Il 2 luglio, all’ambasciata americana a Roma, a Villa Taverna, si è festeggiato l’Independence Day, con due giorni di anticipo rispetto alla data ufficiale: il 4 luglio. Quest’anno è un anniversario molto speciale poiché si celebrano i 250 anni dell’indipendenza.
Alla celebrazione non ha partecipato la Presidente Meloni. Dopo i reciproci scambi di offese con Trump delle scorse settimane doveva trovare una soluzione di equilibrio tra la necessità di ricucire ma senza neanche concedere troppo e quindi ha inviato la sorella (non si sa bene a che titolo) e i ministri Crosetto, Nordio, Tajani, il presidente del Senato La Russa, e, soprattutto, il vicepresidente e ministro dei trasporti Matteo Salvini, che ha dichiarato: «nessuno potrà mai mettere in discussione l’amicizia e i buoni rapporti tra Italia e Stati Uniti» definendo la libertà e la democrazia come «beni non negoziabili». Poi ha interrotto il suo discorso, che lui stesso ha ammesso essere stato scritto da un collaboratore (perché sentisse il bisogno di precisarlo non si sa!), sia perché troppo simile a quello fatto da Tajani (forse sarebbe il caso che i collaboratori si consultassero), sia poiché ha sentito profumo di hamburger e quindi ha ritenuto giusto tagliare le chiacchiere per permettere a se stesso e agli ospiti di godere del rinfresco. Quel che doveva dire per dovere di ricucire l’aveva detto, la foto davanti alla bandiera a stelle e strisce l’aveva fatta, certo mancava l’entusiasmo espresso dai membri del Governo lo scorso anno, quando i rapporti con il Presidente Usa erano idilliaci, ma tant’è, meglio mangiare gli hot dog. Di fatto, non pare sia servito a molto visto che tre giorni dopo Trump ha accusato Meloni di essere la sua stalker.
L’Independence Day commemora l’adozione della Dichiarazione di Indipendenza, avvenuta il 4 luglio 1776, con cui le 13 colonie americane dichiararono la propria separazione dall’Impero Britannico.
È la festività civile più importante dell’anno negli States ed è celebrata in tutto il Paese con parate, concerti, barbecue e picnic (dunque si consumano davvero tanti hamburger e hot dog), fuochi d’artificio, spettacoli vari ed esposizione di bandiere alle finestre.
Appare però contraddittorio il presenzialismo, seppure quest’anno sotto tono, dei sovranisti italiani alle celebrazioni statunitensi del 4 luglio, a fronte della loro sistematica assenza per le celebrazioni del 25 aprile o il fare comparsate poco sentite il 2 giugno, in Italia.
A ben vedere le contraddizioni sono due, una risiede nel fatto che la celebrazione del Paese amico riceva più considerazione della celebrazione che avviene nel proprio Paese, per la data che dovrebbe esprimere lo stesso orgoglio patriottico. Contraddizione particolarmente alta per chi si considera sovranista.
La seconda contraddizione riguarda il concetto stesso di sovranismo. Definirsi sovranisti e, al tempo stesso, cercare alleanze con altri Stati appare un ossimoro, anche quando al governo ci sono forze politiche ideologicamente affini. Più che alleanze fondate su una visione comune, sembrano accordi di convenienza, come quelli tra contrade al Palio di Siena, unite solo per battere una rivale. I punti di contatto, infatti, riguardano quasi sempre l’individuazione di nemici comuni: l’immigrazione, chi denuncia il cambiamento climatico, i diritti civili, oppure slogan identitari come la sovranità alimentare (rappresentata solo da una bandiera sull’etichetta).
Quando però gli interessi nazionali entrano in conflitto (sui migranti, sui dazi o sulla cooperazione militare) riemerge la natura egoistica del sovranismo. È in quel momento che queste alleanze mostrano tutta la loro fragilità, perché l’interesse del singolo Stato prevale inevitabilmente su qualsiasi visione comune. Il battibecco continuo tra Meloni e Trump ne è un esempio.
Ci sarebbe poi un terzo paradosso: la festa di unificazione nazionale, che sia il 4 luglio negli Usa o il 1 luglio in Canada o il 3 ottobre in Germania, è tipicamente amata dai conservatori nei rispettivi Paesi ed è solo in Italia che i partiti di destra al Governo tendono a sfuggirne.
Negli USA, per la verità, questo 250° anniversario ha fatto più che mai diventare il 4 luglio la celebrazione e autocelebrazione di Donald Trump. Scriveva il 2 luglio, sul New York Times, Robin Givhan, per spiegare come Trump le abbia rovinato il 4 luglio: «Era kitsch, ed era buffo. Ma mi faceva anche sentire euforica e orgogliosa» e spiega che oggi non è così perché il 4 luglio non è più la festa del Paese, ma la festa di Trump, «è al servizio della visione dell’America di un singolo uomo».
Ma non solo, sempre più statunitensi si rendono conto, assistendo all’ondata di razzismo e discriminazioni di ritorno provocata dal governo di Trump, che stanno festeggiando la proclamazione che definiva tutti gli uomini uguali, avvenuta quando un quinto della popolazione americana era ridotto in schiavitù. E come questa celebrazione, come tanti eventi negli States, sia sempre più un tripudio di bandiere Maga e la celebrazione di qualcosa in cui non si ritrovano. Dunque c’è chi la rifiuta e chi la vive con lo spirito con cui aderisce al movimento No Kings.
Robin Givhan riporta le differenze con il 18 giugno scorso all’inaugurazione dell’Obama Presidential Center a Chicago, in una atmosfera completamente diversa: «La folla era variegata per etnia, età e genere. Non si vedeva molto rosso, bianco e blu tra la gente di Chicago. Sul prato del Midway Plaisance alcune donne reggevano una bandiera del Juneteenth (che commemora la liberazione degli schiavi afroamericani) mentre i residenti della zona indossavano un mix informale di magliette e jeans. Il pubblico ha ascoltato Jennifer Hudson cantare l’inno nazionale, Christina Aguilera eseguire What a Wonderful World e John Legend insieme a Common proporre Glory, inno alla giustizia sociale. Quattro ex presidenti sedevano sul palco, mostrando cordialità e rispetto reciproco. Queste sono istantanee del tipo di celebrazione che, a mio avviso, il 250° anniversario del Paese merita: immagini che trasmettono senso di vicinanza, serenità, orgoglio e dignità. Ritraggono forme di patriottismo più riflessive, generose e inclusive rispetto a gran parte di ciò che si vede alla Great American State Fair sul National Mall, o alla promessa di Trump che lo spettacolo pirotecnico di quest’anno batterà un record mondiale del Guinness facendo esplodere oltre 860.000 fuochi d’artificio. (…)
Ma, prima che la festa pirotecnica abbia inizio, il presidente prenderà la parola. E, se sarà fedele al suo solito stile, parlerà, parlerà e parlerà ancora».
E infatti ha parlato, dopo il ritardo dovuto al maltempo, dopo aver dichiarato che avrebbe parlato ad ogni costo. Ha detto che gli Stati Uniti sono più ricchi, più forti, più liberi e perfino più uguali; che lui tiene lontani i comunisti, difende l’identità americana, combatte il Male e che Dio è con lui. Ha solo evitato di dire quanti soldi ha fatto negli ultimi due anni, è notizia di questi giorni che sia un miliardo, mentre tagliava fondi alla popolazione.
Tenere lontani i comunisti sarà il suo mantra fino a novembre. Di altro non può parlare: la guerra in Iran è stata un disastro, i dazi un fallimento, l’economia una debacle, e anche i rimpatri di massa sono diventati impopolari. Gli resta dunque accusare i democratici di essere radicali solo perché sostengono il Medicare, l’assistenza all’infanzia, l’istruzione pubblica gratuita e tasse più alte per i super ricchi.
Tra l’altro, dieci anni fa il Congresso aveva istituito America250, commissione bipartisan per organizzare l’anniversario ma Trump ne ha creato una parallela, Freedom 250, incorporata nell’ottobre 2025 come costola della National Park Foundation che ha assorbito la maggior parte dei fondi di America250 più altri di donatori privati che pensavano di donare a quest’ultima. Come sono stati spesi? A esempio, sono stati finanziati i sei Freedom Trucks, autobus-museo costati 24 milioni di dollari, che hanno ospitato un George Washington ricreato con l’intelligenza artificiale capace di recitare frasi come «i tuoi diritti sono un dono di Dio» in assenza totale di riferimenti alla schiavitù e ai fondatori schiavisti. O con la colorazione di blu del Lincoln Memorial Reflecting Pool, ribattezzata American Flag Blue. Il finale lo abbiamo visto: la vernice ha cominciato a staccarsi e l’acqua è stata invasa dalla peggiore fioritura di alghe degli ultimi anni, tanto che Trump ha accusato senza prove dei vandali di sinistra. L’ex atleta olimpico David Hearn è stato arrestato con l’accusa di vandalismo perché aveva toccato la superficie della vasca. Stava solo cercando di capire cos’era quel materiale screpolato che si notava sporgere dalla superficie (sigillante di bassa qualità più alghe).
Il 17 maggio, sul National Mall, si è tenuto Rededicate 250, giornata di preghiera per «ridedicare la nazione a Dio». Sul palco, in presenza o in video, Pete Hegseth, JD Vance, Marco Rubio e lo speaker della Camera Mike Johnson, quest’ultimo a ricordare che i diritti «non derivano dal governo» ma da Dio.
Il 14 giugno, giorno dell’ottantesimo compleanno di Trump, il South Lawn della Casa Bianca ha ospitato Ufc Freedom 250: una struttura da 90 piedi soprannominata The Claw, 4.300 posti riservati a donatori e alleati politici, costo dichiarato oltre 60 milioni di dollari.
I sovranisti di casa nostra non potrebbero fare di meglio, poiché non hanno a disposizione un 4 luglio ma solo un 25 aprile.
Paradosso di una maggioranza che non è capace di festeggiare la liberazione nazionale e la nascita della Repubblica.
E a tal proposito faccio una proposta al campo largo: unirsi in nome del 25 aprile… potrebbero dare proprio questo nome alla coalizione!
La destra si è appropriata dell’incitamento più caro alla nostra nazionale di calcio, poi del nostro inno nazionale, rendendoli di parte, che male ci sarebbe a utilizzare il 25 aprile, visto poi che alla destra non interessa?
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Articolo di Donatella Caione

Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.
