Il tarantismo. Prospettive femminili

Del tarantismo, ovvero di quella sindrome culturale euromediterranea in cui corpo e credenze regionali si integrano in una peculiare forma di interpretazione e gestione del disagio psichico, avevamo già parlato precedentemente. Ma lo avevamo fatto adottando la sola e unica prospettiva maschile di Ernesto De Martino, lo storico delle religioni ed etnologo meridionalista cui si deve il riconoscimento del fenomeno come sistema simbolico capace di dare forma, senso e risposta a crisi individuali e sociali, soprattutto femminili. Le sue ricerche, i suoi studi, contribuirono ad arricchire ulteriormente quel corpus storico che dal 1362 — l’anno in cui Guglielmo di Marra da Padova redisse il Sertum papale de venenis, il primo trattato in cui il tarantismo viene riconosciuto non già come semplice avvelenamento fisico ma come sindrome la cui guarigione necessita dell’impiego della musica — in poi ha progressivamente istituzionalizzato la centralità dello sguardo maschile, come chiave di lettura privilegiata del fenomeno, marginalizzando l’esperienza e il sapere delle donne, la cui riduzione totalizzante a oggetto di osservazione ha determinato, nel tempo, il conseguente occultamento del loro ruolo di soggetti osservanti.
Allora, come spesso accade, anche in questo caso subentra l’esigenza — se non fosse per il lavoro di valorizzazione del femminile in cui ci impegniamo, solo per amor di conoscenza — di restituire complessità alla storiografia accademica ed empirica del fenomeno, attraverso l’attribuzione di legittimità, rilevanza e dignità al contributo delle donne.

Muovendoci in questa direzione, si citano le sorelle Francesca e Polisena Farina, figure storiche e leggendarie del XVII secolo, note come le ultime “sanpaolare”. 

Un tarantato viene sostenuto dalle due sorelle Farina, Francesco Saverio Lillo (1793)

Secondo la leggenda, le due donne erano le ultime discendenti dirette, per linea femminile, delle “belle vicine”, galatinesi a cui l’apostolo Paolo, «il santo taumaturgo che proteggeva da tutti gli animali velenosi», diede facoltà di guarire dal terribile morso della tarantola.
Nella sua opera del 1699, Anatomia degli Ipocriti, il domenicano e letterato di Galatina Alessandro Tommaso Arcudi dà testimonianza della loro capacità di guarire i/le tarantate, non per virtù del “ballo risanatore”, ma attraverso lo “sputo medicinale”. Non avendo figli — l’assenza della prole era la condizione necessaria per essere investite della capacità di guarigione — alla morte della sorella Francesca, Polisena sputò nel pozzo della loro casa per trasferire il potere medicinale all’acqua. Dopo la sua dipartita, «la tradizione di bere l’acqua del pozzo per sputare fuori il veleno del ragno continuò fino alla prima metà del Novecento quando l’autorità sanitaria di Galatina, ritenendo l’acqua contaminata, decise di murare la cavità». La definitiva rimozione si ebbe poi per effetto della cristianizzazione del rito. 
Ricordare questa esperienza significa recuperare un’eredità femminile non solo rituale ma anche monumentale: il nobile palazzo che un tempo fu delle sorelle Farina oggi è la sede della cappella di San Paolo, ceduta per testamento con la funzione di accogliere i tarantolati e le tarantolate in occasione della festa patronale del 28, 29 e 30 giugno. 

Chiara Samugheo

Si deve poi allo sguardo di una donna, Chiara Samugheo, all’anagrafe Chiara Paparella, il primo fotoreportage artistico realizzato sul fenomeno. È il 10 gennaio del 1955 — si noti bene: quattro anni prima della ricerca condotta da Ernesto De Martino — quando la rivista Cinema Nuovo pubblica Le invasate, il servizio fotografico dedicato alle donne coinvolte nei rituali del tarantismo nel Sud Italia, in particolare in area salentina. Rappresentando un ossimoro rispetto al titolo che, mutuando il linguaggio con cui all’epoca si definivano le tarantate, rimanda a una condizione di espropriazione dal sé e di soggiogamento, gli scatti prodotti rivelano forme di espressività, agency e presenza femminile. Ciò si deve al posizionamento assunto dalla fotografa e dalla lente con cui guarda al rituale della danza e della trance: la postura narrativa e visiva assunta, che travalica la necessità propriamente etnografica, fa sì che lo sguardo si focalizzi sulla dimensione corporea, espressiva ed emotiva delle donne coinvolte. Mettendo in primo piano i loro volti, gesti e posture, Samugheo restituisce un’immagine del tarantismo come esperienza profondamente umana, attraversata da sofferenza, tensione e aspirazione alla libertà. 

Foto di Chiara Samugheo da Le invasate
Foto di Chiara Samugheo da Le invasate
Annabella Rossi

Tra i componenti dell’equipe che, nel 1959, accompagnò Ernesto De Martino nella sua spedizione in Salento per lo studio del tarantismo ci fu anche lei: Annabella Rossi. In quel contesto, l’antropologa, fotografa e documentarista italiana fece la conoscenza di Michela Celimanna Margiotta, una donna tarantolata di Ruffano, in provincia di Lecce, che condivide con lei «le forme di coinvolgimento ossessivo, in cui è pienamente cosciente di essere implicata: il tarantismo e il male di San Donato». Tra le due nasce subito un’amicizia profonda, alimentata da una corrispondenza epistolare che si protrae per i successivi sei anni, fino al 1965. Le settantacinque missive, testimonianza del vissuto di sofferenza, possessione e cura rituale di Anna (nome di fantasia dietro cui si cela la persona di Margiotta), vengono pubblicate nel 1970 nel volume Lettere da una tarantata
«Mia cara Signorina la sua Anna non può assolutamente scrivere da sola perché sta molta abbattuta… Solo le dico che le tarantole mi perseguitano. Non posso mangiare perché nel piatto vedo dei grossi scorpioni, non posso bere, perché nel bicchiere ci sono pure le tarantole e ieri notte il mio letto era pieno e zeppo… Se la tarantola me lo permette posso mangiare se no devo rimanere a dieta…». 
Esempio ante litteram di antropologia dialogica, il documento riporta fedelmente, senza mediazione, le parole sgrammaticate della contadina che, così facendo, assume il duplice ruolo di oggetto di interpretazione e soggetto narrante della propria esperienza, diventando, di fatto, l’unica tarantata salentina ad essere coautrice di una pubblicazione scientifica. La prospettiva interna con cui si restituisce l’esperienza permette, inoltre, di rivelare le condizioni esistenziali reali delle classi subalterne del sud Italia. 

Lettere da una tarantata, Annabella Rossi, squi[libri], 2015

All’attività nel Salento seguirà, tra il 1975 e il 1976, quella in Campania. Su segnalazioni di alcune/i dei suoi studenti sulla presenza di riti possessivi nell’area cilentana, con la loro collaborazione e quella di Aurora Milillo, Patrizia Ciambelli e Vincenzo Bassano, Annabella Rossi registrerà moltissime testimonianze (esecuzioni musicali, canti religiosi devozionali, tarantelle e melodie utilizzate durante i riti di esorcismo coreutico) le cui trascrizioni verranno pubblicate postume, nel 1991, nel volume E il mondo si fece giallo. Il tarantismo in Campania

E il mondo si fece giallo. Il tarantismo in Campania, Annabella Rossi, Jaca Book, 1991

Dalla sintesi comparativa tra il tarantismo campano e quello pugliese emergono alcune differenze significative. Gli elementi che contraddistinguono il fenomeno diffuso in Campania vengono rinvenuti nell’assenza di periodizzazione, nel sostanziale equilibrio di genere con cui si manifesta la sindrome e nella dimensione domestica e di intimità in cui si attua il rito di guarigione.

Per ragioni editoriali sono state citate soltanto le sorelle Farina, Chiara Samugheo e Annabella Rossi, ma l’elenco delle donne che, con il loro lavoro, hanno contribuito allo studio del tarantismo è assai più ampio. Ne fanno parte, tra le altre, Amalia Signorelli — l’antropologa che partecipò alla ricerca etnografica di De Martino, applicandone poi i concetti alle migrazioni e all’antropologia urbana; Clara Gallini — che ha rielaborato l’eredità demartiniana, interrogandosi sul rapporto tra rituale, simbolo e trasformazioni contemporanee; Maristella Martella — fondatrice della Scuola Taranta Power a Bologna, impegnata in una rilettura performativa ed espressiva del fenomeno attraverso la danza, la ricerca e la tradizione; Giovanna Marini — cantautrice, ricercatrice etnomusicale e folklorista italiana, che ha contribuito alla raccolta e diffusione dei canti popolari, con particolare attenzione alla voce delle donne; Alessandra Belloni — colei che ha rielaborato il tarantismo come un antico rituale di guarigione per donne affette da sessualità repressa.

Ricalcando questo tracciato femminile, sottraendolo all’opacità data da anni di tentata cancellazione, il tarantismo assume di nuovo tutta la sua complessità, rivelandosi quale fenomeno in cui lo sguardo è stato al tempo stesso sulle donne e delle donne. 

In copertina: foto di Chiara Samugheo da Le invasate

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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