Hannah Arendt. Filosofa, storica, politologa

Da poco abbiamo ricordato i cinquant’anni dalla morte di Hannah Arendt, avvenuta il 4 dicembre 1975. Era nata in una famiglia ebrea il 14 ottobre 1906 a Linden e crebbe con la madre poiché perse il padre da piccola. Visse a Koninsberg, la città di Kant, che dal 1945 è Russia, e in seguito a Berlino. Studiò filosofia nell’università di Marburgo dove ebbe come insegnante Martin Heidegger, i cui allievi e allieve erano ammaliate dal suo fascino sciamanico. Ebbe con lui una relazione amorosa segreta, troncata nel 1933 con la salita di Hitler al potere.

Hannah Arendt giovanissima
Fonte: Gariwo Mag

Si laureò con una tesi sul concetto di Amore in Sant’Agostino. Nel 1931, mentre studiava le dinamiche dell’antisemitismo in Europa, venne arrestata dalla Gestapo e imprigionata, liberata solo nel 1933, ma non poté più insegnare. Rimase sposata con Günther Anders, filosofo e saggista tedesco, dal 1929 al 1937. Il loro matrimonio si concluse con un divorzio a causa di divergenze inconciliabili, sebbene rimasero sempre in ottimi rapporti. Quando lo lasciò nel 1937 fuggì a Parigi dove aiutò gli esuli ebrei della Germania, dovendo poi fuggire ella stessa, quando la Francia fu invasa dai tedeschi nel 1940.
Fu dichiarata apolide e internata con gli oppositori della Germania nazista nel campo di concentramento francese di Gurs sotto il governo di Vichy, ma riuscì a fuggire verso il Portogallo e da qui a imbarcarsi per New York, dove raggiunse il coniuge poeta e filosofo di orientamento marxista Heinrich Blucher nel 1941.

Günther Anders
Copertina di Noi rifugiati
Copertina Le origini del totalitarismo

Hannah Arendt scrisse di getto, nel 1943, con il suo carattere dirompente, il celebre saggio Noi rifugiati, testimonianza esistenziale di un’apolide d’eccezione, ma anche primo manifesto politico sulla migrazione, che è purtroppo di grande attualità, dove parla delle persone sballottate tra frontiere nazionali che vengono considerate corpi estranei, rifiuti ingombranti.
Riuscì a ottenere, dopo diversi anni, la cittadinanza americana e a far pubblicare le opere che andava scrivendo. Nel 1951 pubblicò Le origini del totalitarismo, testo frutto di un’accurata indagine storica e filosofica che rifletteva il rapporto fra il suo pensiero e la sua vita; per questo motivo preferiva farsi chiamare una teorica della politica e non una filosofa, perché nel suo pensiero era inscritta la traccia della sua esperienza di vita. Nella sua ricerca aveva analizzato le differenze tra le due grandi dittature europee, cercando di rispondere alla domanda su «come fosse potuto succedere proprio nella Germania di Goethe e dei grandi filosofi». Riteneva il totalitarismo una nuova e tremenda forma di politica, che non aveva avuto precedenti, che non è possibile giustificare, ma che è necessario comprendere. Nel suo libro analizza lo stalinismo e il nazismo, osservando anche le loro connessioni con l’antisemitismo. Ella nota che, benché opposti, questi due regimi hanno avuto molte similitudini: la presenza di una ideologia ufficiale di base, di un partito unico e di un capo carismatico, oggetto di culto della persona. In entrambi vi è stato il controllo dei mezzi di comunicazione, attraverso propaganda e censura, dove per entrambi è il terrore l’essenza del potere. Vi è stato l’uso di ripetute epurazioni, capaci di distruggere i legami familiari e sociali. Venne istituita la “colpa per associazione”sconosciuta in passato, e con la polizia segreta si era creato un sistema di spionaggio onnipresente. I lager erano diventati dei laboratori per sperimentare la trasformazione della natura umana.

Secondo Arendt solo l’educazione può divenire il momento capace di rinnovare il mondo, salvandolo dalla rovina e solo su di essa è necessario puntare. Di Hannah Arendt resta una sua fitta e ricca corrispondenza con diverse persone, poiché amava scrivere lettere che ci permettono di conoscere la sua persona molto intimamente. In particolare sono interessanti le lettere all’amica scrittrice Mary McCharty, raccolte nell’epistolario Tra amiche che offre uno spaccato intimo, intellettuale e politico sulla loro profonda amicizia. 

Arendt e McCarthy negli anni ’60, per gentile concessione dell’Hannah Arendt Trust e degli
Hannah Arendt Papers.
Fonte: Library of Congress
Copertina di Vita Activa

Nel 1958 le scrive: «Cara Mary, oggi nel mondo moderno che si rialza dalle distruzioni della guerra dobbiamo far tornare nei singoli la passione ad agire in prima persona e in relazione con altri. La modernità che avanza qui in America punta al progresso. Ma, mi chiedo, accanto alla tecnologia, cresce anche il pensiero? Gli uomini e le donne sanno, come al tempo dei greci, pensare insieme? O si tende a delegare agli specialisti della politica la linea da scegliere? Sto ultimando l’opera The Human Condition (che in Italia uscirà col titolo Vita Activa ndr) dove analizzo la società americana nella quale si nota un costante decadimento della condizione umana e ciò può portare a gravi conseguenze come già la guerra aveva dimostrato, proprio perché non si pensa più con la propria testa e… si delega. La modernità rende impossibile un’autentica vita activa che consiste nell’agire politico e nell’interazione comunicativa pubblica fra cittadini liberi». Per Aristotele, a cui lei si ispira, la politica deve essere l’attività principale per l’essere umano che è un animale razionale, dotato di logos, capace di un discorso e non solo di aggregazione, come è per le api. Nel testo analizza il tema del lavoro nei suoi vari livelli: a) animal laborans, il regno della necessità dove si lavora per il puro sostentamento fisico e per il recupero delle forze, b) homo faber, che costruisce gli oggetti utili e permanenti come fa l’artigiano e l’artista, c) zòon politikòn, ossia di chi, nell’azione politica, attraverso il pensiero e il linguaggio, sa di essere unico pur nella moltitudine; purtroppo nella società consumistica manca l’aspetto filosofico-politico. Inoltre si chiede se sia giusto che solo pochi pensino in libertà e gli altri debbano lavorare. Per Arendt è fondamentale che si debba sviluppare il pensiero critico, unico baluardo per la difesa della democrazia. È necessaria, sostiene, una maggior partecipazione politica, come espressione del massimo grado di dignità della condizione umana. Il suo pensiero è radicato nella differenza femminile che si manifesta nell’agire politico dove si evidenzia l’essenza della persona che può realizzare al massimo grado la dignità della condizione umana.

Arendt al tempo del processo di Gerusalemme
Fonte: Wikipedia
Copertina La banalità del male

Tra il 1961 e il 1962 Hannah Arendt viene inviata dal giornale New Yorker a Gerusalemme, per seguire il processo a Adolf Eichmann, il criminale di guerra, catturato in Argentina, considerato uno dei maggiori responsabili dello sterminio del popolo ebreo nella Germania nazista. Per la rivista Hannah scrive cinque articoli, ma gli appunti presi durante le deposizioni, le dissertazioni e le arringhe sono un materiale corposo e ricco di spunti. Nel maggio del 1963, dunque, Hannah trasforma quelle pagine in una nuova opera, che diverrà, poi, il celebre La banalità del male, l’opera più nota di Hannah Arendt. L’imputato, appartenente alle SS e molto desideroso di far carriera, accusato di aver commesso crimini contro l’umanità, si ritiene non colpevole, nel senso dell’atto dell’accusa, in quanto dichiara di non aver mai ucciso né un ebreo, né un non ebreo; lui aveva deportato milioni di persone ubbidendo all’ordine per il loro sterminio. Gli psicologi che lo avevano visitato lo avevano ritenuto persona più che normale, ma ciò nonostante incapace di distinguere il bene dal male. Pur avendo visitato la realtà di Auschwitz, aveva continuato a organizzare i treni delle deportazioni. La coscienza in Germania era morta, il problema rimaneva quello di soffocare la pietà istintiva che ogni individuo normale prova di fronte al dolore altrui. Eichmann dichiarava di non ricordare i fatti e di non aver trovato nessuno fra i tedeschi che fosse contrario alla soluzione finale, peraltro resa possibile dalla collaborazione del Consiglio ebraico, sul quale Arendt si mostrò molto critica. L’imputato era rimasto sempre calmo durante tutte le udienze, usava frasi fatte, cliché, si era difeso sostenendo di essere stato solo una «pedina», un «ingranaggio» obbediente agli ordini, una «vittima di un equivoco», non un mostro, e che la sua colpa derivava dall’obbedienza, che lui però considerava invece essere una virtù, e non certo da un odio personale per gli ebrei. Affermò di aver agito secondo l’etica kantiana, obbedendo alla legge del Führer, e di aver agito in modo «normale» in quelle circostanze, arrivando a sostenere di non meritare la morte. Disse infine: «All’occorrenza salterò nella fossa ridendo perché la consapevolezza di avere cinque milioni di ebrei sulla coscienza mi dà un senso di grande soddisfazione». Fu impiccato il 31 maggio 1962 e le sue ceneri vennero disperse in mare, fuori dalle acque territoriali israeliane. In campo giuridico sappiamo che occorre la libera intenzione di fare del male, se questa manca la capacità di distinguere il bene dal male è compromessa.

La figura del boia nazista, del “mostro nella sua terribile normalità” rappresenta per Arendt l’espressione più inquietante del nazismo: è l’individuo che sacrifica la sua coscienza al mito della collettività e dell’organizzazione e che ne diventa un mero esecutore e un ingranaggio della macchina dello sterminio. Questa interpretazione provocò reazioni polemiche di molti suoi amici ebrei, che l’accusavano di voler minimizzare l’Olocausto. Ma anche i tedeschi, che tendevano a fare del Terzo Reich un’eccezione brutale della loro storia, ne furono disturbati: la Germania intera veniva in tal modo accusata di complicità e finiva sul banco degli accusati. Arendt replicò loro che il male non ha bisogno di profondità perché non ha radici, proprio come non ne hanno i funghi, il bene invece è radicale ed è frutto di pochi individui speciali che rompono il sistema là dove i più si adeguano, mentendo a sé stessi. La coscienza del bene e del male è dentro di noi, ma è necessario pensare, avere un pensiero critico. Si aggancia qui il tema della nascita, come rinascita continua. Il concetto di natalità in Hannah Arendt è centrale per la sua filosofia politica, ponendo la capacità umana di iniziare qualcosa di nuovo, quale antidoto alla mortalità e al determinismo.
Arendt, a differenza di Heidegger, afferma che gli esseri umani non sono nati per morire, ma per incominciare, vedendo in ogni nascita un nuovo inizio e la possibilità di portare l’inatteso nel mondo. Che cos’è pensare? È, come ci insegna Socrate, aiutare il soggetto a partorire la propria verità. Ma dove si trova l’io che pensa? Esso si pone tra il passato e il futuro, come per «l’angelo della storia», che ferma talvolta il suo volo e ci fa essere liberi. Arendt qui si rifà a Benjamin, filosofo ebreo tedesco che, nel tentativo di riparare in Spagna, preso dal terrore di essere catturato, si era suicidato. Egli era molto affezionato a un dipinto avuto da Paul Klee che s’intitola Angelus Novus, angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo: ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese e il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede solo una catastrofe, accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe trattenersi, ridestare i morti e ricomporre l’infranto, ma una tempesta spira dal paradiso, si impiglia nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. Come l’Angelus Novus di Paul Klee, che Walter Benjamin aveva consegnato proprio ad Arendt perché lo portasse in salvo in America, e che poi verrà inserito nell’opera di Benjamin L’angelo della storia.

Angelus Novus

Laboratorio: approfondire i temi del male individuale e collettivo agganciandolo al tema della nascita.

Video dal film Hannah Arendt di Margarethe von Trotta, 2012.

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne nei vari campi culturali. Realizza attività presso l’associazione Il labirinto del dragoncello, di cui è presidente, e cura il percorso filosofico Panta rei a Merlino (LO).

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