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
