Incontri notturni nel bosco

«Mi dispiace, più di così non posso darti. Sette. Le sai le cose, lo vedo, ma la tua esposizione manca sempre di qualcosa, non so dirti, non è convincente». Mi diceva sempre così la mia insegnante di scienze, ai tempi del liceo, quando mi interrogava sulla parte di astronomia. Ci misi qualche annetto a capire che cos’era quel qualcosa che mancava, ma alla fine ci arrivai. Era la passione, quell’ossigeno indispensabile a dar vigore all’arte oratoria. Per me le stelle erano, e sono ancora oggi, quelle di Dante («E quindi uscimmo a riveder le stelle») e di Leopardi («E quando miro in cielo arder le stelle; / dico fra me pensando: a che tante facelle?»); di Pascoli («E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereno, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!») e di Rilke, per il quale i lumi della notte sono una guida dell’anima e insieme luci ingannatrici. La scienza ce le descrive, con fredda precisione, come enormi sfere di gas, che brillano di luce propria, generando energia attraverso la fusione nucleare nel proprio nucleo. Idrogeno, circa il 74%; elio, circa il 24%; ossigeno, ferro e carbonio, per il restante 6%: ecco descritta una stella. Brr, sento già un brivido attraversarmi il cuore, voi no? Non per la soddisfazione di possedere un sapere dimostrabile e oggettivo circa qualcosa di così grande e lontano, ma per il fastidio di vedere il mistero disvelato, la poesia perduta, l’illusione smascherata. Chi te l’ha chiesto, maledetto pensiero neomoderno, di leggere il mondo con i vecchi codici del positivismo scientifico? Personalmente, preferisco praticare un altro sguardo. Forse per questo, per ritrovare i versi dei poeti, mi piace passeggiare in montagna sotto il cielo stellato. Mi riscopro spesso, allora, a recitare in silenzio, con immutata emozione, le rime delicate della Mandragola di Machiavelli:
Oh dolce notte, oh sante
ore notturne e quete,
ch’i disïosi amanti accompagnate;
In voi s’adunan tante
letizie, onde voi siete
sole cagion di far l’alme beate.

Un fruscio appena percettibile, in mezzo all’erba, mi fa trasalire. Sono a due passi dal paese, non ci sono pericoli qui, ci conosciamo tutti: la probabilità di un maniaco, sdraiato in mezzo al prato, in attesa dell’ignara vittima mi sembra alquanto remota. E infatti, quelli che mi si puntano addosso, vispi e curiosi, sono gli occhietti neri, incorniciati da una bianca mascherina, di un meraviglioso tasso. Punta il naso all’insù, annusa l’aria, rimane fermo qualche istante, indeciso. Io lo guardo con tutta la tenerezza di cui sono capace, cercando di trasmettere al suo cuore selvatico le mie buone intenzioni. Sa che sono un mammifero come lui, sa che come lui amo i cieli stellati. E allora resta, spostandosi piano, scavando ogni tanto con le zampe e col muso, in cerca di larve e lombrichi. Io rimango a guardarlo trattenendo il respiro, senza disturbare il suo lavoro paziente e necessario. Poi, così come è apparso, sparisce in un buco, portandosi via il ricordo di un incontro d’anime notturne e poetiche, entrambe in cerca di qualcosa, entrambe innamorate del creato.

In copertina: particolare della ripresa video in lontananza, di Chiara Baldini.

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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