Edgar Morin. Un pensatore poliedrico e sui generis 

Il 29 maggio a Parigi, all’età di centocinque anni, è venuto a mancare Edgar Morin, filosofo e sociologo francese. 
È stato un pensatore poliedrico e sui generis, definito «journaliste à sa manière» da Edwy Plenel sul quotidiano Mediapart e «filosofo della complessità» da numerosi media italiani e internazionali. 
Nel 2021, in occasione del suo centesimo compleanno, Edgar Morin ha pubblicato il libro autobiografico Leçons d’un siècle de vie, ma il suo testo principale, è La Méthode, una sorta di enciclopedia di sei volumi redatta tra il 1977 e il 2004. 

In questo secolo di vita, Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, ha assistito alla fine della III Repubblica, al regime collaborazionista di Philippe Pétain, alla Resistenza, alle conquiste sociali volute dal Consiglio nazionale della Resistenza (la pensione, i servizi pubblici, la partecipazione statale alle spese mediche), alla breve IV Repubblica, allo sgretolamento del colonialismo classico e all’indipendenza dell’Algeria, alla V Repubblica gollista presidenziale, al Maggio del Sessantotto (anticipato nel saggio sulla cultura di massa L’Esprit du temps del 1962 e analizzato nella trasmissione radiofonica La Commune Étudiante), alle ulteriori conquiste sociali e civili durante l’inizio del mandato di François Mitterrand (l’abolizione della pena di morte e la pensione a sessant’anni) all’aumento dell’autoritarismo con Sarkozy, Hollande e Macron, e ai nuovi moti di contestazione, con cui si è schierato. Un atteggiamento meno di rottura rispetto alla più giovane Annie Ernaux, autrice di splendidi testi che lei stessa definisce «auto-socio-biografici»: seguace della sinistra radicale, la vincitrice del Premio Nobel per la letteratura del 2022 non ha esitato a definire Emmanuel Macron «la vergogna della Francia», mentre Morin ha accettato l’invito di costui pur criticandolo. 
A proposito di personaggi di rottura, Edgar Morin è stato vicino a Stéphane Hessel, anch’egli ex partigiano, l’autore del noto pamphlet Indignez-vous, pubblicato alla fine del 2010, che ha dato vita ai movimenti sociali europei immediatamente successivi portando l’attenzione su tutti i drammi del mondo attuale contro cui indignarsi, dalla devastazione ecologica alla situazione della Palestina, passando per il graduale annullamento dei diritti sociali in Francia e in Europa (Hessel, scomparso nel 2013, ha avuto la “fortuna” di non assistere alle ultime riforme volute da Macron). 
Il suo cognome “adottivo”, Morin, era il suo nome di battaglia da partigiano, che egli ha voluto mantenere anche dopo la fine della lotta armata contro il Nazifascismo. 

Edgar Morin è stato un pensatore controverso e amante delle (apparenti) contraddizioni: umanista eclettico e fuori da schemi e dogmi, comunista antistalinista e perciò espulso dal Partito comunista francese nel 1951 (episodio di cui parla nel libro Autocritique del 1959), ebreo fortemente antisionista e pertanto contestato dal mondo ebraico, sostenitore di Mitterrand degli anni Ottanta ma critico verso la sua precedente durezza coloniale in Algeria, dichiaratamente solidale con il movimento dei Gilets Jaunes e critico verso le politiche del presidente attualmente in carica di cui però non ha rifiutato l’invito. 
Lo scorso 11 aprile, durante un’intervista rilasciata al quotidiano Le Monde, per spiegare la propria visione del mondo, Edgar Morin ha dichiarato: «Dubito di ogni asserzione fino a che non ho la prova della sua veridicità. Dubito dell’umanità pur credendo in lei. Ho fede nell’amore e nella fratellanza». 
Edgar Morin parla di «affrontare la Sfinge (il «mostro della sociologia») e parlare senza enigmi». Ci ha insegnato che non esiste distinzione tra politica, polemica, sociologia, giornalismo e curiosità; ha usato il giornalismo per fare sociologia e politica anziché lasciare che la politica usasse il giornalismo e la sociologia per fare propaganda. La sua sociologia consiste nell’«evitare il sociologismo astratto» e «confrontarsi con gli eventi». Come scritto in L’Esprit du temps, testo che precede il Sessantotto e di fatto gli apre la strada, «Bisogna amare il vagabondare tra i grandi viali della cultura di massa»: erano gli anni di Bob Dylan e di The Times They Are A-Changin’, la cui eco arrivava forte in Europa. 
Il fatto di osservare e commentare gli eventi senza doversene necessariamente tenere a distanza, spiegato nella rivista Communications, è ciò che lo ha contraddistinto dall’altro pilastro della sociologia francese, Pierre Bourdieu. Edgar Morin deve molto invece al suo predecessore tedesco Max Weber, il quale definisce il giornalismo «il servizio del presente» con cui l’intellettuale prende parte e si impegna nel processo democratico. Questo rapporto giornalistico ambivalente fra eventi e sociologia, fra informazione e politica, suona come un richiamo a quello che Karl Marx teorizza tra teoria e prassi nel processo rivoluzionario. In effetti Marx, fondamentalmente un economista, era un sociologo non astratto (per questo, data la mancanza di pensiero speculativo e di astrazione, non mi convince definirlo “filosofo”) che pone teoria e prassi (giornalismo e politica, informazione ed eventi) al servizio l’una dell’altra. Eppure, al tempo stesso, Morin definisce «l’ultimo Grande Sistema — il marxismo — fossilizzato, insufficiente». Ed è questo il suo rapporto con tutti i dogmi: come spiega ancora Edwy Plenel su Mediapart, «Morin è diventato comunista per ideale e per ideale ha resistito al comunismo, per non rinunciare alla speranza ma non cadere nell’errore». 
Inoltre, Morin sottolinea più volte «il sentimento di responsabilità di qualunque giornalista degno di onore» e invita a diffidare della «nomenklatura intellettuale o universitaria»: la politica “moriniana” non si riduce mai all’adesione a un partito. 

In modo altrettanto inusuale e fuori dagli schemi, Morin si avvicina al femminismo invitando, nei testi Le Paradigme perdu (1973) e La crise féminine (1975), a unire la dualità e uscire dalla dicotomia binaria della logica pubblico-privato e ruolo maschile-femminile, una riflessione che appare estremamente attuale nonostante i suoi oltre cinquant’anni. L’autore mette in relazione fra di loro tutti gli elementi di discriminazione della nostra società, età, etnia, classe sociale, genere, situazione geopolitica: «non si è [solo] “donna”, si è donna in una certa situazione, con varie appartenenze», tutte interconnesse tra di loro. Così il filosofo invita a discernere e unire al tempo stesso le differenze innate (biologiche) e quelle acquisite (sociali). Proprio in quegli anni in Francia il rapporto tra femminile e femminismo era al centro del dibattito francese grazie alle battaglie per i diritti delle donne portate avanti dal Planning familial. «Il ruolo civilizzatore della donna continua a essere sottovalutato», spiega Morin, ridimensionando il ruolo (maschile) della caccia nella Storia umana antica: «in breve, la civilizzazione è stata fondamentalmente bisessuata». 

Oggi più che mai, è fondamentale tenere a mente le riflessioni intersezionali e le apparenti contraddizioni di questo filosofo. In un mondo, un’Europa e una Francia che si stanno sempre più polarizzando e radicalizzando, ci mancherà Edgar Morin. 

In copertina: Edgar Morin in un colloquio a Rio de Janeiro, 1972. Foto di pubblico dominio. 

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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