(Pre)Potenti

«Questo libro non è stato scritto per convincere. È stato scritto per sostenere».
Ma alle ragioni che lo sottendono, esplicitate a conclusione e rivolte alle “donne mai incontrate”, noi aggiungiamo quella di conoscere, comprendere e nominare, quali parte di un meccanismo ciclico in cui ogni azione presuppone e tende a quella successiva. Il Glossario potente che chiude ciascun capitolo, anticipando quello seguente, è l’ingranaggio principale di questo congegno e del manuale che lo racchiude: contro l’assenza di parole, Lara Ghiglione sceglie di nominare ciò che viviamo come atto politico attraverso cui riconoscere le dinamiche di potere apprese per ribadire, ancora una volta, che il personale è politico e, dunque, restituire la responsabilità del privato, del singolo, al sistema.

Lara Ghiglione con Pre-potenti

Pre-potenti (Futura Editrice, 2026), la quarta opera della docente, criminologa e segretaria confederale della Cgil nazionale, è un appello a mettere in discussione abitudini, modelli e comportamenti spesso considerati naturali e inevitabili; un’esortazione a osservare e nominare ciò che viene dato per scontato, per aprirsi a forme di leadership più umane, più giuste e persino più efficaci, disimparando ciò che abbiamo assimilato sul potere.
Già nel titolo si condensa il senso dell’operazione: che lo si legga come parola unica o separando il prefisso dal resto del lemma, “Pre-potenti” suggerisce infatti la necessità di interrogarsi sul potere e sulle sue derive caricaturali. Ecco allora che quel “pre”, isolato graficamente attraverso la colorazione nera, smette di essere soltanto un prefisso e diventa una soglia critica: un invito a interrogare il potere prima che degeneri nelle sue forme più prevaricatrici o, ancora, il ricordo di un passato nefasto di un potere distopico a cui è possibile sostituire un presente e un futuro rosso, luminoso e trasformativo.
Se, invece, la si legge tutta d’un fiato, la parola, assumendo le vesti di aggettivo, serve a qualificare la connotazione più becera del potere, a nominare il suo volto più «fragile, machista e autoritario: quello di chi domina perché non sa guidare, impone perché teme il confronto, alza la voce perché non sa ascoltare». Questa grammatica del potere chiude i battenti a tutte le alternative, al riconoscimento della componente relazionale della leadership che, nel paradigma machista e nell’architettura patriarcale che lo sostiene — fornendogli le basi simboliche della sua legittimazione e della sua presunta naturalità —, si riduce alla sola logica del dominio.
Intercettando la perdita di attrattività che, negli ultimi decenni, ha compromesso le democrazie mondiali, il neoliberalismo — nella dimensione in cui prevede lo scarico del peso dell’adattamento sugli individui — ha progressivamente colonizzato l’economia, la politica e le società contemporanee. In un contesto complesso come quello attuale, i leader neoliberali — o, per meglio definirli, autoritari — hanno via via preso piede attraverso la politicizzazione della paura, ovvero utilizzando strategicamente le paure sociali e indirizzandole verso corpi “altri” rispetto al maschio bianco ed eterosessuale, e la teatralità del comando, intesa quale «messa in scena del potere mediante decisioni rapide, toni perentori e gesti punitivi» che meglio rispondono ai bisogni di chiusura cognitiva e di delega morale che attraversano la società odierna. Poco importa se il prezzo da pagare è estremamente alto tanto per il leader — che potrebbe cadere vittima, tra gli altri, del cosiddetto “stress di ruolo maschile” (Joseph Pleck, 1947), subendo quindi gli effetti nocivi del carico costante imposto in termini di forza e controllo — che per i cittadini e le cittadine che si ritrovano progressivamente senza tutele, assuefatti all’autoritarismo e alla semplificazione identitaria che esso determina.

Nel regime machista, patriarcale e autoritario, dove l’individualismo fa da padrone, la competizione viene raccontata come meritocrazia, internalizzata come norma soggettiva, e il fallimento, anche se indotto o contestuale, ricondotto a colpa individuale — non a caso, sono sempre le leadership così connotate a domandare: «Ma ancora queste quote rosa?», sentendosi rispondere da quelle più democratiche: «Ancora sì! Contro il vostro nepotismo e la vostra corruzione, le quote sono l’unico “attrezzo democratico” che permette a noi di entrare e costringe voi a smettere di favorire i vostri emulatori». Perché il tema non è «mettere in discussione il campo ma soltanto la posizione dentro al campo». Ne deriva la criminalizzazione del conflitto, visto non già come opportunità per produrre apprendimento e confronto, quanto piuttosto come fonte di problemi. 
Passando dal livello macro a quello micro, questo schema si riproduce talvolta anche nei contesti organizzativi e negli ambienti di lavoro dove, imitando la sovrastruttura che li contiene — lo Stato — si assiste alla patologizzazione della performance che riduce il valore della professionalità degli individui alla sola misurazione dei risultati raggiunti. 
Si tratta, in ogni caso e in qualsiasi luogo esso si presenti, di mettere in atto un sistema di procedure funzionale allo scopo del potere machista, patriarcale e autoritario: la semplificazione della complessità.

A proposito, la leadership dominante agisce gerarchizzando il mondo e le persone e costruendo categorie nette strutturate a partire da discriminazioni interiorizzate che la mente prende dal contesto per cercare coerenza con sé stessa. «Il bias di conferma ci porta a cercare informazioni che confermino ciò che già crediamo per scartare quelle che lo contraddicono. […] E così, invece di chiederci se una convinzione sia vera, ci chiediamo se ci fa sentire a posto». Da questa operazione nascono gli stereotipi e i pregiudizi responsabili, rispettivamente, di prescrivere aspettative, ruoli e destini — chi meglio delle donne ne conosce il potere condizionante? — e di creare il difetto che attribuiscono. 
Quasi sempre si tratta di gerarchie arbitrarie a cui il patriarcato ha dato non solo una struttura, ma anche un metodo di lettura: non è scritto da nessuna parte che nel binomio uomo/donna, cittadino/straniero, il primo termine sia quello positivo e il secondo quello negativo eppure, ogni volta che l’opposizione si presenta, dobbiamo fare un atto di decostruzione e di distanziamento culturale per non cadere nel tranello. Uscire dai ranghi, dai dettami con cui siamo cresciute, dal silenziamento che ci hanno imposto è l’atto di rivoluzione che Ghiglione ci “impone”, come armi simboliche da cui partire per ribaltare l’attuale sistema di potere prepotente. E nel farlo, ci fornisce anche degli esempi a cui attingere: come quello delle artigiane dell’azienda La Perla che, a cinquant’anni di distanza dalle tabacchine di Lanciano, si sono trovate a dover rifiutare, nuovamente, il ruolo di vittima controllata, resiliente e composta, vincendo la battaglia (il lavoro) per cui stavano lottando attraverso la pedagogizzazione sapiente dell’esperienza del conflitto organizzato e condiviso.
La resistenza in cui siamo chiamate a impegnarci mira alla libertà, al diritto a una vita dignitosa in cui non dovremmo più sopravvivere ma vivere. E gli strumenti li abbiamo: bisogna prendere parola, «rivendicare il diritto di stare nello spazio pubblico senza chiedere permesso, di portare esperienza, competenza e dissenso senza doverli addolcire per risultare accettabili»; dobbiamo nominare quello che ci succede, confrontarci, fare attenzione ai segnali del nostro corpo e prendercene cura; creare alleanze e coltivare la sorellanza affinché non ci siano eroine solitarie.

Anche gli uomini devono fare la loro parte, affiancandoci nella costruzione di una leadership a connotazione femminista, assumendo quella postura politica e relazionale verso il potere che «rifiuta il dominio, valorizza la cooperazione, riconosce il conflitto senza trasformarlo in guerra, considera l’ascolto una competenza e l’inclusione una scelta strutturale». Per essere davvero degli alleati, dovranno smettere di chiedersi «come possono essere dei bravi femministi» e cominciare a chiedersi «cosa devono smettere di fare per non riprodurre il dominio».

«La prepotenza è una forma storicamente strutturata del potere, […] non nasce dall’eccesso di forza, ma dalla fragilità di un modello che confonde autorevolezza e dominio, leadership e controllo, decisione e imposizione. […] Dare nome alle dinamiche di potere non è un esercizio teorico, ma un atto politico: rende riconoscibili meccanismi altrimenti invisibili, sposta il peso dell’esperienza individuale alla struttura che la produce», interrompendo la colpevolizzazione.

Lara Ghiglione
Pre-potenti
Futura Editrice, 2026
pp. 136

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Presso la stessa università ha conseguito la laurea magistrale in Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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