Nella civiltà classica — quella cultura greco-romana da cui noi occidentali facciamo partire la filosofia, dall’VIII-VII sec a.C. con i poemi omerici e i pensatori presocratici — il corpo è relegato nella natura, e si sviluppa sempre più la dicotomia natura-cultura, che vede nel cono d’ombra della natura la donna insieme all’oscurità, al male, all’imperfezione, alla materia da plasmare e dominare, e di contro, nell’altro lato, l’uomo, unito alla luce, al bene, alla perfezione, allo spirito (l’atto pensante e creativo) signore del mondo.
Tutto questo almeno sino al Novecento filosofico — compendiando la storia della filosofia in due righe e chiedendo perdono per questo — quando la filosofia giunge a rivendicare la centralità della materia, anche in senso metafisico, quindi del corpo, e in questo cammino finalmente la donna, sempre in precedenza identificata con il corpo sessualmente attraente o colpevole e socialmente passivo, entra in scena e acquista valenza di soggetto di azioni e di diritti. Il corpo femminile diventa un corpo che crea e il concetto di riproduzione esce dall’ambito naturale della mera “riproduzione della specie” versus la produzione culturale ed economica, per conquistare sempre più valore sociale. E questo anche grazie alla sempre maggiormente acquisita consapevolezza delle donne delle proprie capacità, nonostante secoli di negazione e oppressione, dalla caccia alle streghe all’esclusione dagli studi e dal mondo politico.
Sono gli scritti femministi, a partire dalla seconda metà del Novecento, che ripercorrono e reinterpretano le tappe della storia delle donne, portando a un punto di vista e a un discorso sul mondo globale di oggi, che intreccia le relazioni di genere con quelle di classe e di etnia, in modo intersezionale, ponendole al centro di rapporti d’autonomia e di forme di vita in comune.
È in questo attualissimo contesto che si situa il saggio Oltre la periferia della pelle – Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo della filosofa italiana naturalizzata statunitense Silvia Federici (D Editore, 2023, per la collana Nextopie).
Nella sua introduzione l’autrice afferma che tutto l’importante lavoro svolto negli anni ’70 sul «significato del corpo e le politiche del corpo» è ora sottovalutato, quindi importante riportarlo all’attenzione del dibattito femminista, riprendendo anche la chiave di lettura sviluppata nel testo Calibano e la strega (Federici, 2004), dove venivano ripercorsi i secoli dell’Europa moderna, mettendo in luce lo sfruttamento delle donne nel capitalismo sin dalle sue origini.
«Durante lo sviluppo del capitalismo, le donne hanno subito un doppio processo di meccanizzazione. Oltre a essere soggette alla disciplina del lavoro, pagato e non, nelle piantagioni, nelle fabbriche e in casa, sono state espropriate del corpo, tramutato in oggetto sessuale e macchina da riproduzione», afferma Federici nella prima “lezione” della prima parte del saggio attuale Oltre la periferia della pelle, che è composto di quattro parti con dieci “lezioni” che affrontano svariati e importanti temi quali, fra gli altri, l’attuale crisi della riproduzione, la maternità surrogata, il “lavoro sessuale”.
Centrale risulta il parlare dell’intersezione tra lotta femminista e lotta di classe, laddove emerge tutto il potenziale rivoluzionario del corpo nei suoi molteplici significati che intrecciano gli ambiti politici, sociali e filosofici. La prima fondamentale lezione si conclude dicendo che «la decisione di avere un bambino deve essere anche vista come il rifiuto di permettere a chi controlla il capitale di decidere a chi è concesso vivere e chi invece deve morire o non nascere».
Lo sfruttamento delle donne per la riproduzione della forza lavoro necessaria al mercato non è certo l’unico aspetto di questo fenomeno, che viene anche analizzato, per esempio, nei confronti delle donne nere schiavizzate nelle piantagioni americane, con la narrazione documentata della loro grande capacità di lotta contro l’appropriazione dei loro corpi e la violenza che ne consegue. Battaglie che negli anni Settanta del ‘900 sono state chiamate dalle femministe “politiche del corpo”, elaborandole con consapevolezza filosofica e ribellandosi al “destino” delle donne, considerate importanti solo per il loro “corpo” e sfruttate sessualmente in casa e fuori casa dagli uomini e come riproduttrici di forza lavoro e di soldati dagli Stati.
Importantissimo tutto ciò che viene scritto per liberare il corpo femminile dalle mistificazioni e dai canoni indotti (“bello” per piacere e “ricostruito” per il profitto della chirurgia estetica…), e per superarne i tabù (vergogna nel parlare di mestruazioni, piacere sessuale, menopausa…).
Temi scottanti come quello dell’aborto vengono affrontati in modo pluridirezionale: non solo diritto a interrompere una gravidanza non voluta, ma anche diritto ad avere risorse e possibilità concrete, quali un lavoro tutelato, per poter avere figli desiderati. E su questo Silvia Federici non risparmia critiche anche ai vari movimenti femministi — così come sul tema della violenza sessuale, compreso l’attuale #metoo — che non comprendono come siano problemi strutturali — insiti nelle società patriarcali e capitaliste — e non solo abusi di determinate categorie sociali, dovuti alle situazioni economiche degradate in cui la maggior parte delle donne è costretta a vivere. Leggiamo: «la povertà delle donne è cresciuta di pari passo alla nostra autonomia, motivo per cui oggigiorno vediamo donne con due o tre lavori o che si prestano a essere madri surrogate». A parte questo, è riconosciuta fondamentale la storia del femminismo: «Le femministe sono state le prime a sovvertire il mito della femminilità eterna e naturale. La liberazione delle donne si è prodigata per creare un’identità più fluida, che fosse costantemente aperta a essere ridefinita e ricostruita. Il movimento trans continua un processo cominciato negli anni Settanta se non prima. […] La lotta per destabilizzare l’identità che ci viene assegnata non può essere separata dalla lotta per cambiare le condizioni storico-sociali delle nostre vite, soprattutto quelle alla base delle gerarchie sociali e delle disuguaglianze».
Impossibile sintetizzare le molteplici argomentazioni dettagliate che si trovano nelle dieci lezioni, ma, nonostante la sua complessità, è consigliabile, come lettura estiva, almeno alle ultime classi di liceo: nelle università è già ben conosciuto e utilizzato. Una lettura da commentare in gruppo, discutere, rapportare ai periodi storici e attualizzare nel nostro tempo.
Ricchissima la bibliografia finale che comprende più di centoventi testi basilari per documentarsi sulla complessa tematica che affronta “il corpo” sia in prospettiva di interpretazioni storiche che di processi e azioni attuali. Se nel passato è stato negato nel suo valore culturale o sociale, oggi il corpo rischia di essere “ingabbiato” e “strumentalizzato” in scontri di politiche neoliberiste e istituzionali.

Silvia Federici
Oltre la periferia della pelle – Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo
D Editore, 2023
pp. 212
In copertina: Silvia Federici. © crédit photo: Marta Jara / commons.wikimedia.org.
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.
