Il 23 aprile 2026, in occasione del Forum finale, è stata presentata la II edizione di Salute delle donne: benessere presente, crescita futura. La salute delle donne, lungo tutto il ciclo di vita, il report sulla medicina di genere elaborato dal Gruppo di lavoro Teha (The European House-Ambrosetti) per favorire l’elaborazione di soluzioni concrete e orientate al cambiamento, sostenendo la transizione verso la medicina delle differenze. Una medicina che non guardi solo agli aspetti biologici, ma anche alle differenze socioculturali, economiche, etniche, generazionali e di contesti di vita.
Dalla ricerca alla formazione, fino alle pratiche cliniche, all’organizzazione dei servizi sanitari e alla governance, la sfida è costruire un sistema sanitario capace di riconoscere concretamente questa complessità e di tradurla in un apparato efficace, equo e personalizzato, che impatti positivamente sulla popolazione femminile e sul resto della collettività.
Le evidenze sul benessere attuale delle donne in Italia confermano la persistenza di un divario di genere nella salute (gender health gap), attribuibile per lo più al carico complessivo di malattia femminile — dato da dieci patologie principali, con una preponderanza dei disturbi muscoloscheletrici (12.3%), ictus e cardiopatie ischemiche (10.1%) e delle demenze (7.9%) — nelle fasce d’età successive ai 54 anni.


Il dato emerge come conseguenza della contraddizione esistente tra la maggiore longevità delle donne e la quota più elevata di anni vissuti in condizioni di salute meno favorevoli, effetto del moltiplicarsi di una pluralità di fattori che si accumulano durante tutto il ciclo di vita. Le differenze biologiche, relazionali e psicologiche, così come quelle relative alla percezione e alla valutazione del proprio stato di salute (per cui la fase adolescenziale costituisce il periodo di prima emersione, con solo il 15.0% delle ragazze che definisce «ottimo» il proprio stato di benessere generale, a fronte del 28.6% dei ragazzi e l’80.9% delle giovani donne che afferma di aver avvertito il bisogno di rivolgersi a un terapeuta) si accentuano ulteriormente durante l’età adulta (tra i 45 e i 74 anni), ovvero quando le trasformazioni biologiche, come la menopausa, si combinano con cambiamenti sociali ed economici legati alla famiglia, al lavoro e alle responsabilità di cura. È proprio in questa fase che le donne sperimentano con maggiore intensità il cosiddetto “effetto sandwich”, trovandosi a far fronte contemporaneamente al carico di cura intergenerazionale — assistendo i genitori anziani e i/le figlie ancora non pienamente autonome — e alla gestione della propria salute.
Guardando al dato relativo alle caratteristiche demografiche delle lavoratrici italiane, per cui oggi le donne over 50 rappresentano circa il 39% delle occupate, l’accumulo delle responsabilità incide inevitabilmente anche sugli stili di vita e sulle traiettorie professionali delle donne che, per farsene carico, rinunciano in media a quasi 10 ore di lavoro settimanali, con ripercussioni rilevanti anche sul fronte del Pil italiano, impattato per un costo complessivo di circa 172 miliardi di euro annui.
I livelli di prevalenza con cui le donne sviluppano disturbi mentali (come ansia e depressione) e malattie neurologiche, insieme all’evidenza di stereotipi diagnostici e interpretativi dei sintomi — di cui il Parkinson rappresenta un caso emblematico, con casi frequenti di riconduzione della sintomatologia alla menopausa e allo stress — sottolineano la necessità di riconoscere la brain health quale dimensione centrale della salute femminile lungo tutto l’arco della vita, anche per le implicazioni esistenti con le altre aree da attenzionare con maggior presidio: la sfera oncologica, quella cardiovascolare e, con specifico riguardo al dolore femminile, quella ginecologica. La sfida contro le patologie tumorali femminili, con circa 175.000 nuove diagnosi solo nel 2024, risulta tra le principali emergenze del benessere delle donne, aggravata, nel contesto attuale, dall’aumento esponenziale dei tumori aggressivi tra le giovanissime (18-26 anni), attribuibile a stili di vita poco salutari, caratterizzati da sedentarietà, alimentazione squilibrata, esposizione a sostanze inquinanti, consumo di alcol e fumo.
Il riconoscimento del rischio vascolare come una condizione prettamente “maschile” ha contribuito alla sottovalutazione, sia pubblica che delle stesse donne, di queste patologie, nonostante interessino il 90% della popolazione femminile. In questo quadro, il legame tra una cattiva salute mentale — dovuta, per esempio, a esperienze di abuso, violenza e depressione — e il rischio di sviluppare malattie cardiache emerge preponderante: secondo alcuni studi longitudinali, la risk ratio (rapporto di rischio) è di circa 1,5-2 volte superiore.
Nonostante le donne sperimentino il dolore con più frequenza, intensità e continuità rispetto agli uomini, la loro sofferenza viene ancora troppo spesso sottovalutata, minimizzata e ricondotta a cause psicologiche — soprattutto nell’ambito delle patologie ginecologiche. «Dati internazionali mostrano che le donne che accedono in ospedale con sintomi dolorosi attendono in media circa 30 minuti in più rispetto agli uomini prima di essere visitate e ricevono meno frequentemente trattamenti analgesici a parità di condizioni».
In un contesto simile, in cui l’aumento di patologie cliniche è imputabile tanto a elementi governabili, come il proprio stile di vita, quanto a variabili come l’inquinamento atmosferico e l’invecchiamento crescente della popolazione, la prevenzione passa non solo attraverso l’attività fisica, la dimensione relazionale e la cultura, ma giova anche di un’informazione attenta e di una comunicazione corretta e puntuale. Se, infatti, lo sport, le relazioni, l’educazione sessuale scolastica e i condizionamenti culturali costituiscono alcune delle determinanti più rilevanti della salute femminile — incidendo notevolmente sui processi di miglioramento o di deterioramento della stessa — una narrazione sanitaria bilanciata e un accesso alle informazioni omogeneo e strutturale rappresentano «leve strategiche non solo per la prevenzione primaria, ma anche per la diagnosi precoce, la gestione ottimale delle patologie e la continuità di cura».
In questo senso, con l’obiettivo di non perpetuare stereotipi e bias ricorrenti che viziano l’intero sistema sanitario e comunicativo in merito, è necessario incrementare e valorizzare il contributo delle professioniste, potenzialmente più abili a rendere la comunicazione e la ricerca sulla salute delle donne più aderente ai loro bisogni e a integrare la prospettiva di genere nell’intero processo. Ma questo non basta.
È necessario intervenire anche sul fronte degli investimenti — a livello mondiale, tra il 2019 e il 2025, l’allocazione di risorse per la salute femminile è stata pari al 6% del totale con, nell’ultimo anno considerato, solo il 5% di farmaci sviluppati appositamente — della ricerca clinica — implementando le pazienti arruolate negli studi — e sfruttando le potenzialità dell’intelligenza artificiale, quale supporto per colmare i data deserts, gestire più intelligentemente i sintomi e sviluppare modelli predittivi. In merito, sulla base dell’evidenza per cui l’uso dell’Ia nella mammografia digitale è associato a una riduzione del 40% dei falsi negativi e a un risparmio di tempo di lettura pari al 13%, dieci società scientifiche, coordinate dall’Osservatorio nazionale screening, hanno elaborato le nuove Linee guida sull’impiego dell’intelligenza artificiale nel tumore della mammella per migliorare sostenibilità, tempi e qualità dei programmi di screening.
Si tratta di un documento che va a integrare ulteriormente il percorso di evoluzione intrapreso a livello europeo e nazionale che, nel contesto italiano, si affianca, nel settore specifico, alla misura prevista nell’ultima manovra di bilancio per l’estensione del servizio gratuito alle fasce d’età 45-49 anni e 70-74 anni e all’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza, con «l’introduzione di un nuovo programma nazionale di screening e sorveglianza dedicato alle donne portatrici di mutazioni genetiche Brca1 e Brca2 e ai loro familiari sani».
Mutuando le strategie proposte nella EU Women’s Health Strategy (2026), ovvero adottando una lettura della salute delle donne lungo tutto il corso della vita, richiamando la normativa nazionale in materia (Legge 11 gennaio 2018, n.3, Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute) e recependo il contenuto dell’obiettivo 2 della Roadmap: The highest standards of physical and mental health della nuova strategia UE per la parità di genere 2026-2030 — di cui la novità principale è rappresentata dall’approccio economico al tema — la Community conclude rafforzando l’appello per l’integrazione sistemica della medicina delle differenze nei sistemi di governance, per intervenire con prevenzione, accesso e modelli di cura più equi lungo tutto il percorso di vita, colmare il gap di conoscenza e trasformare il contesto sociale e lavorativo attraverso la cultura e l’empowerment femminile.
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
