La sala professori e l’editoriale, spunti e amare riflessioni

L’interessante e coinvolgente editoriale Anni durissimi per la scuola italiana di Chiara Baldini (Vv. n. 377) mi ha riportato alla mente i lunghi anni di insegnamento delle Materie letterarie, iniziato a gennaio 1976 e finito con l’a.s. 2013-14. Come ogni neolaureata ho fatto la famosa gavetta con le supplenze, ovunque capitassero, e le scuole medie — si sa — si trovano anche in sedi disagiate; i concorsi a cattedre sono stati benvenuti, ma fonte di fatica immensa, dovendosi dividere fra lavoro, famiglia, studio «matto e disperatissimo». Quelli per le Medie inferiori (provinciali) comprendevano pure il latino, anche se poi non lo avresti mai insegnato, ma insomma… tutto fa cultura. Quelli per le Superiori erano regionali e consistevano in una prova scritta su un programma infinito e poi, se era andata bene, arrivava l’orale. Dopo potevi scegliere magari fra località lontanissime da casa e arrangiarti per l’alloggio e/o i trasferimenti. Alla classe docente non è mai stato riconosciuto il diritto alla trasferta o un aiuto economico a chi sia di ruolo fuori sede, problema pressante anche oggi. Non sono poche le voci che si stanno levando di docenti che al Nord non ce la fanno più a mantenersi e decidono di tornare “giù” dove hanno una abitazione, dei genitori, un qualche supporto per badare a figli e figlie, e la vita dovrebbe essere meno cara. Racconto questo non per tediare con fatti personali, ma, grazie alle esperienze vissute in prima persona, per solidarizzare con colleghi e colleghe che sono giustamente amareggiate per la deriva a cui stiamo assistendo.
Nella mia carriera ho trascorso felicemente quasi trent’anni in un Istituto Tecnico commerciale che mi ha dato tante soddisfazioni, in cui comunque ho affrontato numerosi cambiamenti: Commercio estero, Igea, Erica, Turistico, “curvature” di vario genere, innovazioni tecnologiche con necessario aggiornamento, arrivo dell’informatica, valutazione di nuovi libri di testo, riunioni-fiume, controllo qualità, commissioni, progetti, corsi di recupero, scambi con l’estero, e così via, volendo fare dell’ambiente scolastico un luogo aperto, vivo, moderno, accogliente. Eppure, anche quando tutto funzionava al meglio, c’era sempre il ministro o la ministra di turno che ci voleva mettere le mani e dire la sua, senza avere il più delle volte alcuna esperienza nella didattica e nella vera vita della scuola, incentrata soprattutto su allievi e allieve con i relativi bisogni. Scorrendo l’elenco dei ministri (poche le donne) che si sono succeduti alla Pubblica istruzione ho notato che spesso sono stati in carica un anno a malapena, vista la velocità di avvicendamento dei governi, ma anche perché via via cambiava pure il nome del Ministero. Ricordiamo Franca Falcucci (1982-87), Rosa Russo Jervolino (1992-94), Letizia Brichetto Moratti (2001-06), Lucia Azzolina, rimasta celebre per i banchi con le rotelle acquistati e ben poco usati durante il Covid. Ognuna/o, chi più chi meno, ha messo in discussione quanto fatto da chi lo aveva preceduto e ha sostituito, tolto, aggiunto: ore, materie, programmi, corsi. La Storia dell’arte compariva e spariva, idem la Geografia, intanto riappariva potenziato il Diritto, e magari una terza lingua, con un carico orario pesantissimo; e che fine hanno fatto i lettori/lettrici “madrelingua”, il tecnico di laboratorio (ma quale laboratorio?), le/i docenti tecnico-pratici (la stenografia e la dattilografia furono riposte nel museo delle cose dimenticate per far spazio a “trattamento testi”)? Ora è stata pure approvata il 4 giugno scorso la legge sull’educazione sessuale e affettiva, ma senza alcun supporto economico, ennesimo pasticcio fortemente voluto dal ministro Valditara che più volte ha espresso originali opinioni su argomenti relativi alla didattica, su cui sarebbe lungo dissertare e controbattere punto per punto. Insomma, un’altra bega per la povera classe docente, già tartassata e confusa fra mille incombenze.

La sala professori, locandina

Ulteriori ricordi e riflessioni mi sono venute spontanee dopo la visione del bel film tedesco La sala professori, uscito nel 2023 ma in Italia circolato poco, eppure osannato dalla critica internazionale e giustamente premiato in festival e rassegne. Da far presente che il regista, Ilker Çatak, nel 2025 ha vinto l’Orso d’Oro al festival di Berlino con il notevole Yellow Letters. Di scuola si sono occupati romanzi, lavori teatrali e pellicole, come L’attimo fuggente (1989), Io speriamo che me la cavo (1992), La scuola (1995), Elephant (2003), L’onda (2008), Un mondo a parte (2024), ma qui lo si fa con un taglio originale e risultati convincenti.
La bravissima protagonista è Leonie Benesch nel ruolo di Carla Nowak, giovane ed entusiasta insegnante di matematica ed educazione fisica a una classe di dodicenni. Si capisce che è apprezzata e stimata, coinvolgente eppure rigorosa, ama usare una tattica gentile e accomodante, mentre svolge il programma con puntualità ma pure con metodologie nuove e inclusive. Intanto però in sala professori, luogo in cui ci si confronta, si chiacchiera, ci si scambiano confidenze, emerge che si stanno ripetendo dei furti.

Carla con una collega

Quando un ragazzino, dopo una imbarazzante perquisizione, viene trovato in possesso di più denaro di quanto la dirigente ritiene “normale”, la situazione si fa pesante: ovviamente i genitori affermano che i soldi li ha avuti da loro, ma la scuola viene vista come punitiva, razzista, sospettosa, forse perché quella famiglia non è tedesca di origine. Carla, dato che i furti sono avvenuti proprio nella stanza dove si ritrovano le/i docenti, pensa piuttosto che il ladro o la ladra sia qualcuno che vi ha libero accesso e, tenendo accesa la web cam del computer, organizza una trappola con il suo portafogli. Le immagini mostreranno non un volto, ma un dettaglio della camicia della ladra: delle stelline colorate su fondo chiaro. L’unica con un abbigliamento del genere è la segretaria, peraltro stimata e madre di un alunno, Oskar, dall’acuta mente matematica. La sua strenua difesa non serve e viene allontanata dal posto di lavoro, suscitando amarezza e dolore in Carla, divenuta a sua volta vittima della situazione in quanto “spia” in buona fede, criticata da colleghi e colleghe, data in pasto alle famiglie, alla redazione del giornalino d’istituto, alla sua stessa classe, che non la rispetta più.
Una rabbia sorda si è sviluppata nel bambino che in seguito compie un atto molto grave, percuotendo la docente, rubando quel computer e gettandolo nel fiume. Al di là dei semplici fatti, che hanno rovinato l’atmosfera generale e nel gruppo docente, il film va oltre e rende il piccolo ambito della scuola lo specchio ben più ampio della società, con i suoi pregiudizi, la sua ipocrisia, la sua falsità, messa sotto una lente di ingrandimento che ne evidenzia le storture. D’altra parte la dirigente, simbolo di questo dualismo, ama parlare da un lato di “tolleranza zero”, dall’altra di “democratizzazione”, esprimendo un comune sentire, frutto di incertezze e ambiguità. Il finale ne è la conclusione perfetta: il piccolo ribelle Oskar viene portato via di peso, su una specie di portantina, dalla polizia, lasciandoci nel dubbio: vittoria o sconfitta?

In copertina: Carla grida la sua rabbia.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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