Il secondo Ottocento pugliese: le scrittrici. Prima parte

Ho vissuto gran parte della mia vita in Puglia, eppure se mi avessero chiesto, prima di oggi, di citare qualche scrittrice pugliese, non ne sarei stata in grado. Nessun libro di scuola mi ha mai raccontato di loro, nonostante facciano parte della mia identità. Come hanno vissuto gli anni infuocati del Risorgimento? Come hanno guardato alle ferite del post-Unità, quando la nostra terra si è ritrovata divisa nella disperata realtà delle rivolte bracciantili e del brigantaggio?
Spesso, nei racconti e nelle storie che riguardano i nostri territori, mancano alcune voci, alcuni punti di vista. Fin troppo celate e fin troppo schiacciate da una tradizione il più delle volte declinata al maschile, anche le esistenze delle scrittrici, o compositrici di liriche e scritti appassionati, che hanno attraversato l’Ottocento pugliese meritano di essere ricordate, testimoni e croniste di un Meridione in profondo cambiamento. Nonostante l’avvento dell’Unità d’Italia e l’obbligo dell’istruzione elementare per tutti e tutte, un primo censimento svolto in Terra d’Otranto rivelò un analfabetismo femminile pari al 92% e il tasso di evasione scolastica rimase altissimo per anni. Tuttavia, quando ebbero finalmente accesso alla cultura, le donne iniziarono a scrivere, e non hanno mai più smesso.
In questo articolo vorrei raccontarle non come polverosi nomi da manuale, ma come donne in carne e ossa, per mezzo delle loro parole. 
«Baci e profumi hanno i tramonti lieti
e l’albe vaghe e i primi rai de ‘l sole
e le farfalle bionde infra i roseti
hanno parole».

Ritratto di Carolina Bregante.
Fonte: Cdsc onlus

Questi sono i versi di una giovane “anima che soffre”, come venne definita all’epoca, che risuonavano tra alcune aule scolastiche e vari circoli culturali a Napoli alla fine dell’Ottocento. Quell’anima era Carolina Bregante, una poeta originaria di Monopoli. Quinta figlia di Bartolomeo e Fanny Stähly, nobile napoletana, fu educata presso il Collegio Regina Coeli, dove dimostrò immediatamente di possedere uno spiccato talento per la scrittura. Man mano divenne sempre più nota, anche in Puglia: con lo pseudonimo di Elettra, infatti, varie riviste del tempo pubblicarono le sue opere, tra cui la «Rassegna Pugliese» di Trani. La poesia di Carolina Bregante era carica di sofferenza, dovuta ad alcuni lutti familiari da lei vissuti. La ferita più grande fu causata dalla morte del marito, che la poeta sfogò in alcune raccolte liriche come Lacryme Rerum e Le Visioni (pubblicate nel 1890, poi ristampate a Fasano nel 1994). Spronata dalla sua stessa famiglia a un secondo matrimonio, conobbe Luigi Secondo Ruggiri, tenente dei carabinieri con cui si sposò e si trasferì a Melfi. Purtroppo questo matrimonio si rivelerà una gabbia: il marito, incapace di tollerare l’esposizione pubblica e il successo intellettuale di Carolina Bregante, le impose di rinunciare per sempre all’attività letteraria e, con questa, ai rapporti epistolari che la tenevano in contatto con il mondo culturale. La sua ultima opera risale a quando aveva solo 33 anni, intitolata Mammole bianche. Dopo una lunga malattia morì il 6 marzo 1903, a soli 42 anni, a Salò del Garda, dove il marito era stato trasferito. 
Oggi la città di Monopoli le ha dedicato l’intitolazione di un plesso scolastico. 

Wanda Bruschi Gorjoux.
Fonte: La voce news

Ci spostiamo lungo la costa per raggiungere a Bari una giornalista e una intellettuale dalla immensa cultura e intelligenza, Wanda Bruschi Gorjoux. Nata nel 1888 in un ambiente particolarmente stimolante (il padre era un professore di storia e geografia), ha l’opportunità non solo di accedere a una istruzione superiore, ma anche di frequentare la Facoltà di Magistero a Roma. Conclusi gli studi, iniziò ben presto la sua carriera nell’insegnamento, nella Reale scuola complementare “G. Gimma” di Bari. Ma non si fermò qui: la sua mente implacabile la spinse a intraprendere contemporaneamente un percorso come pubblicista in collaborazione con il «Corriere delle Puglie», inizialmente con gli pseudonimi di Medusa e Madame Récamier. Emerse così tutto il suo talento nello spaziare su tematiche e materie completamente differenti, come filosofia, arte, politica, economia, senza rinunciare a esprimere le criticità che affliggono la Puglia durante quel periodo. Nel 1911, convolò a nozze con il giornalista Raffaele Gorjoux, con cui ebbe fin da subito un rapporto anche lavorativo: fu lui a fondare la «Gazzetta delle Puglie» (in seguito chiamata «Gazzetta del Mezzogiorno»), di cui Wanda Bruschi fu la principale e più brillante collaboratrice, avviando le rubriche femminili e letterarie e occupandosi della stesura di corrosivi elzeviri politici. 
Con l’avvento del regime, fu una fervente sostenitrice del fascismo, fiduciaria dei Fasci Femminili e delegata regionale per l’Opera maternità e infanzia. Non abbassò mai la testa, ma continuò a combattere le sue battaglie — come la condizione femminile e quella delle famiglie, la disoccupazione, l’analfabetismo — anche in un mondo radicalmente maschilista, divenendo una militante di spicco dell’ala femminile del Partito. Fu scelta da Achille Starace nel 1938 come una delle organizzatrici fasciste e rimase a Roma fino alla chiamata in guerra. Il suo ultimo articolo risale al 3 luglio 1943, prima che fosse chiamata a processo dalla Commissione di epurazione, a seguito del quale Wanda Bruschi fu condannata a due anni di confino ad Agropoli, in Campania. Dopo solo otto mesi tornò a Bari, dove trascorse il resto della sua vita fino al 1976. Nonostante non siano noti i suoi ideali e se sostenesse il duce per mero opportunismo o per reali credenze politiche, nel dopoguerra espresse fede verso il cambiamento. 
Bari le ha dedicato l’intitolazione di una strada.

Rimaniamo in provincia di Bari, stavolta nel paese di Sammichele di Bari, dove visse la poeta Maria Dalfino, meglio conosciuta come Apula Flava, tra il 1898 e il 1921. Dalla forte passione per le lettere tramandata dalla madre, Giulia Rotondo, Maria Dalfino possedeva una capacità innata per le poesie, ben presto pubblicate presso testate locali, con lo pseudonimo di Apula Flava: un modo del tutto personale di appropriarsi, di esprimere la sua identità, in quanto pugliese e in quanto ragazza dai capelli biondi.
Con la Grande guerra morì suo fratello Francesco, mentre l’altro, Michele, rimase gravemente ferito e mutilato. Le sue poesie furono cariche di dolore ed esternarono il suo strazio:

«Ridono gli occhi, e il cuore non risponde;
ride la bocca, e il cuore non lo può:
vogliono il sole le mie trecce bionde…
parla una voce arcana: no, no, no.
Povero cuore mio come sussulta!
Sono singhiozzi, è gioia, che cos’è?
(Povero core, Apula Flava).
Lasciò la terra a soli 23 anni, il 13 maggio del 1921. Molti, tra cui Ivan Jolewski, musicarono i suoi versi, e a suo nome è stata fondata una associazione musicale di Sammichele. A Putignano fu pubblicata, nel 1939, una sua raccolta di versi, Lagrime e faville.

Gioia del Colle custodisce la storia di una delle personalità più determinate e coraggiose del movimento femminile ottocentesco: Eva De Vincentiis, nata pugliese, naturalizzata romana. Insieme a Elisa Agnini, Giacinta Martini, Alina Albani e Virginita Nathan, fondò a Roma, infatti, nel 1896, l’Associazione per la Donna per i diritti civili e politici femminili. Le cosiddette “dame del quintetto”, insieme a molte donne progressiste appartenenti a fedi politiche differenti, rivendicavano il suffragio femminile e la riforma dell’istruzione pubblica, riuscendo, nel 1908 a organizzare il Congresso del Consiglio nazionale delle Donne italiane, in Campidoglio, alla presenza della Regina Margherita. Considerato il primo incontro del movimento femminista italiano, il Congresso fu una occasione importante per discutere questioni cruciali per la condizione delle donne. Raccontata come una donna esuberante, originale, marxista e internazionalista, Eva De Vincentiis fu scrittrice di alcuni romanzi, come Nella mala vita, e saggi, voce di molte donne del Novecento. 

Torniamo sulla costa, precisamente a Trani. È qui che probabilmente nacque la scrittrice e conferenziera Virginia Fornari De Bellis, che tuttavia crebbe tra un salotto culturale e una lezione del suo illustre zio, l’abate Vito Fornari, insieme ai suoi cugini e fratelli, a Napoli. Nei festeggiamenti dedicati a Beatrice Portinari e al mondo femminile a Firenze nel 1890, assunse il ruolo di conferenziera, con il suo intervento Le Sante italiane, meritevole di una medaglia d’oro. Nel medesimo ruolo, nel 1893, fu a Chicago in veste di rappresentante italiana al The World’s Congress of Representative Women.
La sua carriera di scrittrice coprì un arco temporale di dieci anni, dal 1888 al 1899. Per citarvi alcune opere: la sua prima, Angiolina (1888, Hoepli); il suo intervento all’evento del sesto centenario della morte di Beatrice, Le sante italiane (1892); Le donne de’ Promessi sposi, sua memoria all’Accademia Pontaniana del 1897; il romanzo Ch’io ti vegga! (1899, Speriani). A seguito del suo matrimonio con il cavaliere Nicola De Bellis di Rutigliano e il suo trasferimento a Palagianello, Virginia Fornari De Bellis seguirà uno stile di vita diverso, volto maggiormente verso il sociale: insieme al marito, infatti, fondò una scuola agricola a suo nome volta a insegnare a contadini/e le nuove tecniche.

Saliamo a Foggia, dove visse Amelia Rabbaglietti, poeta pugliese e studiosa del folklore e delle tradizioni popolari. Segretaria del Liceo Lanza di Foggia e, in seguito, direttrice di una scuola elementare, nel 1936 partecipò con il maestro G. Renzulli alla ricerca sulla musica popolare per la formazione del Centro Internazionale della musica e della canzone popolare di Roma. Scene di vita paesana fu il libro che pubblicò come risultato delle sue indagini, una raccolta di venti operette, commedie, scene e quadretti. Espresse così il suo entusiasmo: «Come Direttrice tecnica dell’Opera Nazionale Dopolavoro per il Folklore, ebbi la gioia di vedere riprodotti canti, costumi e danze da me ricostruiti nei principali raduni effettuati in varie città d’Italia. Con una commozione viva, che appagava totalmente la mia passione campanilistica e il mio personale trasporto per il Folklore, vidi più volte applaudite le esibizioni del gruppo di Foggia, da me organizzato e condotto ai raduni».

Clelia Romano Pellicano.
Fonte:
Wikipedia

Arriviamo, infine, al confine con il Molise, a Castelnuovo della Daunia. Vi è la possibilità che Clelia Romano Pellicano sia nata presso questi luoghi, terre d’origine del padre, il giurista Giandomenico Romano, che entrò a far parte nel 1870 del giovane governo italiano. Sua madre fu Pierina Avezzana, figlia del generale piemontese Giuseppe Avezzana, aiutante di campo di Giuseppe Garibaldi. Clelia fu formata dalle migliori scuole napoletane dell’epoca e imparò a parlare fluentemente il francese e l’inglese, oltre all’italiano. Nutrì una forte passione per la letteratura, pubblicando inizialmente su vari giornali qualche novella. Nonostante il padre non fosse d’accordo su questo tipo di carriera, la ragazza non aveva intenzione di abbandonare il suo talento e iniziò ad utilizzare un nom de plume, Jane Grey, la regina inglese. Giovanissima sposò il marchese Francesco Maria Pellicano, deputato al Parlamento, da cui avrà ben sette figli. Leggeva e scriveva con profonda avidità. La sua abilità nella narrazione ebbe un grande successo, i suoi testi trovarono spazio su alcune riviste nazionali come «La nuova Antologia di lettere scienze ed arti» e «La Donna». Il suo primo libro fu Nuovo e vecchio mondo, nel 1900, seguito da Coppie, le novelle La dote (1907) e Novelle Calabresi. Barbara Allason descrisse quest’ultimo come un volume dalla grande potenza, intriso di vita, che dà finalmente spazio alla tradizione e agli/alle abitanti di una terra sconosciuta al resto degli italiani durante quel periodo, quale la Calabria: in esso vi sono lunghe descrizioni della vita contadina e l’emarginazione delle donne del popolo. Il suo interesse e le sue battaglie femministe erano rivolte soprattutto verso una definitiva eguaglianza di diritti e doveri giuridici, civili e politici. Nelle sue opere emerge un quadro clinico di un Sud operaio e rurale, abbandonato rispetto all’Italia appena nata. 
Nel 1909, partecipò al “Congresso internazionale per il diritto al voto alle donne” a Londra. Rimasta vedova, si dedicò costantemente alle aziende agricole di famiglia, dove si coltivava il gelso bianco e si allevavano i bachi da seta. Non rinunciò alla scrittura, né all’attivismo: nel 1914 partecipò a Roma al Congresso dei diritti delle donne. 
Una vita intensa, che si concluse a soli 47 anni, il 2 settembre 1923, presso una villa del Golfo di Castellammare. Lei stessa ne descrisse le sensazioni: «mi impregnava l’anima di poesia, ma mi chiudeva i cancelli dell’impetuosa gioventù».

Vi aspetto nel prossimo articolo: ci sposteremo nel Salento, per riscoprire altre donne che hanno fatto della scrittura la propria libertà.

In copertina: scuola intitolata a Carolina Bregante a Monopoli. Foto di Daniela Salzedo.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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