Il mito in chiave umana e politica. Donne contro la guerra 

L’urlo di Ecuba. Donne contro la guerra nell’antica Grecia e oggi, di Vittoria Longoni, è un’opera intensa e stratificata che si inserisce con forza nel solco della narrativa contemporanea capace di rileggere il mito in chiave profondamente umana e politica. Il titolo stesso richiama immediatamente una delle figure più tragiche della mitologia greca, Ecuba, regina di Troia, madre devastata dalla guerra e dalla perdita, simbolo di un dolore che non trova consolazione. Il libro, tuttavia, non si limita a una semplice riscrittura mitologica, perché Longoni utilizza il mito come lente attraverso cui osservare il presente, dando voce a una sofferenza universale che attraversa i secoli grazie all’intreccio delle caratteristiche e il destino di diverse figure femminili della tragedia greca con le grandi tragedie del presente, dalle guerre contemporanee alla condizione delle donne nei conflitti: tutti frutti amari del patriarcato.
La scrittura dell’autrice è densa, evocativa, a tratti quasi poetica, ma sempre controllata, senza indulgere mai in eccessi retorici gratuiti. Ogni parola sembra scelta con precisione per restituire il peso emotivo delle vicende narrate e il linguaggio contribuisce a costruire un’atmosfera sospesa, in cui il tempo del mito e quello contemporaneo si intrecciano senza soluzione di continuità e proprio questo aspetto è uno dei punti di forza del testo. Le lettrici e i lettori si trovano immersi in una dimensione in cui passato e presente dialogano costantemente, suggerendo che certe dinamiche — la guerra, la perdita, la violenza, la condizione femminile — non appartengono a un’epoca sola.questo aspetto è uno dei punti di forza del testo. Le lettrici e i lettori si trovano immersi in una dimensione in cui passato e presente dialogano costantemente, suggerendo che certe dinamiche — la guerra, la perdita, la violenza, la condizione femminile — non appartengono a un’epoca sola.

Vittoria Longoni, L’urlo di Ecuba. Donne contro la guerra nell’Antica Grecia e oggi

Vittoria Longoni è una scrittrice e saggista italiana che si occupa soprattutto di temi legati al mito classico, alla memoria storica e alla riflessione civile contemporanea. Laureata in Filosofia e in Lettere classiche, è una grecista appassionata, ha insegnato per 40 anni nelle scuole milanesi e ora tiene corsi di lingue e culture classiche presso Unitre e Humaniter. È inoltre docente alla Lud, Libera università delle donne, e ha pubblicato diversi libri, scolastici e non, collaborando anche con Toponomastica femminile.
Le abbiamo posto delle domande per aiutarci a comprendere meglio il senso della sua opera, partendo proprio dalla figura centrale che dà il titolo al suo lavoro. «Ecuba emerge non solo come personaggio mitologico ma come archetipo della maternità ferita e il suo urlo, evocato nel titolo, non è soltanto un grido di dolore individuale ma diventa una voce collettiva, quella di tutte le donne travolte dalla brutalità della storia», spiega l’autrice. «Ecuba, infatti, non è un simbolo astratto ma una presenza viva, concreta, attraversata da emozioni complesse quali rabbia, disperazione, impotenza, ma anche da una forma di resistenza silenziosa. Madre di diciannove figlie e figli uccisi o prigionieri, nonna di nipoti massacrati, regina un tempo potente che vede morire il marito e viene schiavizzata, è tuttavia anche una donna fiera, che unisce alle critiche profonde verso i greci vincitori e i loro imbrogli anche la capacità di reazione e di vendetta nei confronti del tradimento».

Uno degli elementi più interessanti del libro è il modo in cui l’autrice affronta il tema della guerra, che viene mostrata nella sua dimensione più cruda e disumana, mettendo al centro della narrazione le conseguenze sui corpi e sulle vite delle persone. In questo senso il romanzo si avvicina a una sensibilità contemporanea che rifiuta la retorica bellica per concentrarsi sulle vittime, sugli effetti devastanti che i conflitti producono soprattutto sui soggetti più vulnerabili. «Le donne vedono meglio il lato oscuro, atroce e folle della guerra — afferma l’autrice — che spesso sfugge ai maschi, impegnati nella competizione, nello sforzo di vincere, accecati dalla ricerca di onore e dalle ideologie di dominio alle quali infine credono, o fingono di credere, per non doversi smentire. Penso che anche oggi le donne siano capaci di guardare alle guerre in modo più concreto, ma capita pure che restino succubi dei nazionalismi esasperati, subalterne ai valori maschili, in quanto le donne sono spesso divise tra la fedeltà alla propria parte e la denuncia degli aspetti di sopraffazione maschile che pure continuano a subire, anche nella propria comunità. È naturale che le donne facciano causa comune coi propri uomini contro gli invasori, però non bisogna mai dimenticare le ragioni complesse delle guerre e la ricerca di altre soluzioni, come fanno oggi le palestinesi che si uniscono a gruppi di israeliane nella ricerca di dialogo e comprensione». 

Fuori la guerra dalla storia

Dal punto di vista emotivo L’urlo di Ecuba è un libro che lascia il segno, in quanto non offre consolazioni facili né soluzioni rassicuranti, al contrario costringe a confrontarsi con il dolore e con le sue molteplici sfaccettature, ma proprio in questa scelta risiede la sua forza, perché l’autrice non cerca di addolcire la realtà bensì di restituirla nella sua complessità, invitando lettrici e lettori a una riflessione profonda. «Non è stato difficile far dialogare il passato e il presente — prosegue Longoni — perché le atroci cronache del presente assomigliano anche troppo ai racconti antichi di guerra.

Infanzia in guerra a confronto

La foto della “Pietà di Gaza” (la zia velata di Khan Yunis che stringe il corpo senza vita della nipotina, vittima del bombardamento israeliano e avvolta nel sudario) mi ha richiamato immediatamente l’immagine di Ecuba che abbraccia il corpicino massacrato del piccolo Astianatte. Mi sono sforzata di tenere conto dei millenni trascorsi per non esagerare con gli anacronismi e in molti casi ho privilegiato per l’oggi esempi di donne attive nella lotta e nella protesta». 

L’Urlo di Gaza

Un altro aspetto rilevante è la dimensione femminile dell’opera e, pur senza trasformarsi in un manifesto esplicito, il romanzo propone una riflessione potente sulla condizione delle donne, mettendo in parallelo, in ogni capitolo, le vicende mitiche con la realtà contemporanea. Come sottolinea l’autrice, infatti, Cassandra è la donna dallo sguardo acuto che sa vedere insieme il passato, il presente e il futuro e spesso non viene creduta, la profetessa che sa cogliere in profondità la verità che il potere tiene nascosta, mentre Antigone è la giovane che si ribella alla volontà ingiusta ed empia del tiranno della città e affronta la morte per affermare i diritti universali dell’umanità — innanzitutto quello alla sepoltura e al rispetto — e l’amore per il fratello. Ciascuna di loro è una persona a tutto tondo, capace anche di sentimenti complessi e ambivalenti, di sfumature, di dubbi, di relazioni plurali, di rimpianti, che però non inficiano le scelte fondamentali. Il libro cerca di restituire in parte questa complessità, in particolare per figure come Andromaca, Elettra, Ifigenia, Elena, e anche per le donne di oggi.

Cassandra

Euripide ha composto molte delle sue tragedie nel corso del conflitto trentennale tra Atene e Sparta, una guerra devastante per entrambe le città e particolarmente assurda. «Euripide era contrario a questa guerra e affida a molte donne delle sue tragedie, in modo coerente e sintonico, la denuncia dell’assurdità e della ferocia», sottolinea l’autrice. «Inoltre egli era sensibile alle forme più avanzate di discussione sui ruoli maschili e femminili che agitavano l’opinione pubblica ateniese e in particolare alcune donne coraggiose e colte che cominciavano a farsi sentire, era un autore controcorrente e puntava a suscitare la riflessione critica».
Poiché Antigone appare nel libro come figura di resistenza morale e disobbedienza civile, chiediamo a Longoni quanto è importante oggi recuperare il valore etico della disobbedienza. «La disobbedienza civile e il dissenso sono ancora oggi importantissimi, anzi più essenziali di prima, di fronte al dispotismo delle autocrazie e alle varie forme di manipolazione dell’opinione pubblica, favorite anche dai media e dell’intelligenza artificiale. Proprio il controllo dell’informazione da parte del potere rende necessaria la critica e la contro-informazione, non a caso nel libro accosto Cassandra ad Anna Politkowskaja, la coraggiosa giornalista che ha denunciato l’autoritarismo del potere in Russia ed è stata uccisa nel giorno del compleanno di Putin».

Nel capitolo dedicato a Lisistrata, famosissima commedia di Aristofane, c’è un passaggio che recita: «Sono una donna, ma possiedo la ragione. La possiedo per conto mio, non sono priva di cultura». «In questa frase di Lisistrata — ci spiega Longoni — si riflette la posizione delle donne ateniesi più avanzate sulle capacità delle menti femminili. Nell’opinione dell’epoca si cominciava ad ammettere che le donne avessero qualche forma di ragione, ma con molti distinguo e molte debolezze. Aristotele, per esempio, nel IV sec. a.C. afferma che le donne possiedono il “logos” (la ragione), ma “senza autorità”, pertanto per il filosofo greco i ragionamenti delle donne sono più deboli e non hanno la forza per imporsi, mentre la logica maschile sa affermarsi. Al contrario, sulla scena teatrale, Lisistrata ha tutte le ragioni e riesce molto bene anche a farle valere, mentre i personaggi maschili della commedia sono ottusi e meschini». 

Nel libro emerge spesso l’idea che la violenza sui corpi femminili non sia un effetto collaterale della guerra, ma parte della sua logica. È questo uno degli aspetti che l’autrice desiderava affrontare? «Sì, la guerra è di norma contro le donne, sia perché esse ne sono spesso le vittime, sia perché tende a rafforzare anche all’interno il potere maschile», risponde Longoni. «Le donne erano il vero “bottino” dei conquistatori e lo stupro di guerra è stato a lungo considerato normale, perché le norme internazionali che lo condannano come crimine di guerra e contro l’umanità si sono affermate solo negli ultimi anni del Novecento e troppo spesso non vengono rispettate».
L’autrice sostiene con convinzione che il mito possa aiutarci a interpretare il presente. «La letteratura e i classici — afferma — possono ancora avere un ruolo importante nella formazione dei ragazzi e delle ragazze, e non solo. Bisogna però superare l’impostazione classicista che rende tutto bello ed eroico, “esemplare” secondo i canoni del patriarcato o pura erudizione. Occorre una lettura rinnovata e critica, ma in molti casi basta accostarsi ai testi antichi senza pregiudizi e lasciare che parlino da sé. La cultura greca spesso è nutrita di spirito critico e di profonda umanità, ma l’impostazione tradizionale in molti casi la tradisce o sceglie di vederne solo una parte, quella che fa comodo alle ideologie dominanti che esaltano il potere». E conclude: «Le tragedie greche volevano esplicitamente alimentare la riflessione e le protagoniste hanno una funzione molto forte nel denunciare il dolore della guerra, come se attraverso il teatro la voce delle donne potesse farsi ascoltare con maggiore efficacia. Del resto le donne greche esercitavano da secoli il ruolo pubblico della lamentazione sui morti e la loro denuncia contro la violenza che oggi definiamo patriarcale può dare più energia a chi oggi contrasta la logica della guerra e del dominio del più forte: trasformare il lutto in protesta e lotta è uno degli scopi principali del mio libro».

L’urlo di Ecuba è un romanzo che unisce qualità letteraria e profondità tematica, perché Vittoria Longoni dimostra una notevole capacità di lavorare sul linguaggio e sui simboli, costruendo un’opera che dialoga con il mito ma parla con urgenza al presente e invita alla lotta collettiva delle donne, e non solo, contro la logica delle guerre e il dominio della forza. È un libro impegnativo, sia dal punto di vista emotivo sia da quello intellettuale, ma proprio per questo estremamente significativo: chi cerca una lettura capace di lasciare un segno duraturo troverà in queste pagine un’esperienza intensa e stimolante. 

In copertina: particolare tratto dal libro L’urlo di Ecuba. Tutte le immagini utilizzate sono di libero dominio, con licenza dell’autrice. 

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Articolo di Serena Del Vecchio

Laureata in Giurisprudenza e specializzata nel sostegno didattico a studenti con disabilità della scuola secondaria di secondo grado, è stata a lungo docente di diritto ed economia e da più di dieci anni svolge con passione la professione di insegnante di sostegno. Sposata e madre di tre figli (tutti maschi!), ama cantare, leggere e andare al cinema, dividendosi fra Roma, dov’è nata, e la Valle d’Aosta, dove vive e lavora.

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