Nel numero 33 di Bibliografia vagante ci muoviamo per i continenti affrontando diverse forme di colonialismo/imperialismo: da quello messo in atto dal femminismo protestante negli Stati Uniti, a quello degli spagnoli verso guaritrici e guaritori del Messico centrale. Parliamo poi del potere delle begam nel passaggio dall’impero Moghal ai nuovi Stati indiani sotto il controllo inglese; in Africa leggiamo del mancato riconoscimento del ruolo delle donne nella pacificazione della Sierra Leone. E concludiamo con l’Oceania, da cui provengono i casi di violenza sessuale attraverso cui si analizza giustizia coloniale. Sul tema vedi anche BV 11.
Per informazioni sui criteri di scelta degli articoli/libri, vi rimandiamo alla BV 1.

Nell’instabilità globale dell’inizio del XX secolo, le donne bianche americane cristiane abbracciarono l’idea di un “impero di Cristo” razzialmente diversificato, della cui gestione ritenevano essere le uniche qualificate. Il crescente potere dell’America, unito al crescente ruolo delle donne all’interno della Chiesa, portò le protestanti bianche ad adottare un femminismo radicato nella religione e nell’imperialismo. Gale L. Kenny esamina questo femminismo a partire dal movimento missionario delle donne finalizzato a creare un ordine mondiale cristiano. L’autrice dimostra come il femminismo imperiale cristiano abbia segnato una rottura con la precedente visione protestante del mondo, incentrata sulla purezza morale e razziale e in cui le interazioni tra le razze erano inconcepibili. Questo nuovo approccio dava priorità a questioni come i diritti civili e l’integrazione razziale, nonché all’elevazione delle donne, sebbene il mondo razzialmente diversificato: il cristianesimo a cui aspirava doveva ancora essere rigidamente ordinato gerarchicamente, con le donne bianche a mantenere un posto privilegiato come guardiane. Nell’esporre queste dinamiche, il libro si discosta dai recenti studi sul nazionalismo evangelico bianco per concentrarsi sulle politiche razziali del liberalismo religioso bianco, aggiungendo un ulteriore tassello necessario alla nostra comprensione di religione, genere e impero.
Anteprima su Amazon; riassunto dei capitoli su Jstor. Due recensioni OA: Candace Lukasik su American Religion, Vol. 6, n. 2/2025; Kerri Kilmer sul blog E3W-Ethnic and Third World Literature.

Attraverso una nuova prospettiva provocatoria, il volume esamina i guaritori e le guaritrici Nahua del XVI e XVII secolo nel Messico centrale e come le loro pratiche siano state fraintese e male interpretate nei documenti coloniali. I primi coloni spagnoli limitarono, valutarono e indirizzarono i titiçih (specialisti della guarigione) e i tiçiyotl (portatori delle conoscenze sulla guarigione) Nahua nel processo di costruzione, in Messico, di una società che rispecchiasse la penisola iberica. Tuttavia, la sopravvivenza del trasferimento intergenerazionale delle conoscenze ha permesso alle comunità Nahua di proseguire nell’uso dei propri metodi di guarigione attraverso cambiamenti e adattamenti. Polanco attinge a diverse fonti primarie coloniali, in gran parte in spagnolo e nahuatl (la lingua ancestrale dei Nahua), per esplorare il modo in cui i coloni spagnoli inquadrarono i e le titiçih, le loro conoscenze e le loro pratiche all’interno del complesso occidentale. L’autore sostiene l’uso di termini indigeni quando si discutono concetti indigeni e fornisce al lettore le parole nahuatl per discutere della guarigione dei Nahua del Messico centrale. In particolare, Polanco sottolinea l’importanza delle donne come titiçih e mette in luce il loro lavoro come creatrici e custodi della conoscenza (dal sito dell’editore).
Anteprima su Amazon; sul blog dell’autore una breve introduzione e la pronuncia esatta di alcuni termini che si trovano all’interno del volume.
Una recensione OA di Martín Vega su The Americas, 30/10/2025.

Nel volume vengono esaminate le ricche matriarche indiane quali artefici essenziali degli stati — e delle idee di “stato” — nell’India pre-coloniale e del primo colonialismo: ripensando la transizione politica, economica e istituzionale al dominio coloniale britannico attraverso le vite delle ricche matriarche in uno stato successore dei Mughal; collegando la politica di genere delle famiglie dominanti indiane con la formazione dello stato coloniale e le idee concomitanti di sovranità e statualità; tracciando le mutevoli idee dello “stato” nell’India pre- e primo-coloniale attraverso concetti politici persiani emici — e basando lo studio sul vasto ma poco utilizzato archivio in lingua persiana della Compagnia delle Indie Orientali. Poche istituzioni politiche ebbero un ruolo più determinante nell’ascesa della Compagnia delle Indie Orientali e nell’avvento del dominio coloniale britannico nell’Asia meridionale quanto la dinastia Nawab, che formò lo stato di Awadh (c. 1722-1856) alla caduta dei Mughal. E pochi individui hanno influenzato la formazione del regime di Awadh e il suo fondamentale rapporto con la Compagnia più delle più importanti consorti (begams) della dinastia regnante. Basandosi su fonti persiane inedite, questo libro si concentra sugli inizi di Awadh rivedendo la storia della formazione dello Stato e del cambiamento concettuale nell’India pre-coloniale e nel primo colonialismo. Così facendo, pone le begam come costruttrici essenziali, seppur contestate, sia del regime di Awadh che dello stato della Compagnia, e come partner ambivalenti nella creazione di economie politiche in evoluzione e di linguaggi concettuali emergenti di statualità e sovranità nell’India della prima età coloniale (dal sito web dell’editore).
Indice sul sito dell’editore; anteprima su Amazon; nessuna recensione OA.
Un paper presentato dall’autore il 10 gennaio nella sessione Women, Wealth, and the Law in Late Mughal Indo-Persian Historiography del convegno dell’ American Historical Association tenutosi a Chicago dall’8 all’11 gennaio 2026.

Dalla fine del conflitto civile in Sierra Leone nel 1991-2002, il Paese non è riuscito a tradurre i risultati ottenuti grazie al coinvolgimento delle donne nel porre fine alla guerra in un’emancipazione politica significativa. Questo è in netto contrasto con altri Paesi post-conflitto, che hanno aumentato la partecipazione politica delle donne nelle cariche elette e nominate, aumentato la rappresentanza delle donne nelle posizioni di leadership e attuato riforme costituzionali che promuovono i diritti delle donne. Scritto da studiose/i ed esperte/i sierraleonesi e africaniste/i provenienti da diverse discipline, il volume analizza i fattori storici e contestuali che influenzano lo sviluppo politico, economico e sociale delle donne nel Paese. Attingendo a una vasta gamma di casi di studio — dalla sanità all’istruzione, dai rifugiati ai donatori internazionali — vengono rivelate le contraddizioni, i successi e le sfide della vita delle donne in un ambiente postbellico, rendendo questo un libro essenziale per chiunque sia coinvolto in studi sulle donne e sullo sviluppo (dal sito di Bloomsbury, dove si trova anche l’indice). Presentazione delle curatrici sul blog DiA Democracy in Africa (05/04/2024). Recensioni: Jillian LaBranche su State Crime Journal, Vol. 12, n. 1/2023 scienceopen.com; Zikho Dana su
Accord-African Journal on Conflict Resolution, Vol. 23, n. 2/2023.

Prendendo in esame i casi di violenza sessuale, il volume fa luce sulla controversa introduzione della giustizia penale coloniale britannica e francese nelle isole del Pacifico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, concentrandosi in particolare su Figi, Nuova Caledonia e Vanuatu/Nuove Ebridi, e mette in primo piano le esperienze degli indigeni isolani e dei lavoratori a contratto nel sistema giudiziario coloniale, uno spazio in cui le voci emarginate entrarono a far parte della documentazione storica. I processi per stupro e aggressione sessuale rivelano come le gerarchie di razza, genere e status abbiano plasmato la pratica del diritto coloniale nelle aule di tribunale e le esperienze di genere del colonialismo. I processi offrivano uno spazio in cui uomini e donne raccontavano la propria storia e, a volte, sfidavano il funzionamento del diritto coloniale. Attraverso questi casi, il volume evidenzia la misura in cui le burocrazie coloniali si impegnavano e influenzavano la vita privata, nonché i diversi modi in cui individui e comunità rispondevano a tali intrusioni e rimodellavano a loro volta le pratiche e le istituzioni legali nel Pacifico. Poiché le istituzioni burocratiche non erano in grado di affrontare le complesse realtà della vita coloniale, Stevens rivela come l’aula di tribunale spesso si trasformasse in uno spazio teatrale in cui veniva esercitata l’autorità, oscurando deliberatamente le pratiche più complesse e violente che erano centrali sia nel colonialismo sia nell’elaborazione delle leggi coloniali. Esplorando le intersezioni tra pluralismo giuridico e pragmatismo locale durante la colonizzazione britannica e francese nel Pacifico, questo libro mostra come le comunità insulari e i primi amministratori coloniali adottarono approcci diversi e flessibili nei confronti della giustizia penale, perseguendo forme alternative di giustizia che vanno dai tribunali non ufficiali alla violenza punitiva per gestire i casi di violenza sessuale.
Il libro è reperibile sotto licenza CC BY-NC-ND 4.0 su bloomsburycollections.com. La pubblicazione OA è stata finanziata dall’Università di Waikato, New Zealand. Indice sul sito dell’editore; nessuna recensione OA.
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Articolo di Rosalba Mengoni

Laureata in scienze storiche, si è occupata della diffusione della conoscenza del patrimonio culturale del territorio di Fiumicino, soprattutto nelle scuole e della sua accessibilità alle persone disabili. Collaboratrice tecnica all’ISEM – Istituto di storia dell’Europa Mediterranea del CNR, è nel comitato di redazione di RiME – Rivista Mediterranea, gestisce Isemblog e cura il periodico Bibliografia Mediterranea sullo stesso blog.
