La casa che non accoglie

La letteratura è caratterizzata in prima battuta da testi, in seguito da autrici e autori, perché soltanto attraverso le parole abbiamo la possibilità di sviluppare un’idea sull’artefice, la sua soggettività, i suoi mondi interiori, come se ogni riga traducesse la vera anima di chi scrive.
Nello specifico il genere — costrutto storico, sociale e culturale — potenzia la capacità di comprensione del messaggio, si riversa nel testo, lo modella ed è imprescindibile da esso. Chi produce un contenuto appartiene a un determinato sistema culturale e in egual modo il/la destinatario/a; pertanto la lettura non è passiva, ma un dialogo vivo e creativo tra chi crea e chi accoglie, acquistando un senso dalle identità che si intersecano.
Abbiamo bisogno di descrivere i modi in cui la scrittura femminile, dalla fine del Settecento a oggi, si avvale della domesticità come immagine privilegiata per indagare la contaminazione tra realtà familiari ed estranee, femminili e maschili, legittime e illegittime, tantopiù quando allo spazio “privato” viene affidata una molteplicità di valori rispetto alle relazioni che vi si instaurano, ma anche verso ciò che si posiziona al di fuori di esso. Nondimeno il fuori intrattiene con la controparte uno scambio continuo, fatto di innesti percepiti come ammissibili (e ammessi), così come proibiti (e talvolta rifiutati).
Una riflessione particolare è dedicata all’effetto che tali tematiche hanno sulla costruzione dei generi letterari, sul loro “tradimento”, contaminazione e ibridazione, prassi storicamente attribuita alla produzione letteraria delle donne. La scrittura femminile consente il diritto di denunciare e di assumere voce: il romanzo è affermazione della propria esistenza. La personalità biografica è importante poiché gli elementi intersezionali (età, classe, conoscenze ecc.) compongono un’opera; le esperienze — intese come vissuto e conoscenza — devono far parte del testo affinché diventino forme del punto di vista con cui guardiamo il mondo che ci circonda.

Le donne (secondo il canone letterario della propria epoca) non utilizzano un linguaggio armonico fatto di vocaboli altolocati, ma privilegiano un sistema di parole indiretto, velato e legato alle metafore corporee. Non essendo considerata razionale, la loro scrittura venne per molto tempo esclusa e misconosciuta.
Grazie ai Cultural Studies e successivamente ai Queer Studies, intorno agli anni Settanta e Ottanta del Novecento, vi fu la scoperta delle fonti e dei lavori delle donne, dando vita negli archivi a un’attività di recupero, di interpretazione e di studio.
Il domestico è una rappresentazione ricorrente in quasi tutti gli scritti, visto per lo più non come protezione, ma come prigione patriarcale. Questo tema unisce il romanzo gotico inglese del Settecento alle successive opere di scrittrici del Novecento, dimostrando come l’utilizzo di metafore distorte corrisponda allo specchio e alla denuncia della condizione opprimente.
La scrittura denuncia senza urlare, rende visibile ciò che la società vorrebbe tenere nascosto.
Nel romanzo gotico la dimora non è mai un luogo di protezione. Diventa invece un labirinto dominato da uomini in cui la donna appare come proprietà che passa di mano in mano: dal padre al fratello, infine al marito. La sua identità è sospesa, astratta, ridotta a presenza spettrale. I fantasmi che infestano i castelli non sono semplici figure soprannaturali: incarnano l’annullamento sociale della soggettività femminile, l’eco di una voce che il sistema patriarcale cerca di rendere muta. Lo spazio domestico si carica di inquietudine. Stanze apparentemente ordinarie nascondono segreti, forze esterne profanano l’intimità, la famiglia nucleare si rivela una trappola.

Nel Novecento italiano il tema riemerge, spostato dal castello medievale alla casa borghese, rendendo l’orrore ancora più intimo, quotidiano e insidioso. Alba De Céspedes, in La sua strada, mostra come l’abitazione possa diventare teatro di ruoli femminili ereditati e sovrapposti. Il rapporto tra la madre dello sposo e la nuora rivela una domesticità segnata da aspettative, sacrifici e silenzi: lo spazio familiare non unisce, ma separa e imprigiona in una catena di doveri trasmessi di generazione in generazione. Lalla Romano, in La casa di vetro, porta questa profanazione a un livello quasi metafisico. Le pareti trasparenti della dimora diventano metafora di un’intimità costantemente esposta e controllata. La casa non accudisce: rivela, frammenta e rende la donna trasparente agli occhi altrui, prigioniera di uno sguardo che la osserva senza riconoscerla. Natalia Ginzburg, in La parrucca, usa un’ironia tagliente per raccontare il quotidiano domestico come luogo di crepe e frustrazioni accumulate. Il racconto, quasi interamente costruito su una telefonata, trasforma una stanza d’albergo in uno spazio claustrofobico dove il matrimonio si svela come trappola di silenzi e violenze. La protagonista, dolorante dopo essere stata picchiata dal marito, confessa al telefono con la madre di essere incinta di un altro uomo: la “parrucca” diventa metafora dell’artificio con cui si copre la calvizie dell’identità femminile, mentre lo spazio — provvisorio perché si trovano in una stanza d’albergo — appare luogo di profanazione intima e annullamento silenzioso.

Paola Masino, in Nascita e morte della massaia, spinge il tema all’estremo con un’allegoria feroce. La protagonista nasce già destinata al ruolo di massaia e muore in esso: la casa diventa fabbrica di annullamento dell’Io. La routine casalinga si trasforma in un incubo gotico moderno, in cui la donna si dissolve progressivamente, ridotta a fantasma di sé stessa, esistente solo in funzione degli altri. Anna Maria Ortese, con Le sei della sera, dipinge un tempo domestico sospeso, crepuscolare, quasi onirico. La casa rivela la sua natura ambigua di rifugio e prigione: le figura femminile si muove come presenza eterea, segnata da una malinconia profonda che ha radici nell’invisibilizzazione sociale. Livia De Stefani, in Fughe nel palazzo, presenta un grande edificio antico come labirinto da cui sembra impossibile fuggire davvero. Le donne tentano di sottrarsi alle dinamiche di potere, ma il domestico assorbe e neutralizza ogni tentativo di evasione, trasformando la fuga in illusione.

Simona Vinci ci porta esplicitamente in un contemporaneo perturbante con il gotico dentro il presente. In Fuga con bambina si concentra sulla figura di una bambina piccola, descritta come un oggetto, che appare ogni mattina dietro i vetri di una finestra (vetrinizzazione). Un ragazzino che passa di lì in bicicletta ne rimane ossessionato e decide un giorno di portarla via con sé. La “fuga”, quindi, diventa un interludio destabilizzante in cui l’innocenza infantile si confronta con dinamiche di possesso e di violenza. Vinci, con il suo linguaggio indiretto e corporeo, rende visibile quanto fragile sia il confine tra protezione e violenza, tra l’identità femminile ancora in formazione e il rischio costante di essere ridotta a oggetto da guardare, da portare via e da violentare. In L’altra casa il tema raggiunge la sua massima intensità. Una villa antica, carica di memorie femminili, avvolge i personaggi in una spirale di sospetto, desiderio e perdita. La casa non è più un semplice sfondo: diventa organismo vivo, con intenzioni proprie, che costringe le donne a confrontarsi con identità frammentate, sacrifici della passione e ombre di maternità e solitudine. Il familiare diventa estraneo, il riparo diventa trappola, il tempo stesso si deforma tra le mura.
Queste case non sono mai state semplici pareti e tetti, ma continuano a essere teatri di una lotta silenziosa e tenace: il luogo in cui la donna viene resa invisibile e al tempo stesso in cui sceglie di tornare a parlare.

Dal labirinto gotico settecentesco alle stanze soffocanti del Novecento, la scrittura femminile ha trasformato il domestico da prigione in arma. Attraverso metafore velate, immagini distorte e un linguaggio indiretto che il canone ha a lungo classificato come “irrazionale”, le autrici hanno reso visibile ciò che il patriarcato voleva tenere nascosto: la casa non è intimità e familiarità, ma specchio deformante di un’oppressione quotidiana.

Oggi rileggere queste pagine significa continuare quel dialogo vivo tra testo e lettrice. Significa riconoscere che il privato è sempre atto politico e che tra quelle pareti, apparentemente ordinarie, ancora oggi si gioca la partita tra annullamento e affermazione di sé.
La letteratura delle donne non ha smesso di infestare lo spazio domestico. Lo abita, lo inquieta, lo contesta. E proprio in questa inquietudine costante, in questa voce che rifiuta di dissolversi, risiede la sua più profonda potenza: trasformare la casa che non accoglie in uno spazio finalmente abitabile, in cui le donne possano esistere non come fantasmi, ma come soggetti che scrivono, denunciano e rivendicano la propria esistenza.

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Articolo di Giulia Lovato

Sono nata a Roma nel 2000, laureata in Sociologia all’Università di Roma La Sapienza e attualmente studente magistrale di Gender Studies, culture e politiche per i media e la comunicazione. Ho la passione per il tennis, i libri e la scrittura. Nella mia sfera d’interesse rientrano le dinamiche sociali con un focus sulle questioni di genere, d’inclusione e di uguaglianza.

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